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Intervista a Joel Carmel, ex militare e oggi membro dell’organizzazione israeliana Breaking the Silence: «È un sottoprodotto delle politiche disumanizzanti dei palestinesi che il governo ha portato avanti negli ultimi anni. Ma non siamo noi le vittime: noi siamo i perpetratori»

Mentre la situazione in Cisgiordania peggiora di ora in ora, abbiamo parlato con Joel Carmel, ex militare e oggi direttore delle attività di advocacy per l’organizzazione israeliana Breaking the Silence. Un’associazione di ex militari israeliani nata nel 2004 che si occupa di raccogliere le testimonianze dei soldati riguardo le azioni che compiono contro i palestinesi, per poi pubblicarle e informare la società israeliana di quello che succede sul campo.

 

Una buffonata. Le sanzioni proposte dalla Commissione europea sono davvero ridicole in relazione all'impatto commerciale reale.

Tali misure prevedono la sospensione dell'Accordo di libero scambio, risalente al 2000, tra Ue e Israele, ma soltanto per il 37% del volume degli scambi perché il resto rimane soggetto alle norme del Wto.

Dove prende i soldi Israele?

Tra la fine del 2023 e l'inizio del 2025, lo Stato di Israele ha emesso obbligazioni destinate a finanziare la guerra - war bonds - per quasi 20 miliardi di dollari che sono state comprate da 7 banche: Goldman Sachs ne ha acquistate per 7,2 miliardi, Bank of America per 3,5, Citigroup per 2,9, Deutsche Bank per 2,5, Bnp Paribas per 2 miliardi, Jp Morgan per 700. milioni e Barclays per 500 milioni.

«Sai chi ha costruito Tel Aviv? I lavoratori gazawi». Gadi Algazi siede al tavolino di un bar, dietro di lui i cantieri dei nuovi grattacieli sono fermi. Tel Aviv non ha mai smesso di crescere, una città che ha appena cent’anni di vita: lo dice la sua architettura, un misto di palazzi da capogiro, strade a quattro corsie e decadente edilizia residenziale.

La bellezza accecante di Gerusalemme a Tel Aviv non la trovi, devi spostarti una manciata di chilometri più a nord, a Giaffa, la città-porto che era cuore pulsante dell’economia palestinese prima della Nakba del 1948.

«Netanyahu deve fare scelte difficili. Se il governo dovesse cadere, non ha molte opzioni: o si torna alle urne o nasce un esecutivo di unità nazionale». La giornata di ieri per Meir Margalit è stata quella di tanti israeliani: attaccato a radio e tv per capire cosa avrebbe tirato fuori dal cilindro l’immortale Benyamin Netanyahu.

Ebreo israeliano nato in Argentina, dal 1998 al 2014 Margalit è stato membro del consiglio comunale di Gerusalemme per il partito della sinistra sionista Meretz. È tra i fondatori di Icahd, il comitato contro la demolizione delle case palestinesi da parte delle autorità israeliane.

Nelle ricostruzioni dei 75 anni del conflitto israelo-palestinese, nessuno, neanche Guterres, ha ricordato il 2018, che invece spiega tutto. È l’anno in cui, il 19 luglio, lo Stato di Israele cambiò natura, e da Stato democratico, come era nel disegno del sionismo, è diventato per legge costituzionale uno “Stato Nazione del popolo ebraico”. Ciò spiega tutto, nel senso che se il principio fondativo che voleva congiungere democrazia ed ebraismo ammetteva l’esistenza dell’ “Altro”, fino a permettere il sogno dei “due popoli in due Stati”, il trapasso allo Stato Nazione del popolo ebreo riservava solo a questo il diritto all’autodeterminazione, cioè i diritti politici, e rendeva incompatibile l’esistenza di un secondo popolo; di qui i 700.000 coloni irradiati in 279 insediamenti oggi presenti nel Territori occupati abitati da 3 milioni di palestinesi. La novità era così riferita in una nostra newsletter del 24 luglio 2018 (“Sionismo senza democrazia?”), che qui vi trascriviamo così come l’abbiamo ritrovata: