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Smettiamola di guardare al Congo come terra da sfruttare

«Il Congo è un “paese soluzione”! La sua foresta pluviale è il secondo polmone del pianeta. Le sue terre sono ricche di minerali, strategici nella transizione ecologica. Ma per il popolo congolese questa forza si traduce in eterna sofferenza»: i quasi trent’anni di guerra pesano nelle parole di De-Joseph Kakisingi, ginecologo e direttore sanitario del Centro ospedaliero Saint-Vincent a Bukavu (Sud Kivu) e co-fondatore dell’organizzazione Santé et Développement, nata per portare aiuto alle vittime delle violenze, soprattutto donne.

IL PIÙ SANGUINOSO CONFLITTO dalla seconda mondiale, concentrato nella parte orientale del grande paese, con la presenza di eserciti stranieri e centinaia di gruppi armati (non mancano i jihadisti), ha un bilancio pesantissimo: milioni di morti soprattutto per fame e malattie oltre che per i massacri (la stima di 5,4 milioni dell’International Rescue Committee è ferma al 2008), sette milioni di profughi interni, un numero incalcolabile di feriti e mutilati, centinaia di migliaia di donne vittime di stupri usati come arma di guerra. E poi: decine di migliaia di minori nelle miniere di coltan e cobalto; devastazione ambientale.

Dal gennaio 2025 l’escalation: la sanguinosa occupazione delle province del Nord-Kivu e del Sud-Kivu da parte del movimento M23/Afc e dell’esercito ruandese. Da tempo il Ruanda usa l’est della Rdc come bacino di estrazione; ma nel 2024 è stato premiato dall’Unione europea con un accordo di cooperazione sulle materie prime.

Nelle aree occupate, spiega il dottor Kakisingi, «moltissime persone sono difficili da raggiungere; gli operatori umanitari sono spesso presi di mira; e con i tagli ai fondi dell’Usaid, i mezzi a disposizione per gli aiuti, già scarsi, non coprono nemmeno il 10% dei bisogni».

PER ROMPERE IL SILENZIO e denunciare la complicità internazionali, commemorare le vittime ma anche celebrare «l’enorme potenziale umano e naturale che esiste nel paese», ogni anno dal 2009 nel mese di ottobre si tiene la «Breaking the Silence Congo Week», settimana internazionale di azione e riflessione che va oltre il conflitto fra Kinshasa ed M23 più Kigali. La «Breaking the Silence Congo Week» è in corso in diversi paesi. Conferenze sulle strategie per la pace e la giustizia. Proiezioni di film. Incontri sugli indigeni, difensori sconosciuti delle foreste. Testimonianze dei minatori. Storia dell’Africa. Denunce e proposte. Molti gli appuntamenti in Italia, con associazioni, scuole, enti locali e comunità: Venezia, Trento-Isera, Brescia, Mantova, Modica, Roma, Vibo Valentia, Oderzo, Cinisello Balsamo, Genova dove il 24 ottobre si tiene l’incontro nazionale «Smart Wars» sulla predazione, sulle violenze e sulle responsabilità dell’Europa nella filiera dei minerali insanguinati; relatori l’attivista Marie-Jeanne Balagizi e John Mpaliza, portavoce della rete Insieme per la pace in Congo.

Dopo l’accordo, a Washington il 27 giugno, tra Rdc e Ruanda che non aveva fatto tacere le armi, ora si apre uno spiraglio con la firma a Doha di un’intesa fra Kinshasa ed M23 circa un meccanismo congiunto (e con osservatori internazionali) che verifichi il rispetto del cessate il fuoco. Dopo tanti tentativi falliti. Diplomatici o militari. La molto costosa Monusco (missione di stabilizzazione dell’Onu attiva dal 1 luglio 2010), ventimila caschi blu, è stata incapace di vero peace keeping, salvo azioni sporadiche: il 14 ottobre ha sventato l’attacco di una delle tante milizie, la Codeco, contro civili sfollati nel territorio di Djugu; ma pochi giorni prima un gruppo di contadini erano stati uccisi nell’Ituri mentre si recavano a coltivare i campi, fa sapere Radio Okapi.

OKAPI: questo erbivoro un po’ zebra un po’ piccola giraffa, schivo e solitario, specie classificata «in pericolo» dall’Iucn ed endemica delle foreste della Rdc, ha dato il nome alla radio multilingue creata dall’Onu e con la quale «la Monusco diffonde il messaggio di pace». Nasce nel 2002 con il lancio del processo democratico nella Rdc, con il Dialogo inter-congolese tenutosi a Sun City (Sudafrica). La pace non è arrivata ma la radio prosegue il suo lavoro. Il 15 ottobre ha celebrato con le agricoltrici del Nord-Kivu la giornata internazionale delle donne rurali. Giorni fa una trasmissione si interrogava sulla lotta contro la povertà estrema che nel ricco paese, «scandalo geologico», riguarda l’85% della popolazione, priva di sicurezze e con accesso limitato a cibo, cure, educazione, lavoro, acqua potabile e alloggio decente.

«Dove sta andando la Repubblica democratica del Congo?»: rimane valida la domanda posta da un recente documento diffuso dalla rete italiana Insieme per la pace in Congo (Ipc). Si constata che: il memorandum Ue con il Ruanda non è stato sospeso (malgrado la richiesta del Parlamento europeo): l’M23/Afc prosegue l’occupazione; la Rdc continua a essere oggetto di saccheggio minerario da parte di diverse potenze, non solo occidentali; la popolazione continua a subire violenze; i crimini rimangono impuniti.

L’Ipc accusa: «Un giorno si dirà: “tutto questo poteva essere evitato”». E cosa chiede? Ce n’è per tutti. Le autorità congolesi ricerchino la pace nella giustizia senza interessi personali di mezzo. L’Unione africana e le organizzazioni regionali accompagnino negoziati seri. Le chiese continuino a farsi promotrici di dialogo. I paesi vicini cessino di aggredire la Rdc alla ricerca delle sue ricchezze. Le potenze mondiali come Stati uniti, Unione europea, singoli Stati, le «potenze dell’Oriente» cessino di guardare all’Africa come terra da sfruttare. Le Nazioni unite tirino fuori dai cassetti e aggiornino il «Report of the Mapping Exercise» (del 2010) sui crimini di guerra e contro l’umanità compiuti nella Rdc e si crei un tribunale internazionale per questo dimenticato «genocidio per ragioni economiche» – come lo chiama anche il medico congolese e premio Nobel per la pace Dennis Mukwege. Le multinazionali dei minerali abbandonino lo sfruttamento neo-coloniale e scelgano rapporti basati sulla giustizia. E ai cittadini spetta informarsi, assumere «uno stile di vita coerente con il diritto di tutti a una vita decente», fare pressione sui decisori politici, per quanto possibile in connessione con le società civili congolesi e africane.

INTANTO LA SOCIETÀ CIVILE DEL KIVU è molto attiva. Nell’auto-aiuto e nelle richieste politiche. In una recente lettera al governo congolese ma anche a presidenti di diversi paesi e organismi coinvolti nei negoziati puntualizza che «nessuna pace esterna sarà sostenibile senza un allentamento delle tensioni politiche interne»; esorta il presidente Félix Tshisekedi (al secondo e ultimo mandato) a «convocare il dialogo nazionale, come ci ha insegnato Mandela», e chiede una nuova Commissione elettorale nazionale indipendente per organizzare le elezioni del 2028.

Fonte: Il Manifesto del 22 ottobre 2025

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