“Il Disturbo da Stress Post-Traumatico (“PTSD”) è veramente una brutta bestia; e le persone che ne sono affette perdono la speranza perché nessuno può cambiare ciò che è accaduto loro. Desidero dare un messaggio di speranza ai pazienti che ne soffrono perché, di fatto, ci sono terapie che aiutano. È per questo motivo che ci troviamo tutti qui riuniti – spiega Barbara Rothbaum. Dottoressa di Ricerca e Direttore Esecutivo del “Emory Healthcare Veterans Program – Programma Emroy per la Salute dei Veterani di guerra”, durante un incontro in diretta Instagram con il “Wounded Warrior Project” (“Progetto Combattenti Feriti”). Nella mia vita, mi sono dedicata alle cure per persone affette da PTSD e alla ricerca di trattamenti migliori sin quasi dal momento in cui tale disturbo è stato ufficialmente riconosciuto e classificato.”
Alla Dott.ssa Rothbaum si sono uniti tempo fa il Dott. Dr. Erin Fletcher, Direttore della “Rete di Supporto ai Combattenti” del “Wounded Warrior Project - Progetto Combattenti Feriti”, e Tonya Oxendine, veterana dell’Aviazione Militare e successivamente professionista certificata presso la stessa “Rete di Supporto ai Combattenti” (“Warrior Care Network”). Questi tre professionisti si sono incontrati proprio mossi dall’intento comune di approfondire il tema del Disturbo da Stress Post-Traumatico, i trattamenti attualmente disponibili, e di implementare la “Rete di Supporto ai Combattenti” cercando di far superare lo stigma che circonda questa patologia mentale e aumentare la consapevolezza su modalità di trattamento che non sono assolutamente costose, sono supportate da evidenze scientifiche sperimentali, e garantiscono tutta la dovuta riservatezza agli assistiti. Si tratta di approcci terapeutici elaborati specificatamente per veterani di guerra e membri dei servizi militari che sono rimasti affetti da “ferite invisibili”.
Cos’è il “PTSD – Disturbo da Stress Post-Traumatico”?
- Dr. Rothbaum: “Consideriamo il PTSD come un tipo di <<Disturbo da Evitamento” per il fatto che le persone che ne soffrono tentano di fare di tutto per evitare situazioni in grado di rievocare i traumi subiti. Un modo per farsi un’idea del PTSD è quello di considerarlo una sorta di “possessione” continua operata da eventi che sono occorsi nel passato del paziente. La natura “predatoria”, pari a quella di un’entità che “bracca” costantemente, prende la forma di incubi notturni, ricorrenti pensieri intrusivi, attacchi di panico e disregolazioni del sonno. In generale, le persone affette da PTSD sono iper-vigili e si sentono come animali in un mondo che pullula di predatori. Come conseguenza di questo stato, il loro ambienta di vita si fa molto ristretto: un effetto naturale del loro sforzo continuo di evitare qualsiasi esperienza avvertita come minacciosa. Per questi pazienti può diventare molto difficile continuare a lavorare, come anche interagire con i propri familiari, o anche uscire di casa. Uno dei veterani da noi assistiti ci disse di aver spostato il frigorifero nella propria camera da letto così da non dover lasciare questa stanza.
- Oxendine: “Quando mi trovavo alle prese con il mio PTSD, sentivo come se mi trovassi su un ring di pugilato a combattere contro un peso massimo; continuavo a “prenderle” e ad essere “mandata al tappeto”. Non desistevo dal mio intento di rialzarmi, di riprendermi. Sapevo che avevo bisogno di riuscire a farlo, tuttavia non ci riuscivo mai in modo definitivo, perché sembrava ci fosse sempre qualcosa pronto a colpirmi e buttarmi giù. Tutto questo era un pesante fardello che dovevo affrontare. Non era per niente una sensazione bella. Non trovavo un posto sicuro. Dopo nove anni di mie lotte continue, sono arrivata ad un punto in cui dovevo afferrarmi a qualsiasi situazione potesse portarmi a chiedere aiuto.
La cura che può aiutare a guarire le ferite invisibili
- Dr. Rothbaum: Il PTSD è un disturbo da evitamento, e la popolazione militare ne risulta particolarmente suscettibile. I nostri veterani e il personale in servizio nelle forze armate vengono addestrati a non dare adito a risposte emotive forti in conseguenza ad eventi traumatici. C’è bisogno di questo nelle zone di combattimento. Chi vi è coinvolto non vuole cadere preda di forti risposte emotive derivanti da ciò che accade nelle vicinanze. Tuttavia, prima o poi, si è costretti a restare umani e a processare emotivamente i fatti che ci hanno coinvolto. Questo è il tipo di elaborazione che permette agli eventi traumatici di restare a far parte della propria storia passata, senza che facciano sentire il loro “fiato sul collo” nel proprio presente “infestandolo” letteralmente. Sulla base di questa dinamica, aiutiamo i pazienti a confrontarsi con le proprie memorie, ma con modalità terapeutiche grazie alle quali il ricordo degli incidenti passati diviene più agevole e non rappresenta più un contenuto mnestico terrificante e paralizzante. Sicuramente, un trauma rappresenta un evento che non dovrebbe mai essere capitato, che non dovrebbe capitare a nessuno. Il suo ricordo non sarà mai piacevole, ma non è destinato a rimanere per forza un contenuto esplosivo pronto ad esplodere non appena lo si sfiora.
La realtà virtuale come strumento dagli effetti tangibili
- Dr. Rothbaum: personalmente, apprezzo in modo particolare il metodo esperienziale dell’esposizione a contesti di realtà virtuale come forma di terapia, rivolta in particolar modo a veterani di guerra e personale in servizio alle forze armate. Questo perché tali soggetti sono generalmente davvero abili nel distaccarsi dalle proprie emozioni, tanto da poter parlare dei loro ricordi tranquillamente senza provare stati mentali sofferti. Tuttavia, nei contesti della realtà virtuale, è ben più difficile evitare il ripresentarsi del trauma, visti i potenti stimoli percettivi cui si viene esposti.
A livello pratico, quel che facciamo è ricreare gli eventi materiali vissuti così come ci vengono raccontati dal paziente, come ad esempio il seguente: “Sto guidando sulla via di ritorno alla base e un IED colpisce frontalmente il mio veicolo sul lato destro. Tutto intorno si riempie di fumo” – ecco: questo è uno scenario che possiamo agevolmente ricreare. Ovviamente, una tale situazione viene allestita in modalità che sia terapeutica e in un setting che garantisca un supporto: una modalità che permette agli eventi ricordati di diventare sempre più gestibili, col trascorrere del tempo. C’è da dire che non usiamo setting della realtà virtuale con tutti i pazienti affetti da PTSD, ma solo quando tanto il veterano preso in carico quanto il terapeuta ritengono sia utile.
- Oxendine: la mia prima reazione quando mi è stata proposta l’opzione della realtà virtuale è stata: <<No: questa cosa non la provo>>. Non volevo catapultarmi di nuovo nella situazione di caos e trauma originaria, ma alla fine sono contenta di averla provata. Ogni volta, venivo ricollocata nello stesso preciso scenario del trauma che ho subito, con le stesse immagini, gli stessi suoni, odori, e sullo stesso sedile che occupavo effettivamente. In tale situazione ho potuto tornare alla memoria dell’evento e parlarne apertamente, come se stesse accadendo in realtà, cosa che mi ha aiutato ad affrontare il trauma assieme al mio assistente sanitario. Il far parte di un gruppo di pari per le condivisioni è stato molto di aiuto, perché potevamo esprimere il livello di paura che provavamo e incoraggiarci a vicenda.
Il coinvolgimento dei familiari nel trattamento terapeutico.
- Oxendine: Il professionista sanitario che mi aveva in carico mi disse: “C’è bisogno di portare in seduta qui con te i tuoi figli, in modo che possiamo parlare insieme della terapia. Devono poter comprendere il processo che si sta svolgendo. Anche loro hanno bisogno che la loro mamma torni con loro.”
Così, anche i miei figli parteciparono a due sedute assieme a me, e sono contenta di questo. Sono riusciti a capire molto meglio ciò che mi stava succedendo, invece di dover dire cose come: “Oh, sai, la mamma è su in camera sua che piange”, oppure: “mamma non esce di stanza da quasi due giorni” e altre cose del genere. Così, un po’ alla volta, sono arrivati a comprendere meglio ciò che stavo attraversando e a provare maggiore empatia. Una famiglia che riesce a fare questo significa tantissimo.
- Dr. Rothbaum: Generalmente, ci sentiamo tutti soli quando proviamo dolore. Tuttavia, ci sono spesso molte persone che ci vogliono bene e che vogliono aitarli. Succede che a volte non sappiamo come lasciare che ci aiutino; e allora forse, Oxedine, portando con te in seduta i tuoi figli, sei stata in grado di lasciare che ti aiutassero, di sentire il loro sostegno e non sentirti poi così sola, è possibile?
- Oxendine: Si, è così. Da una parte sono da sola a trovarmi ad affrontare questa mia problematica, ma dall’altra anche loro ne vengono coinvolti, perché stanno cercando di trovare un modo per aiutare la loro mamma. Ricordo che una volta il mio figlio più giovane è sbottato dicendomi: “Mamma, devi riuscire ad alzare il c___o e andare a farti una doccia. Il Dottor Burton ha detto che da te ci si può aspettare che ti alzi ogni giorno e che tu esca a far passeggiare il cane. Non ho più intenzione di farlo io al posto tuo.” Di fatto, anche mio figlio stava utilizzando delle risorse e degli strumenti che mi facessero andare a vanti con successo.
Che consiglio ti sentiresti di poter dare a persone che stanno lottando per chiedere l’aiuto di cui hanno bisogno?
- Oxendine: So che è dura, specialmente quando non ci si vuole far vedere deboli, ma forse, se si parlasse in generale di più di questo disturbo, anche io avrei potuto chiedere aiuto prima. Dobbiamo smetterla di continuare a perderci in elucubrazioni, preoccupazioni, e iniziare un po’ alla volta a fare le cose che ci spaventa fare; perché una cosa posso dirtela con certezza, e cioè che sto vincendola, la mia battaglia, e che sto tornando ad amare la vita. Tutto questo coinvolgendomi attivamente nella mia malattia. Mi trovo ancora a dover lottare, a volte, ma oggi ho maturato le abilità per ergermi sicura in piedi e affrontare quel “peso massimo” che prima continuava a mandarmi al tappeto. Bisogna affrontarle faccia a faccia, certe cose.
Dr. Rothbaum: ci vuole coraggio ad assumersi certe responsabilità personali, come ad ammettere di aver bisogno di aiuto e di una terapia appropriata.”
Per consultare questo articolo in versione inglese originale, reperire nella sua parte finale informazioni sulla “Warrior Care Network” e i professionisti che vi lavorano, visitate: https://www.emoryhealthcare.org/stories/veterans-health/ptsd-is-a-battle-worth-winning
[Traduzione Andrea De Casa]