Ha una portata regionale l’acuta emergenza umanitaria legata alla guerra nel Kivu (est della Repubblica democratica del Congo, Rdc), occupato in buona parte dalla milizia Afc/M23 sostenuta dal Ruanda. Le condizioni di vita dei 90mila congolesi fuggiti nel vicino Burundi a partire da dicembre sono estreme: 53 i morti nei giorni scorsi, di colera o di stenti, secondo l’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). I fondi per l’assistenza scarseggiano.
QUANTO AGLI SFOLLATI rimasti nel Kivu, secondo l’Ocha (l’Ufficio umanitario dell’Onu) sono oltre 300mila le persone scappate nelle settimane scorse da Uvira, negli ultimi giorni tornata in mani governative. A Bukavu, ed è solo un esempio, l’ospedale provinciale riceve sempre più bambini denutriti, spesso vittime del forzato esodo rurale. Da tempo, fonti Onu, umanitarie e della società civile denunciano la pratica dell’Afc/M23 di espellere i civili e poi negare l’accesso alle loro terre, razziando le scorte.
I vari attori armati si rendono responsabili di esecuzioni, saccheggi, spostamenti di popolazioni, stupri: un report di Human Rights Watch registra un grave aumento dei casi, soprattutto nella provincia dell’Ituri. Senza dimenticare i massacri di inizio anno in tre villaggi del Nord Kivu a opera della milizia Adf, che si dichiara affiliata allo Stato islamico.
Intanto sembra rispuntare una mediazione africana. A Lomé il 17 gennaio è stato deciso di rilanciare il lavoro dei cinque co-facilitatori, tutti ex capi di Stato del continente. Sarebbero attesi a Kinshasa, Kigali, Kampala e Bujumbura prima del vertice dell’Unione africana previsto a febbraio (il Burundi sostituirà l’Angola nella presidenza di turno). Ma che ne è dell’«accordo di pace» a Washington nel dicembre 2025 tra Rdc e Ruanda e dei lunghi negoziati a Doha tra Rdc e Afc/M23 che non hanno fermato la guerra?
I partecipanti a Lomé hanno insistito sulla necessità di rilanciare il dialogo intorno ai sei protocolli rimasti in sospeso in Qatar e di riprendere il processo negli Usa. Nessuna sostituzione dei negoziati extra-africani ma un meccanismo complementare che, con un importante ruolo delle Chiese, riguarderebbe il dialogo inter-congolese. Del resto sono Washington e Doha, ben più degli attori continentali, ad avere in mano strumenti economici e politici di pressione sui due attori (o tre se si considera l’M23 separato dal Ruanda).
NON A CASO, KINSHASA sta inviando la prima spedizione di rame negli Usa e ha sottoposto a Washington una lista ristretta di progetti di investimento: licenze per l’estrazione di oro, manganese, wolframite, rame, cobalto, litio, coltan. Il gruppo della società civile congolese Casmia-G lancia l’allarme: la Rdc «non ceda tutto alle grandi potenze tenendosi le briciole».
Intanto un nuovo rapporto Onu, il Midterm report of the Group of Experts on the Democratic Republic of the Congo (S/2025/858), reso noto lo scorso 30 dicembre, oltre a denunciare le violazioni dei diritti umani nel Kivu evidenzia la nuova natura della milizia Afc/M23 che nella sua espansione territoriale «ha cercato di posizionarsi in vaste zone del Nord e Sud Kivu come autorità di governance quasi-statale, alternativa allo Stato congolese, istituendo strutture amministrative, giudiziarie, fiscali e di sicurezza. I leader dell’Afc/M23 hanno espresso l’obiettivo a lungo termine di governare una regione autonoma nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo».
Il rapporto documenta il coinvolgimento diretto e strutturale dell’esercito del Ruanda, sia con propri militari sul campo sia con la fornitura all’M23 di tecnologia militare sofisticata (droni e sistemi missilistici), capace di neutralizzare la superiorità aerea di Kinshasa.
L’Afc/M23 si è consolidato a Goma e si è radicato anche nel Sud Kivu. Controlla, oltre a miniere d’oro, due terzi della produzione di wolframite e metà della produzione di cassiterite e coltan. Il motore economico del conflitto rimane lo sfruttamento delle risorse naturali; la guerra è un affare per gruppi militari e trafficanti.
SECONDO IL RAPPORTO, occorre una pressione internazionale che tolga ossigeno finanziario e tecnologico all’M23 e ai suoi sponsor regionali. Che il Ruanda sia l’hub di transito e «ripulitura» dei minerali congolesi verso mercati mondiali, è un segreto di Pulcinella. Per questo il rapporto Onu raccomanda a Kigali di cooperarecon la commissione di internazionale di inchiesta sul contrabbando di minerali.
Tutto questo a 65 anni dall’assassinio di Patrice Lumumba, nel gennaio 1961.
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Pubblicato su “Il Manifesto” del 24 gennaio 2026