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Per via dei turni in ospedale non sempre riesco a partecipare alla preghiera del venerdì. Questa settimana però ce l’ho fatta, e come da tradizione: mi sono vestito bene, mi sono profumato, e mentre camminavo verso la moschea mi sono ritrovato a pensare a una cosa che ogni dicembre ritorna… sempre uguale.

Io sono palestinese. Da bambino giocavo nei pressi della Basilica della Natività, a Betlemme. Gesù non è mai stato per me “la figura dell’altro”: è parte della mia storia, della mia terra, e anche della mia fede. Mio zio aveva un chiosco di falafel lì vicino, e i ricordi più belli della mia infanzia hanno quell’odore addosso: la pietra antica, le voci, la gente che arrivava da ovunque, e quella sensazione semplice che la vita potesse stare tutta nello stesso posto.

Fratelli, sorelle,

Sono qui a parlare a tutti voi, soprattutto a quelli che non credono più, non sperano più, non pregano più perché pensano che Dio se ne sia andato.

A tutti quelli che non ne possono più di apprendere di nuovi scandali, di abusi di potere, accompagnati da un silenzio da parte di una Chiesa che pare divenuta più un palazzo che una casa.

Scrivo nei giorni della seconda ondata di pandemia aggravata da stragi terroristiche e “scontri di civiltà”, come tra libertà e fanatismo. Dopo molte discussioni, penso che il principio liberal-individualistico per cui la libertà mia finisce solo dove comincia la tua, e viceversa, non basta. Le libertà separate è già molto se si rispettano, ma non sono capaci di sostenersi tra loro, oggi necessario. Se tu non sei libero, che me ne importa?