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Credere obbedire combattere?

Credere obbedire combattere?

Trovo casualmente questo testo su "Staffette Partigiane" che va letto interamente. Mi limito a metterne una parte: "Oggi nelle scuole italiane sta circolando un questionario rivolto ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni.

Titolo: “Guerra e conflitti”.

Lo promuove l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, quella guidata da Marina Terragni, nominata dai presidenti di Camera e Senato, Fontana e La Russa.

Fin qui, nulla di strano.

Poi leggi una delle domande e senti un brivido: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione?”

A me dispiace, ma questa non è una domanda.

È una costruzione mentale già impacchettata, che suggerisce la risposta prima ancora che il ragazzo possa ragionare.

Si parte con un’ipotesi (“se il mio Paese entrasse in guerra”) che non è neutra: è un “condizionale emotivo”, che spinge implicitamente a immaginare un dovere morale.

Poi arriva la parola chiave: responsabile. Una parola pesante, enorme, perfetta per far sentire in colpa chiunque osi pensare il contrario.

Infine il colpo di scena: arruolerei.

Come se un ragazzo di 15 anni dovesse già associare la responsabilità alla disponibilità a combattere, senza nemmeno sapere perché, per chi, contro chi.

E dopo aver messo sul tavolo questa miscela emotiva, arriva la domanda che dovrebbe sembrare innocente:

“Quanto sei d’accordo?”

La verità è che la costruzione induce un “sì” per inerzia.

Non chiede un’opinione: accompagna verso una posizione.

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Post su Facebook del 12 dicembre 2025