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Discorso di una testimone vittima di un’incursione degli agenti federali dell’ICE a Minneapolis

“Domenica scorsa, l’11 Gennaio, il mio amico Brandon Siguenza ed io abbiamo risposto a dei reports su due veicoli dell’I.C.E. che hanno stretto all’angolo e spruzzato con aerosol al peperoncino una macchina di un astante del mio vicinato. Siamo entrambi cittadini statunitensi.

Quando abbiamo raggiunto il sito, i due agenti dell’I.C.E. erano risaliti sui loro veicoli, hanno svoltato in una strada laterale, e noi li abbiamo seguiti per circa 40 secondi suonando ripetutamente in nostri clacson e fischietti: i pochi metodi con i quali siamo stati in grado di allertare la gente sul fatto che la I.C.E. era nel quartiere. A metà strada dell’isolato che stavamo percorrendo, la I.C.E. si è fermata, è uscita dai propri veicoli e ha circondato la nostra vettura urlandoci di fermarci e di smetterla di seguirli. Mentre stavano tornando ai loro veicoli, uno degli agenti si è fermato è tornato alla nostra macchina e ha deciso di spruzzare aerosol al peperoncino nelle prese d’aria vicine al parabrezza, cosa che ha immediatamente irritato i nostri occhi e gole.

Visto che non eravamo ancora tornati indietro con la nostra macchina, ci hanno raggiunto di nuovo e, senza neanche chiederci di uscire dall’auto, hanno mandato in frantumi entrambi i finestrini anteriori, ci hanno tirato fuori a forza e arrestati. Sono stata messa in un veicolo con tre agenti e nessun altro privato cittadino. Non appena gli agenti sono saliti sul mezzo hanno serrato lo sportello e iniziato immediatamente a prendermi in giro e dileggiarmi. Uno degli agenti mi ha scattato una foto e l’ha mostrata agli altri agenti ridendo. Un altro ha fatto commenti degradanti sul mio aspetto.

Dopo due minuti circa lungo il tragitto uno degli agenti ha detto: <voi dovete smetterla di ostacolarci. È per questo che quella lesbica put___a è morta>, riferendosi a Renee Good. Sono poi stata accompagnata dentro il palazzo, in una stanza. Li mi hanno messo dei ceppi incatenati ai piedi.

Sono stata poi portata in un corridoio di passaggio, lungo il quale vi sono delle celle destinate a cittadini statunitensi e sono stata rinchiusa in una di esse per più di 8 ore. Durante la mia permanenza in cella non mi è stata mai fatta alcuna telefonata, nonostante io lo abbia richiesto almeno quattro volte. Io e il mio compagno in una cella adiacente abbiamo dovuto implorare per un po’ d’acqua e poter andare al bagno. Ho visto celle di custodia contenenti più di dodici persone ciascuna, e un’altra cella di custodia più grande contenente tra le 40 e le 50 persone. La maggior parte di loro era di etnia ispanica, dell’Africa Orientale, sia donne che uomini. Molte delle persone che ho visto tenevano lo sguardo fisso in avanti, senza parlare, dare segni di risposta, e distrutte dal dolore. So per certo che non dimenticherò mai i loro visi. Mentre ero all’interno della mia cella ho sentito lamentarsi, piangere, urlare e implorare, tanto da parte di donne quanto di bambini e uomini.

Contemporaneamente a quella profonda angoscia c’erano le chiacchiere di scherno, lo scambio di battute e le risate degli agenti federali al di fuori delle nostre celle, chiaramente diventati del tutto insensibili di fronte al profondo e orribile dolore che era di fronte ai loro occhi. La gente di Minneapolis è un <danno collaterale> sul teatro politico dell’amministrazione Trump: una campagna volta a tratteggiare la gente nera e di colore, e i <liberali>, nei termini di gente malvagia, per distrarre da un regime di corruzione e criminalità nel potere esecutivo che è senza precedenti. Allo stesso tempo, si rende evidente agli occhi di tutti noi, compresi i cittadini statunitensi in generale, che questa amministrazione non sta onorando, e continuerà a non farlo, quei diritti costituzionali di base che devono essere garantiti a tutti noi.”

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Discorso di una testimone vittima di un’incursione degli agenti federali dell’ICE a Minneapolis”, Gennaio 2026, reel dalla pagina facebook del membro del Congresso USA: “Congresswoman Pramila Jayapal” [Traduzione Andrea De Casa]