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La missione più grande è salpata: direzione Gaza

È partita. Per la seconda volta, è proprio da Barcellona che comincia il lungo viaggio di una nuova Flotilla che vuole provare di nuovo ad arrivare a Gaza per rompere l’assedio dello stato genocida di Israele.

IERI MATTINA, con tre giorni di ritardo dovuti al maltempo, è salpata dal porto di Barcellona la nuova flotta che vuole raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo per far sapere ai palestinesi e al mondo che sono in molte le persone che non li hanno dimenticati e che continuano a denunciare i crimini del governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Dal porto della capitale catalana sono partite 39 imbarcazioni, destinate ad infoltirsi lungo le tappe nei porti siciliani e forse in Grecia e Turchia per arrivare fino a 70, con un migliaio di partecipanti di una settantina di paesi. Da Siracusa è previsto che il viaggio continuerà il giorno 24.

Dal punto di vista numerico, le barche saranno quasi il doppio che l’ultima volta. Alla Global Sumud Flotilla si è aggiunta anche l’organizzazione umanitaria catalana Open Arms che fornirà «supporto tecnico, logistico e medico» e – dato che l’ultima volta molte imbarcazioni dovettero abbandonare la missione per problemi tecnici – si occuperà «di valutare i rischi e interventi di emergenza in mare, oltre a contribuire alla presenza civile internazionale per l’osservazione, la protezione e la documentazione», spiegano in un comunicato.

IL SUO FONDATORE Òscar Camps, che ha criticato la «semantica come ancora di salvezza morale», a suo avviso usata dalle istituzioni europee e una parte della popolazione per «proteggere la propria coscienza mentre i bambini palestinesi muoiono», accompagnerà la prima parte della navigazione. Anche l’Arctic Sunrise di Greenpeace seguirà la flotta, benché l’organizzazione ecologista abbia specificato che si fermeranno a duecento miglia nautiche da Gaza.

MA, RISPETTO a otto mesi fa, quando in ottobre era partita l’altra spedizione, sono cambiate molte cose. Il Medio Oriente è ora immerso ancora di più in uno scenario di guerra. L’inferno che prima era limitato solo alla Palestina ora è stato esteso da Israele e Stati uniti anche a Iran e Libano. Lo stesso Mediterraneo è considerato zona di guerra, arrivano missili dall’Iran e a poter fermare la flotta non saranno solo le navi israeliane, ma anche qualsiasi nave della Nato.

È stato anche uno dei motivi per cui all’interno dell’organizzazione della Sumud c’è stato un vivace dibattito. Una parte dell’organizzazione, fra cui l’attivista svedese Greta Thumberg, che aveva partecipato all’ultima missione, ha chiesto in un lungo documento di nove pagine di «rinviare la partenza della flottiglia» e «valutare un cambio di strategia per la missione». Secondo i firmatari del documento, sarebbe mancato il tempo per preparare adeguatamente «una missione di tale portata»; «l’escalation e l’imprevedibilità della situazione geopolitica, il rischio sempre più elevato per i partecipanti e il potenziale danno per il movimento nel suo complesso e per la causa antimperialista» avrebbero dovuto, secondo loro, spingere verso «azioni di massa locali con un maggiore impatto strategico» e «iniziative che supportino direttamente le persone sul campo e siano in linea con le richieste e i bisogni espressi dagli stessi palestinesi».

È PER QUESTO che il comitato direttivo, che ha nell’attivista brasiliano Thiago Ávila uno dei volti più conosciuti, ha deciso di centrare gli sforzi di questa missione nelle azioni di mobilitazione lungo il cammino, coscienti che è proprio la mobilitazione quella che avrà un impatto più a lungo termine.

C’è poi un altro fattore: questa missione implica l’impegno di molte persone per molte settimane. Le persone che lavorano sul mare in estate spesso hanno altri lavori: rimandare la partenza avrebbe significato certamente che in molti avrebbero dovuto rinunciare al viaggio.

Si tratta comunque della più grande missione umanitaria che abbia mai tentato di rompere l’assedio di Gaza finora. E del gruppo di volontari formano parte anche molti medici e infermieri che hanno l’obiettivo di sostenere il traballante sistema sanitario dell’enclave palestinese. L’ultima volta i volontari, fra cui anche il giornalista del manifesto Lorenzo D’Agostino, sono stati arrestati dai militari israeliani in alto mare in maniera illegale e hanno passato diversi giorni in carcere per essere poi espulsi. A marzo, il parlamento israeliano ha approvato una norma specifica che prevede l’espulsione accelerata degli attivisti stranieri che tentano di raggiungere la Striscia di Gaza.

Luca Tancredi Barone

BARCELLONA