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Congresso di Ramallah sulla Decolonizzazione della Palestina

In questi giorni, presso la Birzeit University in Cisgiordania, si tiene il "Congresso di Ramallah sulla Decolonizzazione della Palestina", organizzato da Al-Shabaka, Progressive International e l’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies.

Studiosi, diplomatici, leader di movimenti sociali e attivisti da tutto il mondo per discutere sulla necessità di decolonizzare la Palestrina e sui modi per attuare tale processo.

I principali argomenti di confronto e analisi sono tre:

  • Analisi giuridica, economica e politica dell’occupazione israeliana.
  • Definizione di strategie globali per la solidarietà e la responsabilità internazionale.
  • Costruzione di una roadmap operativa per smantellare le strutture del colonialismo di insediamento.

Tra i relatori figurano:

  • Rashid Khalidi, storico, uno dei massimi esperti mondiali sulla questione palestinese;
  • Nur Masalha, che ha approfondito gli studi storici e sul concetto di Nakba come progetto coloniale;
  • Ahmad Masoud, accademico e scrittore palestinese.

Non è un conflitto. È colonialismo.

Il Congresso parte da un concetto essenziale: la Palestina non vive un “conflitto tra due parti”.

Ha subito un processo di esproprio imperialista e una successiva occupazione e colonizzazione militare.

Un progetto che risale a oltre un secolo fa, messo in atto senza alcuna remora e senza alcun rispetto per i diritti di chi su quel territorio viveva.

Dal Congresso sionista mondiale organizzato da Herzl a Basilea nel 1897, alla dichiarazione Balfour del 1917, dalla Nakba del 1948 fino ai numerosi atti di insediamento succedutisi nel tempo.

Le innumerevoli violenze dei coloni e dell'esercito di occupazione negli anni, per giungere al progetto di annessione totale e definitiva in discussione alla Knesset questi giorni.

Non si tratta - come qualcuno afferma - di “gestire un’emergenza” che parte dal 7 ottobre 2023, ma di riconoscere che siamo in presenza di un progetto coloniale che si è concretizzato militarmente in un regime di apartheid e pulizia etnica, con tutte le conseguenze che ne derivano.

La sistematica e progressiva occupazione della Cisgiordania e i bombardamenti sulla Striscia di Gaza non sono fenomeni estemporanei, ma il risultato di un intreccio di convenienze e di interessi politici, economici e militari internazionali.

Il tutto sostenuto da una narrazione culturale che legittima la supremazia dell’Occidente.

Ma il colonialismo non è solo occupazione territoriale: è un modo di guardare il mondo.

Per decolonizzare la Palestina è quindi necessario decolonizzare il nostro sguardo

L’Occidente ha costruito per secoli l’idea di una propria supremazia culturale, tale da giustificare ogni sorta di atrocità nei confronti di popoli considerati inferiori, subumani, incapaci di una propria coerente autodeterminazione.

Uno stereotipo che continua a esistere anche negli ultimi decenni, con la presunzione che la propria civiltà sia superiore dal punto di vista culturale, in termini di razionalità, democrazia e soprattutto “unica portatrice di valori universali”.

Da tale presunzione discendono effetti devastanti non solo per la Palestina, ma anche per tutti gli altri luoghi che sono stati terreno di conquista, come pure per i territori che ancora oggi sono soggetti a mire di sfruttamento e colonizzazione.

Tali luoghi sono visti come 'utile' periferia dell'impero, non come luoghi abitati da popoli con una propria storia, una propria cultura, una propria dignità e diritto all'autodeterminazione.

Lo abbiamo visto storicamente con lo sterminio di milioni di nativi americani definiti "selvaggi", poi con lo schiavismo, la tratta atlantica, la corsa europea all'Africa di fine '800.

I processi di colonizzazione vengono sempre presentati come come nuove opportunità, mai come furto di terre e di risorse, saccheggio, sfruttamento, apartheid.

Il Congresso sulla Decolonizzazione della Palestina lancia un messaggio potente: l’Occidente continuerà a essere responsabile di eccidi fino a che non decolonizzerà il proprio immaginario.

Decolonizzare la mente significa:

  • Riconoscere i nostri bias culturali quando parliamo di Palestina e Medio Oriente, ma anche Africa, Centro e Sud America e ogni altro territorio soggetto a mire capitalistiche e colonialiste.
  • Smontare il mito dell’Occidente come “salvatore”, portatore di civiltà e di democrazia.
  • Decostruire la presunzione di culture e di religioni ”superiori” alle altre.

In questo quadro, libertà e giustizia per il popolo palestinese divengono un banco di prova per la giustizia globale.

È necessaria una decolonizzazione interiore: non basta liberare la terra, occorre liberare le menti e la narrazione.

La Palestina è oggi un test di realtà per il mondo intero. Se accettiamo che la colonizzazione continui, accettiamo che i diritti umani siano applicabili solo agli occidentali e che il diritto internazionale valga "solo fino a un certo punto".

Decolonizzare significa rifiutare ciò che ci è stato insegnato, o per meglio dire inculcato, ovvero che le vite di alcuni siano più importanti delle vite di altri, che la forza sia garanzia di diritto, che chi domina sia portatore di verità.

Ogni popolo oppresso appare pericoloso a chi detiene il potere, perché non chiede pietosa commiserazione, ma giustizia, non chiede gentili concessioni, ma riconoscimento di diritti, non chiede gestione dell'oppressione, ma libertà.

Un futuro possibile

Obiettivo del Congresso è elaborare una strategia per

  • promuovere e proteggere l'indipendenza dei territori palestinesi;
  • ribadire la sovranità del popolo palestinese sulla Cisgiordania e su Gaza;
  • opporre resistenza alle condizioni politiche, economiche e militari che alimentano l’occupazione;
  • costruire un fronte globale di pressione politica e culturale sui governi affinché favoriscano il riconoscimento dei diritti del popolo palesinese

Ciò rappresenta un invito all’azione anche per tutti noi. Non possiamo limitarci a solidarizzare: dobbiamo disobbedire, contestare i tentativi di reprimere le proteste, opporci alla visione imperialista del mondo, non prestare ascolto al racconto dominante. Dobbiamo rompere il silenzio, osteggiare le complicità, decostruire il mito di superiorità di alcuni popoli e l’inevitabilità dell’oppressione di altri.

Questa lotta è anche la nostra.

Se i territori della Cisgiordania continuano a essere occupati, parlare di democrazia rimane menzogna.

Per tutto l'occidente diventa difficile dipingersi come civiltà attenta ai diritti umani.

La decolonizzazione della Palestina è anche la decolonizzazione dell'Occidente da arroganza, paternalismo, supremazia.

Può rappresentare liberazione reciproca: quando un popolo si libera dalle catene, libera da tale peso anche il complesso sistema e dispositivo di oppressione che ha ricadute su tutta l'organizzazione sociale dell'oppressore e dei suoi complici.

Non è una causa. È un dovere etico.

Decolonizzare la Palestina non è solo una battaglia geopolitica: è la possibilità di cambiare la storia del XXI secolo.

E forse anche la possibilità di liberare il nostro futuro.

Novembre 2025