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[Pubblicato sul n. 1324 dell’11 giugno 2006 della “nonviolenza in cammino”, tratto dal quotidiano "Il manifesto" del 4 giugno 2006]

Abbiamo incontrato Zohar Shapira sul lungomare di Tel Aviv durante una pausa del suo lavoro di insegnante. 36 anni, sposato con una bambina di poco più di un anno, che deve andare a recuperare all'asilo appena finita l'intervista, è uno dei fondatori - israeliani - del gruppo "Combattenti per la pace". La composizione del gruppo - 120 refusnik israeliani e 120 ex-prigionieri politici palestinesi, di cui 24 donne - costituisce senza dubbio una novità sullo sfondo del sempre più bloccato conflitto israelo-palestinese. L'organizzazione, che oltre al nucleo centrale - volutamente limitato - gode di molti sostenitori sia israeliani che palestinesi, è nata l'anno scorso dopo anni di incubazione e riflessione ma è apparsa ufficialmente sulla scena politica solo da qualche mese.
Zohar Shapira, per quindici anni nell'esercito, comandante di una unità d'elite incaricata delle missioni speciali (le più sporche) nei territori palestinesi, come è arrivato alla decisione di lasciare l'esercito e di rifiutarsi di tornare in servizio nei territori occupati? "Dopo l'inizio della seconda intifada - racconta - nel 2002, ero impegnato nell'operazione Shield of defence e dopo l'attacco a Jenin ho deciso che non potevo più continuare a fare quello che facevo, era immorale, soprattutto dopo aver sparato sopra la testa di una bambina sbucata improvvisamente da dietro una casa. Entravamo nelle abitazioni dei palestinesi e quando uscivamo portando via qualcuno di loro sospettato di essere un terrorista vedevo gli occhi dei bambini che ci guardavano e capivo che ci avrebbero odiato per tutta la vita. Eravamo noi a seminare l'odio".

(Tratto da “La nonviolenza è in cammino”, n. 1362 del 19 luglio 2006)

La gente in Medio Oriente sta soffrendo di nuovo mentre militaristi di tutti i fronti, e giornalisti festanti, lanciano missili, bombe, e infinite parole di autogiustificazione per l'ennesimo inutile round di violenza fra Israele ed i suoi vicini. Per coloro fra noi ai quali importa molto della sofferenza umana, questo ultimo episodio di irrazionalità evoca lacrime di tristezza, incredulità per la mancanza di empatia da ogni lato, rabbia per quanto poco sembra si sia appreso dal passato, e momenti di disperazione mentre vediamo di nuovo gli ideali religiosi e democratici subordinati al cinico "realismo" militarista.
I sostenitori di ambo le parti, contenti di ignorare l'umanità dell'Altro, si affrettano ad assicurare ai loro collegi elettorali che la colpa è sempre del nemico. Tutti questi sforzi non hanno senso. Siamo in presenza di un conflitto che si è protratto per oltre un secolo. Ha poca importanza chi abbia accostato l'ultimo cerino alla pietra focaia. Quello che è veramente importante è come rimediare alla situazione. Il gioco del biasimo serve solo a spostare l'attenzione dall'argomento centrale.
Nel gioco del biasimo ce n'è per tutti. Dipende solo da dove fai cominciare la storia. Contando sulla generale mancanza di memoria storica, i partigiani dell'uno o dell'altro fronte scelgono di dar inizio alla narrazione dal luogo in cui essi sono "le vittime che hanno ragione" e gli altri "i malvagi aggressori".

(Traduzione di Maria Di Rienzo e tratto da “La nonviolenza è in cammino”, n. 1363 del 20 luglio 2006)

Nella gran mole di servizi giornalistici sulla più recente crisi in Medio Oriente ce ne sono un paio scarsamente posti in rilievo, che mettono in luce le azioni di alcune donne in Israele.
Stante il fatto che si tratta di un atto di considerevole coraggio, protestare nelle strade mentre i loro concittadini sono in armi, so che i sentimenti di questa manciata di dimostranti sono condivisi da molte altre donne israeliane e palestinesi che semplicemente non possono essere lì.
Negli ultimi trent'anni, per raccontare il Medio Oriente, ho parlato con moltissime donne (israeliane, palestinesi, arabe, ricche, povere) che non hanno fatto altro che dirmi quanto soffrissero per il numero apparentemente infinito di guerre nella loro regione.
Tamara Traubman e Ruth Sinai-Heruti, entrambe croniste del quotidiano israeliano "Haaretz", hanno concluso il loro articolo del 17 luglio scorso con queste frasi: "Più di 500 donne protestano a Tel Aviv contro i raid israeliani in Libano e a Gaza. Una dimostrazione di donne si è tenuta anche domenica mattina, accanto alla stazione ferroviaria centrale di Haifa, dove un missile di Hezbollah aveva colpito nelle prime ore della giornata, uccidendo otto persone". Le donne, aggiungono le giornaliste, "hanno dichiarato di star organizzando un nuovo gruppo di donne arabe ed ebree contro la guerra".
Rory McCarthy del britannico "Guardian", in una corrispondenza dello stesso giorno da Israele nota che: "Mentre le sirene continuano ad urlare, un piccolo gruppo di donne sosta davanti all'ingresso della stazione ferroviaria protestando contro gli scontri. Yana Knoboba, venticinquenne studentessa di psicologia, siede per terra tenendo un cartello con sopra scritto in ebraico: La guerra non porterà mai la pace. "Non vogliamo la guerra in Medio Oriente", dice Knoboba, "Vogliamo che Israele negozi per riportare a casa i nostri soldati e metta fine alla rioccupazione di Gaza.
Se è una questione in cui si deve dimostrare la propria forza, io penso che la forza sia costruire la pace, non fare la guerra".

Tratto dalla “Nonviolenza è in cammino”, n. 1381 del 8 agosto 2006

L'operazione militare israeliana "Piogge d'estate" ha riportato la guerra nella Striscia di Gaza e in Libano; a conferma che la guerra sembra sia diventata l'unico modo di affrontare le questioni internazionali. Ci sarebbero stati altri modi di rispondere al lancio di missili degli hezbollah, senza bisogno di polverizzare il Libano. Del resto, si può scatenare l'inferno sull'intera e indifesa popolazione civile del Libano per due soldati quando Israele da anni sequestra i palestinesi a migliaia, senza che nessuno apra bocca? Ancora una volta, percio', viene premiata la forza a scapito del diritto e della legalità internazionale, e di nuovo si paralizzano le Nazioni Unite, alle quali viene consentita solamente la legittimazione della guerra e non la sua prevenzione.
In realtà è stato raggiunto un accordo tra Stati Uniti e Francia su una risoluzione dell'Onu per la fine delle ostilità, ma senza una tregua; in pratica lascia ad Israele il tempo per "completare il lavoro". Così l'invio di una eventuale e futura forza multinazionale o internazionale di pace, (quella cui l'Italia ha detto di essere pronta a partecipare), rischia di diventare come la Nato in Afghanistan, in funzione esclusivamente anti-hezbollah (e anche anti-Siria).
Come non vedere che la quarantennale occupazione israeliana della Palestina costituisce la vera aggressione che impedirà sempre un qualsiasi accordo di cessazione delle ostilità o tregua o cessate il fuoco: in una parola, una pace minimamente equa e, quella sì, duratura?
Intanto l'uccisione di dieci o venti palestinesi al giorno, e fra questi donne e bambini, non scuote nessuno. Naturalmente il ministro della difesa israeliano ha rassicurato e tranquillizzato l'opinione pubblica internazionale informando che le sue truppe aprono il fuoco solo contro i palestinesi armati.