Pubblichiamo l'articolo dei professori Daniel Blatman e Amos Goldberg, storici specializzati in Olocausto e studi sui Genocidi presso l’Università Ebrea di Gerusalemme. L'articolo, pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz [al link https://www.haaretz.com/israel-news/2025-01-30/ty-article-magazine/.highlight/theres-no-auschwitz-in-gaza-but-its-still-genocide/00000194-b8af-dee1-a5dc-fcff384b0000], è stato tradotto da Andrea De Casa.
“Il tema relativo a come vadano definite le atrocità commesse da Israele nella striscia di Gaza è oggetto di discussione da più di un anno nella comunità di ricercatori, esperti di diritto, attivisti politici, giornalisti e altri cittadini – un dibattito che non viene rivolto alla maggior parte dei cittadini israeliani.
Per le decine di migliaia tra cittadini morti, feriti, bambini feriti o resi orfani, contando anche i piccolissimi che stanno attualmente congelando a Gaza fino alla morte, qualunque sia la definizione del crimine in questione che alla fine verrà stabilita dalla Corte Penale Internazionale o dagli Storici non fa praticamente alcuna differenza.
Mark Twain ebbe a scrivere che: “Tutto l’inchiostro con il quale è stata scritta la storia non è che un fluido pregiudizio”. I pericoli di una narrazione della storia viziata da pregiudizi e distorsioni di ogni tipo sono chiari e mettono in luce l’indubbia necessità di definizioni attente e ponderate, così da poter perseguire una comprensione accurata degli eventi in corso. Nonostante tutto ciò, un minuzioso esame comparativo degli eventi occorsi nell’ultimo anno a Gaza porta alla dolorosa conclusione che Israele stia di fatto commettendo un genocidio a Gaza.
Lo storico Shlomo Sand ha sostenuto nelle pagine di questo articolo (comparso nell’edizione ebraica di “Haaretz” del 15 Dicembre 2024) che, a dispetto delle atrocità e dei crimini commessi da Israele a Gaza, questi non costituiscono un genocidio.
A sostegno di questa sua argomentazione, Shlomo Sand ha esposto un paragone tra la guerra in corso a Gaza e altri due eventi simili nei quali, secondo la sua opinione, gli eserciti di due Paesi Democratici (la Francia e gli Stati Uniti d’America rispettivamente) hanno commesso delle atrocità a danno di popolazioni civili che non sono state meno terribili di quelle perpetrate a Gaza, e che tuttavia non sono state classificate come genocidi. Si tratta nella fattispecie della guerra di Algeria (1954-1962) e della guerra del Vietnam (1965-1973).
L’affermazione di Sand è inaccurata. Ben Kiernan, uno dei più eminenti studiosi al mondo dei genocidi, ha stimato nel suo libro del 2007 “Blood and Soil: A World History of Genocide and Extermination from Sparta to Darfur” che nel corso dell’occupazione coloniale dell’Algeria da parte della Francia (periodo dal 1830 al 1875) un numero di cittadini Algerini compreso tra i 500.000 e 1 milione è morto per fame, malattie o uccisioni intenzionali. Kiernan interpreta il colonialismo degli invasori in Algeria come il fattore che ha portato al genocidio locale, che vede simile a quello causato dall’occupazione coloniale e dagli insediamenti stranieri condotti nel Nord America e in Australia. Leo Kuper, uno studioso appartenente alla prima generazione di ricercatori sui genocidi, ha sostenuto nel suo libro del 1982 “Genocide: Its Political Use in the Twentieth Century" che le atrocità commesse dai francesi nella guerra di Algeria possono essere definiti “massacri di natura genocida”; tuttavia, non erano rispettati i criteri per poterli definire incontrovertibili genocidi conclamati.
Per quanto riguarda il caso della guerra del Vietnam, Sand è stato addirittura meno accurato. Nel 1966 il “Tribunale Russell”, un ente non ufficiale voluto dalla volontà del filosofo britannico Bertrand Russell, intraprese una serie di indagini, valutazioni e divulgazioni di supposte imputazioni di crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti nel corso della guerra del Vietnam. Questa istituzione di ricerca voluta dal filosofo Russell accoglieva al suo interno rinomati intellettuali, politici e attivisti, tra i quali l’autrice femminista Simone de Beauvoir, la figura politica italiana di Lelio Basso, e l’eroe di guerra jugoslavo, combattente partigiano e attivista per i diritti umani, Vladimir Dedijer.
Questo tribunale pubblico concluse che le azioni militari degli Stati Uniti in Vietnam costituivano un genocidio, e questo in base al dettato della Convenzione ONU del 1948 sulla Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio. Le azioni prese in esame sono costituite anche in bombardamenti e uccisioni di civili, nell’utilizzo di armi proibite, torture ed abusi su prigionieri di guerra e nella distruzione di siti storici e culturali.
Allo stesso modo in cui molte persone contestano che ciò cui hanno assistito è stato un insufficiente riconoscimento internazionale delle atrocità commesse da Hamas che hanno scatenato la guerra attualmente in corso, anche gli accertamenti del Tribunale Russell furono oggetto di critiche, perché supposti non aver considerato adeguatamente anche i crimini di guerra commessi dai Viet Cong e dal Vietnam del Nord nei confronti dei cittadini del Vietnam del Sud.
In ogni caso, riconoscere le atrocità commesse dai Viet Cong e da Hamas non elimina il bisogno di definire con precisione sia quanto gli Stati Uniti hanno commesso in Vietnam, sia ciò che le Israel Defense Forces hanno commesso a Gaza.
Il Tribunale Russell ha portato la discussione sul genocidio verso nuove linee di approfondimento. Kuper ha sostenuto che i bombardamenti strategici, al pari delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki (nel 1945) e i bombardamenti degli Alleati di Amburgo e Dresda (nel 1943 e nel 1945 rispettivamente) potevano essere considerati atti di genocidio perché in ciascuno di tali casi l’intenzione era quella di eliminare i civili. Se è vero che Israele non ha sganciato una bomba atomica su Gaza (nonostante la proposta di farlo espressa dal Ministro per il Patrimonio Culturale), le recenti azioni nella guerra di Gaza si sono spinte oltre precise linee rosse che precedentemente Israele era stata attenta a non superare.
Una ricerca condotta da Yuval Abraham è pubblicata nel numero di Aprile della rivista “+972”, e successivamente suffragata da un’indagine separata condotta dal “Washington Post”, ha rivelato che le Israel Defence Forces stavano impiegando l’intelligenza artificiale nei propri bombardamenti a Gaza, cosa che ha incrementato il danno inflitto ai civili innocenti.
Questa macchina tecnologica, praticamente, creava senza pausa sempre nuovi bersagli. In alcuni casi, è stata decisa e portata a termine l’uccisione di 300 non-combattenti per colpire un solo leader di Hamas.
Applicando meccanicamente questa logica, tutti i residenti a Gaza possono diventare bersagli legittimi. Di fatto, secondo la meticolosa e impressionante mole di dati raccolta dallo storico Dott. Lee Mordechai sul suo sito internet “Witnessing the War”, si può stimare che la quota di vittime non-combattenti registrate a Gaza si aggira tra il 60 e l’80%, un valore che supera qualsiasi rapporto-limite precedentemente tollerato dalle Israel Defense Forces, e che è anche superiore a quelli registrati in qualsiasi altro conflitto armato occorso nel ventunesimo secolo. Questi dati sono la prova di una politica che permette di fatto l’effettuazione di un genocidio.
Ad ogni modo, la principale difficoltà nel poter equiparare le definizioni di uccisioni di massa a quella di genocidio consiste nel riuscire a provare un concreto intento soggiacente. La Convenzione del 1948 dell’ONU sul Genocidio richiede che venga dimostrata l’esistenza di “un intento di distruggere, parzialmente o in toto” il gruppo di persone che è vittima di una distruzione, il quale può essere una qualsiasi comunità nazionale, religiosa, etnica o razziale. Il concetto dell’intento è stato inserito nella Convenzione in parte anche per il mutuo interesse degli Stati Uniti e dell’URSS che, durante il periodo della Guerra Fredda, temevano di potersi trovare al banco degli imputati della Corte Penale Internazionale (“International Court of Justice – ICJ”) per azioni violente che avevano commesso in passato o che avrebbero potuto commettere in futuro.
La Corte Penale Internazionale rappresentava un’istituzione dalla rilevanza ancora relativamente marginale durante tutto il corso della Guerra Fredda. Di fatto, la prima volta che un Tribunale Penale Internazionale ha condannato qualcuno per il reato di commesso genocidio è stata a carico di Jean-Paul Akayesu, che fu condannato all’ergastolo nel 1998 per il suo ruolo attivo nel genocidio del 1994 della popolazione Tutsis nel Rwanda.
La Corte Penale Internazionale è solita muoversi con estrema cautela prima di arrivare a stabilire che un genocidio è stato commesso con certezza. La Corte di Appello che ha condotto il processo sul genocidio dei Bosniaci Musulmani perpetrato nel 1995 a Srebrenica per mano dei Bosniaci Serbi ha scandagliato nel dettaglio i fatti accaduti inerenti la distruzione parziale o totale della popolazione colpita (vedo quanto già menzionato nella sopraccitata Convenzione ONU), e nella sua sentenza ha stabilito che nel caso si stia trattando di una parte di popolazione oggetto di assassini di massa, tale parte deve essere ben distinta e definita, e che la sua eliminazione deve mettere a repentaglio l’esistenza dell’intero suo gruppo originario (per poter parlare di “genocidio”, ndr.)
In due sue deliberazioni emesse sulla guerra in ex-Jugoslavia, la Corte Penale Internazionale ha stabilito che, per poter provare “l’intento di distruggere”, le azioni e i comportamenti devono essere di portata tale da non lasciar adito ad alcuna altra possibile interpretazione razionale. In altre parole, non è sufficiente che “l’intento di distruggere” sia la più plausibile spiegazione delle azioni in questione; si deve anche riuscire a mostrare che non esiste alcuna altra ragionevole interpretazione possibile.
Così, quando nel 2015 si trovava a disciplinare nel merito di una causa legale mossa dalla Croazia contro la Serbia, la Corte Penale Internazionale, abbracciando la tesi che la Serbia avesse effettivamente commesso un genocidio nella guerra contro la Croazia degli anni ’90, concluse che entrambe le parti avevano commesso atti di uccisone e di violenza durante il conflitto. Nonostante ciò, i crimini commessi non soddisfacevano il raggiungimento della soglia (di estensione e gravità, ndr.) richiesta per poter decretare che un genocidio fosse stato effettivamente commesso. Il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia si è trattenuto dal definire genocidio qualsiasi fattispecie di violenza che era stata effettivamente commessa durante la guerra, fatta eccezione per il massacro di Srebrenica del 1995 commesso sai Sebi Bosniaci ai danni dei Serbi Musulmani e nel quale 8000 uomini furono uccisi mentre le donne e i bambini furono forzatamente fatti migrare.
Ai soldati dispiegati nel corridoio di Netzarim che stanno uccidendo persone innocenti non è stato dato alcun ordine esplicito di farlo; ma coloro che compiono tali assassini (ei non si tratta solamente di soldati) comprendono perfettamente che nessun danno sarà loro fatto a causa di questo loro operato.
Si può sostenere l’esistenza di un intento (a commettere genocidio) nel caso della guerra contro Gaza? A parte l’idea di utilizzare ordigni atomici, i politici israeliani, tra i quali il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Presidente Isaac Herzog e il precedente Ministro della Difesa Yoav Gallant – assieme ad ufficiali militari di lungo corso - hanno espresso molteplici dichiarazioni nelle quali si evinceva un intento genocida e che sono state tutte documentate: “Non esistono innocenti a Gaza”, “Metteremo in atto una seconda Nakba”, “Dobbiamo distruggere Amalek”, e altre di questo tenore. Tuttavia, in generale, il concetto dell’ “intento” è altamente problematico. William Schabas, uno dei ricercatori in giurisprudenza più autorevoli sul tema del genocidio, affronta la disamina di questo complesso concetto nel suo importante libro “Genocide in International Law: The Crime of Crimes – Il Genocidio secondo la Legge Internazionale: Il Crimine dei Crimini (2000)”; in questa sua opera, l’autore analizza le decisioni di vari tribunali speciali internazionali che hanno giudicato gli artefici di genocidi in Rwanda e in Yugoslavia.
La prova dell’intento richiesta per poter condannare per genocidio tanto una singola persona fisica quanto uno Stato, spiega Shabas, richiede un lavoro molto più vasto, impegnativo e complesso di quello che solitamente è necessario in un ordinario processo penale per assassini. In particolare, quando il caso dibattuto riguarda uno Stato – quali sono i parametri che possono essere considerati espressione dell’intento di quello stesso Ente sovrano integrale? Quando gli esecutori criminali sono persone che rilasciano discorsi, dichiarazioni, ordini di chiara matrice genocida è più facile accertare il loro intento sottostante. In assenza di espressioni verbali di tale tipo, la parte accusante deve affidarsi sull’evidenza del crimine stesso e sulla determinazione che ha spinto i criminali a commettere le loro uccisioni, una determinazione che deve riflette chiaramente un chiaro intento di distruggere tutto il gruppo-vittima. La Corte che ha istruito e dibattuto il processo per il genocidio in Rwanda ha sentenziato che l’intento genocida può essere dedotto dalle stesse azioni criminali prese in esame, “dalla loro estensione a livello di massa e dal carattere sistematico delle loro atrocità”.
Nel contesto di Gaza, Shabas ritiene che l’ipotesi di accusa di genocidio a carico di Israele, inoltrata alla Corte Penale Internazionale dalla Repubblica Sudafricana assieme ad altri 14 Paesi unitisi all’interpellanza, abbia solide basi, alla luce sia delle innumerevoli dichiarazioni di matrice genocida espresse da decisori israeliani, sia della natura stessa delle azioni commesse. Tra tali azioni è compresa la sistematica induzione della carestia e delle conseguenti morti per fame nella popolazione di Gaza, le distruzioni di intere sovrastrutture, la pulizia etnica nell’area Nord della Striscia, i bombardamenti di aree individuate come “sicure”, e altro ancora.
Molte istanze di genocidio sono risultate verificarsi in tempi moderni a seguito di prolungati conflitti tra gruppi artefici dei crimini e quelli delle loro vittime. Ad esempio, precedentemente al genocidio degli armeni ad opera degli ottomani, iniziato nel 1915, gli armeni stessi si erano ribellati alla tirannia ottomana e alla sua repressione delle proprie aspirazioni nazionalistiche, e furono perpetrati atti di terrorismo contro lo Stato già a partire dalla fine del diciannovesimo secolo. La popolazione Herero nativa del Sudovest dell’Africa (e più precisamente della regione che oggi è della Namibia) si ribellò contro il governo imperiale tedesco (che in risposta la sterminò quasi completamente) dopo che quella stessa potenza coloniale aveva attuato politiche mirate all’eliminazione dei mezzi di sostentamento della popolazione locale (mandrie di bovini).
Gli Hutu hanno perpetrato le uccisioni di massa dei Tutsi in Rwanda nel 1994 a seguito di anni e anni di conflitto originatosi dai privilegi concessi agli stessi Tutsi della legge coloniale belga dopo la Prima Guerra Mondiale. In questo contesto, è essenziale notare come la maggior parte degli atti di genocidi vengano percepiti dai loro esecutori come azioni di auto-difesa dalle proprie vittime. Anche il conflitto Israelo-Palestinese rientra senza dubbio in questo impianto esplicativo; il genocidio a Gaza è visto dalla maggior parte degli Israeliani come una guerra di difesa avviata a partire dall’atroce attacco di Hamas.
Il concetto di genocidio non deve necessariamente conformarsi al paradigma nazista, che individuava in ogni singolo ebreo un nemico che doveva essere eliminato. Inoltre, il genocidio non si manifesta mai in maniera lineare, e in seno ad esso coesistono spesso processi contraddittori.
Ad esempio, se da una parte in vaste aree dell’impero ottomano gli armeni venivano deportati, in alcune città principali quali Izmir e Istambul essi non erano quasi per niente interessati dallo stermino. In alcuni casi Heinrich Himmler, l’architetto della Soluzione Finale nazista, in particolari frangenti e in specifiche aree sospese temporaneamente lo sterminio degli ebrei a seguito di alcune valutazioni economiche e diplomatiche, considerazioni che aprirono qualche spiraglio ad azioni di soccorso. Analogamente, Israele ha concesso l’ingresso di qualche aiuto umanitario a Gaza (spesso utilizzati dallo stesso Israele per foraggiare bande criminali locali), anche se allo stesso tempo continuava ad uccidere civili nella Striscia.
In quasi tutti i casi gli ordini di effettuare uccisioni di massa sono vaghi, elusivi, e si prestano ad interpretazioni non univoche. Ciò si è verificato anche nel contesto della Soluzione Finale nazista. Lo storico britannico Ian Kershaw, nel suo libro “Scelte fatali: le decisioni che hanno cambiato il mondo. 1940 – 1941” – “Fateful Choices: Ten Decisions That Changed the World. 1940 - 1941” spiega che l’affermazione che vi fosse una decisione di compiere uno sterminio può essere fuorviante, in quanto può indurre l’impressione che vi sia stato un momento storico preciso nel quale è stato emesso l’ordine di commettere un genocidio. Nessun ordine esplicito di stermino è stato di fatto diramato in nessun grado della gerarchia militare, dal vertice presieduto da Aldolf Hitler fino ai ranghi inferiori.
Piuttosto, alla montante “escalation” (dell’azione distruttiva su larga scala) ha contribuito tutta una serie di complesse interazioni che hanno dato il via libera al regolare incremento di misure violente, di segnali di approvazione di atti omicidi e di molte iniziative partite dal basso nella società. Solo in una fase successiva questo complesso processo si è cristallizzato in una chiara risoluzione il cui impatto si rese ben visibile sul campo. Anche in questo caso l’analogia con ciò che sta accadendo a Gaza è rilevante.
Yaniv Kubovich, in un’edizione di Haaretz di Dicembre, ha riportato un’agghiacciante testimonianza di ciò che era successo lungo il corridoio di Netzarim a Gaza. Chiunque avesse valicato il limite di una linea immaginaria accedendo a questa “zona di uccisione”, si fosse trattato di persone armate o di semplici civili, veniva freddato sul colpo dalle forze israeliane. La violenza arbitraria regna in un posto in cui chiunque può sparare a qualsiasi passante palestinese, e dove ogni vittima, finanche bambina, è classificata come terrorista; la stessa cosa accadeva ad ogni giovane o anziano ucciso dalla Wehrmacht nei villaggi del profondo dell’URSS durante la Seconda Guerra Mondiale, e che veniva etichettato come partigiano che meritava la morte. Nessuno ha mai dato ordine esplicito di uccidere civili nel corridoio di Netzarim ai soldati che pure stanno commettendo tali omicidi. Coloro che compiono queste uccisioni (e non si tratta certamente solo di soldati) sono consapevoli che non subiranno alcun danno per questi loro crimini. Una combinazione varia di indizi del tipo già indicato precedentemente (provenienti da politici e ufficiali militari quali il Brig. Gen. Yehuda Vach), assieme al permanere di uno stato di illegalità nei ranghi inferiori della gerarchia, costituisce il presupposto necessario perché il genocidio venga perpetrato.
“La maggior parte degli atti di genocidi vengano percepiti dai loro esecutori come azioni di auto-difesa dalle proprie vittime. Anche il conflitto Israelo-Palestinese rientra senza dubbio in questo impianto esplicativo.”
Nel Marzo del 2022, mentre teneva un discorso presso il Museo alla Memoria dell’Olocausto negli Stati Uniti, il Segretario di Stato Antony Blinken ha affermato che gli Stati Uniti consideravano genocidio le azioni commesse dal Myanmar contro la popolazione musulmana Rhoingya di quella nazione. Blinken ha spiegato di aver scelto di fare tale dichiarazione presso il Museo dell’Olocausto in quanto le lezioni trasmesse dall’Olocausto stesso sono rilevanti ancora oggi. In quell’occasione nessuno si è sentito scandalizzato del fatto che Blinken potesse aver banalizzato l’Olocausto con quella sua affermazione, né fu sostenuto che egli non avrebbe dovuto fare quel paragone. In aggiunta all’Olocausto, quello citato da Blinken è l’ottavo sterminio ad essere stato ufficialmente riconosciuto come genocidio dagli Stati Uniti. Gli altri casi sono il genocidio degli armeni, la carestia Holodomor nell’Ucraina degli anni ’30, il genocidio ad opera dei Khmer Rossi in Cambogia negli anni ’70, i genocidi di Rwanda, Srebrenica e Darfur e il genocidio perpetrato dall’ISIS a danno degli Yazidis in Iraq un decennio fa. Molto recentemente, per la precisione il 9 Gennaio, l’amministrazione Biden (sempre per voce del Segretario Blinken) ha riconosciuto ufficialmente un decimo caso di genocidio, quello che è attualmente in corso per mano del gruppo armato delle Forze di Supporto Rapido nella brutale guerra civile che sta affliggendo il Sudan, esplosa dopo la caduta del Presidente Omar al-Bashir nel 2019.
In Myanmar, a partire dal 2016, sono stati espulsi verso il Bangladesh circa 850000 resident Rohingya, e circa 9000 di loro sono stati uccisi. Ciò significa che non vi è stata un’eliminazione fisica di tutti i Rohingya, quanto piuttosto di una piccola porzione di quel gruppo etnico. Attualmente, presso la Corte Penale Internazionale, sono in corso le audizioni inerenti una causa legale contro il Myanmar. La causa è stata mossa dal Gambia, al quale si sono unite diverse altre nazioni, comprese la Germania e il Regno Unito. Le dichiarazioni proferite dagli ufficiali del Myanmar che possono rivelare l’intento di quel Paese di sterminare la popolazione Rohingya sono deboli e occasionali, se paragonate al diluvio di dichiarazioni udite provenire da molte sedi politiche, dalla società, da canali mediatici e militari israeliani, le quali evidenziano un’estrema disumanizzazione dei palestinesi e il desiderio di un loro esteso sterminio. Un genocidio consiste in ogni tipo di azione che porti alla distruzione della capacità collettiva di esistere, e non necessariamente al suo totale annichilimento.
È stato stimato che a Gaza siano state uccise circa 47000 persone, e che ne siano state ferite 110000. Il numero di persone rimaste sepolte sotto le rovine non potrà mai essere conosciuto con precisione. La grande maggioranza delle vittime sono non combattenti. Secondo le Nazioni Unite, il 90% della popolazione di Gaza è stata costretta più volte a trasferirsi di residenza nella Striscia e sta attualmente sopravvivendo in condizioni inumane che non fanno altro che aumentare il tasso di mortalità. Gli assassini di bambini, le morti per denutrizione e la distruzione delle infrastrutture, compresi i centri per le cure sanitarie, della maggior parte delle case private, compresa la cancellazione di interi centri abitati e città quali Jabalya e Rafah, la pulizia etnica nella porzione nord della Striscia, la distruzione di tutte le Università di Gaza, della maggior parte degli enti culturali e delle moschee, l’annientamento del governo locale e delle infrastrutture amministrative, le fosse comuni, la distruzione della produzione locale di cibo e della distribuzione di acqua fresca, tutti questo fatti delineano la chiara immagine di un genocidio. Gaza, in qualità di entità umana e nazionale collettiva, non esiste più. Proprio questo è il quadro preciso di un genocidio.
Una volta che la guerra sarà finita, noi israeliani dovremmo guardarci allo specchio, uno specchio che ci manderà il riflesso di una società che non è stata in grado di proteggere i suoi cittadini dall’attacco omicida di Hamas, che ha trascurato le proprie figlie e i propri figli sequestrati, ma che ha anche commesso a Gaza tutti gli atti sopra elencati – questo genocidio macchierà la storia ebrea da adesso e per sempre. Abbiamo bisogno di accettare la realtà e comprendere la profondità dell’orrore che abbiamo inflitto.
Quel che sta accadendo a Gaza non è l’olocausto. In questa Striscia non c’è alcuna Auschwitz né alcuna Treblinka. Tuttavia vi è un crimine in corso che appartiene ad un’unica famiglia – un crimine di genocidio.”
I professori Daniel Blatman e Amos Goldberg sono storici specializzati in Olocausto e studi sui Genocidi presso l’Università Ebrea di Gerusalemme.
Link articolo originale:
https://archive.ph/2025.01.30-225242/https://www.haaretz.com/israel-news/2025-01-30/ty-article-magazine/.highlight/theres-no-auschwitz-in-gaza-but-its-still-genocide/00000194-b8af-dee1-a5dc-fcff384b0000