Come approfondimento alla nonviolenza, pubblichiamo insieme le interviste, realizzate singolarmente da Paolo Arena e Marco Graziotti, della redazione di "Viterbo oltre il muro a Paolo Bertagnolli, Vincenzo Puggioni, Marta Ghezzi, Catiuscia Barbarossa, Tiziano Cardosi, Francesca Fabbri e Daria Dibitonto.
Spazio di informazione nonviolenta", un'esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che si svolgono settimanalmente a Viterbo.
Questo ciclo di interviste verrà utilizzato nei momenti formativi realizzati dall'Associazione.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Come è avvenuto il suo accostamento alla nonviolenza?
Paolo Bertagnolli: Da molti anni, non so nemmeno io da quando, ho considerato la guerra e la violenza risposte umane assolutamente condannabili; ne consegue che la nonviolenza mi ha sempre affascinato.
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Vincenzo Puggioni: In reazione alla violenza strutturale di questa società e di questo sistema; violenza economica, politica, psicologica e non ultima fisica. Violenza militare e, attraverso questa, controllo del potere dei potenti sui non potenti, degli abbienti sui poveri. Arriverei all’assurdo di dire che fa quasi più male un missile in arsenale che non lanciato, perché "impone" le regole, cioè paura e sottomissione.
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Non avevo fatto il militare dunque non avevo potuto essere obiettore, mi domandavo come poter comunque fare qualcosa e scelsi l’obiezione fiscale alle spese militari. L’abbandonai quando, capito che si era arrivati all’obiettivo (i primi casi di rimborso, dunque il riconoscimento politico), ne dedussi che mancava la capacita di gestire questa iniziativa.
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Marta Ghezzi: Vengo dall'esperienza del '68, che non ho rinnegato perché per me è stato un periodo positivo, in cui ho scoperto anche la violenza, perlomeno verbale, ma poi col tempo mi sono accostata alla nonviolenza soprattutto grazie alla frequentazione di movimenti femministi, pacifisti, i social forum, ecc.
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Catiuscia Barbarossa: Credo attraverso la conoscenza dell'attività di Gandhi.
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Tiziano Cardosi: È avvenuto in gioventu', a seguito del mio impegno religioso che prevedeva l'opposizione alla guerra (area Tartaglia).
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Francesca Fabbri: Mah, non ricordo. Forse proprio con le letture scolastiche su Gandhi.
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Daria Dibitonto: Da piccola, direi con la mia formazione cristiana e attraverso l’esempio gandhiano, che mi ha segnata da quando ho appreso la sua storia. L’incontro vero e proprio con il movimento nonviolento è avvenuto attraverso un bellissimo campo di lavoro dedicato alle danze popolari (sono appassionata di tutti i tipi di danza) organizzato dal Mir (Movimento Internazionale per la Riconciliazione) del Piemonte nel 2002.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali personalità' della nonviolenza hanno contato di più' per lei, e perché'?
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Paolo Bertagnolli: Sono cattolico e, pertanto, la personalità che più ha contato per me è Gesù di Nazaret, ma prescindendo da quello che è il vero prototipo, mi hanno sempre affascinato Gandhi, Martin Luther King e, per rimanere in Italia, Capitini ed altri che non sto a nominare.
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Vincenzo Puggioni: Più d’una. Come esempi mi sento di portare quello di un grande come Gandhi nell’India colonizzata, quello di un Yunus con la sua esperienza del microcredito o di un don Milani contro un certo modo di educare e di comprendere la pace. Persone che hanno deciso di cambiare la realtà affrontandone i rischi, in situazioni totalmente diverse ma con la stessa voglia di arrivare alla ricerca della verità dunque alla realizzazione della giustizia. Di fronte ad una violenza strutturale e strutturata, sia essa militare o intellettuale, bisogna reagire presentandosi a mani nude, con la sola potenza della testa e del cuore.
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Marta Ghezzi: I personaggi che più mi hanno affascinato sono don Lorenzo Milani, Mohandas K. Gandhi, Martin Luther King, mons. Helder Camara, don Tonino Bello, don Albino Bizzotto.
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Catiuscia Barbarossa: Gandhi sicuramente perché ho subito sentito le sue parole e la sua testimonianza molto fortemente. In seguito le altre persone del passato (Simone Weil, Martin Luther King, Danilo Dolci...) ma anche i testimoni viventi che ho avuto la fortuna di conoscere...
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Tiziano Cardosi: A parte Gandhi direi Tutu, soprattutto per il loro impegno di lotta. E Capitini per la sfera etica che avvolge tutto il mondo del vivente.
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Francesca Fabbri: Gino Strada. Con tutte le sue particolarità è molto concreto e molto idealista allo stesso tempo.
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Daria Dibitonto: Senz’altro Gandhi, perché alla finezza di pensiero si accompagna il coraggio di agire e la saldezza della coerenza. Madre Teresa di Calcutta, perché il suo sacrificio, la sua umiltà e la sua dedizione verso tutti i sofferenti sono un esempio senza eguali. Tuttavia la stessa filosofia, cui ho dedicato buona parte della mia esistenza, è stata per me una scuola di nonviolenza: pensare e discorrere, riflettere e confrontarsi, conoscere e capire per poi agire con saggezza. Per questo, vorrei indicare anche Juergen Moltmann - teologo ma anche filosofo - come maestro di nonviolenza, anzi, ancor più come maestro d’amore per il mondo e per Dio.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali libri consiglierebbe di leggere a un giovane che si accostasse oggi alla nonviolenza? E quali libri sarebbe opportuno che a tal fine fossero presenti in ogni biblioteca pubblica e scolastica?
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Paolo Bertagnolli: Oltre ai Vangeli, i discorsi di Martin Luther King; la vita di Gandhi, i numerosi scritti di don Tonino Bello, quelli di padre Balducci, di don Lorenzo Milani, sono solo alcuni; potrei aggiungere le raccolte de "La nonviolenza è in cammino" o gli scritti di Enrico Peyretti, ma anche "Mosaico di pace", e sono solo alcuni.
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Vincenzo Puggioni: Oltre agli scritti degli autori sopra citati, testimonianze che creano un solco dentro e costringono a confrontarsi con la propria vita, consiglierei gli scritti sulle diverse obiezioni al nazismo durante l’atroce seconda guerra mondiale; per esempio, la straordinaria organizzazione della società civile norvegese a cominciare dagli insegnanti.
Ancor prima di cosa mettere o lasciare nelle biblioteche, oggi mi preoccuperei prima e piuttosto che vengano lasciate in essere mantenendo intatta la memoria, perché troppo spesso sembra la storia non abbia ancora insegnato niente ad alcuno. Così come imporrei agli istituti scolastici di far parlare i testimoni, coloro che sono passati nella vita prima di chi ci si deve ancora immergere; mi sembrano questi passaggi fondamentali se davvero auspichiamo non scompaia la civilta'.
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Marta Ghezzi: I libri che per me hanno contato sono: Hans Kung e Josè Ramos Regidor, Con Cristo e con Marx, Rubini; Andrea Cozzo, Conflittualità nonviolenta, Mimesis; AA. VV., Senza volenza, L'Unita'; AA. VV., Agire la nonviolenza, Edizioni Punto Rosso; AA. VV. La politica della nonviolenza, Liberazione; Piero Sansonetti, Il manuale della nonviolenza, L'Unita'; Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo, Donne disarmanti, Intra Moenia.
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Catiuscia Barbarossa: Io dovessi dare un consiglio di questo genere attingerei alle bibliografie curate da Peppe Sini nel suo notiziario perché mi sembrano la fonte più precisa e completa.
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Tiziano Cardosi: Il potere di tutti e La compresenza dei morti e dei viventi, di Aldo Capitini. Libri oggi forse illeggibili, ma i cui contenuti mi paiono attualissimi. I libri di Giuliano Pontara, che sono ottimi manuali; poi tutta la nutritissima serie di testi di un grande, paziente ricercatore come Alberto L'Abate.
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Francesca Fabbri: I libri di Gino Strada: Pappagalli verdi, Buskashi.
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Daria Dibitonto: Tralascio i testi classici della nonviolenza per indicarne qualcuno meno tipico del movimento e tuttavia essenziale per riflettere sull’uomo (e su Dio): Pascal, Pensieri; Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa; Ernst Bloch, Spirito dell’utopia; Juergen Moltmann, Teologia della speranza e Il Dio crocifisso; Luigi Pareyson, Verità e interpretazione; Ugo Perone, Le passioni del finito; Josè Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo. E, naturalmente, ancor più fecondamente se li si rilegge dopo Saramago (la cui tesi forte, acuta, dolorosa è proprio la smisurata violenza di Dio), i Vangeli, canonici e apocrifi.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali iniziative nonviolente in corso oggi nel mondo e in Italia le sembrano particolarmente significative e degne di essere sostenute con più' impegno?
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Paolo Bertagnolli: Anche qui ne elencherò solo alcune: le azioni a sostegno della liberazione di Gaza dall’embargo israelo-egiziano; la denuncia di quanto avviene in Birmania; le denunce di Amnesty International; la battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua; insomma, tutte quelle azioni che cercano di sviluppare la giustizia nel mondo e denunciano la sopraffazione di alcuni sulla maggioranza.
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Vincenzo Puggioni: Difficile da dirsi come difficile da farsi. Oggi regnano soprattutto paura e repressione, mi sembra. Credo però da sempre alla resistenza ed alle azioni nonviolente, dunque spero che i gruppi presenti sul territorio sappiano, poco alla volta, recuperare la voglia di esserci per cambiare. Dalla fame nel mondo agli sprechi delle guerre, dalla violenza sugli immigrati alla negazione dei diritti basilari di ogni persona, dall’occupazione selvaggia degli spazi al maltrattamento degli animali io credo ci sia bisogno di riprendersi la strada per manifestare, incontrare, chiedere ragione e pretendere una presa di coscienza ed un cambiamento. Tutti, soprattutto oggi, non siamo più capaci di fare una singola iniziativa se non abbiamo il "pezzo di carta", eppure siamo cittadini a cui troppo spesso vengono negati diritti; perché nessuno, dal Sud della malavita organizzata al Nord dell’imprenditoria alla stessa capitale della burocrazia e spesso del malaffare non pensiamo di organizzare iniziative a sorpresa, organizzate a dovere ma che lascino il segno, neanche a dirlo "armati" solo di tenacia, un pizzico di coraggio e la testardaggine di arrivare all’obiettivo? Potranno sempre prendere a bastonate chi si presenta a mani nude se questi, vuote le tasche, portano con sè voglia di dialogo e necessità di cambiamento?
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Marta Ghezzi: Il movimento no-tav, quello di Vicenza contro le basi militari, le manifestazioni delle Donne in nero nei luoghi di conflitto.
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Catiuscia Barbarossa: Ritengo importanti le iniziative che riguardano il mondo dell'educazione e della formazione soprattutto nell'ambito quotidiano.
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Tiziano Cardosi: Ho la netta sensazione che tutte le lotte che partono dal basso e non sono eterodirette abbiano una forte componente nonviolenta. Nel mondo non saprei dove scegliere e non ho la conoscenza diretta di quel che accade. In Italia direi che il movimento neo-ambientalista è l'unica novità di rilievo.
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Francesca Fabbri: Per quanto ne so, non vedo molto.
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Daria Dibitonto: Le iniziative sono moltissime e fortunatamente si moltiplicano rapidamente - vorrei citare il lavoro di Avaaz, organizzazione internazionale che opera per lo più via internet nella raccolta di fondi e nella ricerca di membri, che opera come gruppo di pressione contro le scelte in largo senso “violente” dei governi dei paesi del mondo. È una strategia nuova e piuttosto efficace. Oltre a queste, ammiro in particolare Emergency in Italia, Medici senza frontiere nel mondo. Mi sembra tuttavia che il maggiore impegno dovrebbe essere impiegato nel coordinamento tra le azioni di ciascun gruppo, perché troppo spesso si rischia di disperdere le forze con una incredibile frammentazione di azioni e iniziative.
Paolo Arena e Marco Graziotti: In quali campi ritiene più' necessario ed urgente un impegno nonviolento?
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Paolo Bertagnolli: Le guerre in corso in Iraq, in Afghanistan, in Africa (quelle, in particolare, dimenticate); nel combattere la sperequazione tra paesi ricchi e paesi poveri.
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Vincenzo Puggioni: In tanti, direi tutti i campi, c’è troppa disuguaglianza e violenza, c’è troppo da una parte e quasi niente dall’altra. Direi che è proprio un dovere dell’essere umano, sia esso credente o meno, impegnarsi per e nella costruzione di un mondo più giusto, più equo. Bisogna risvegliare la coscienza delle persone, che spesso si occupano di un problema quando si trovano a viverlo, a volte quando passano dall’altra parte della barricata. Denaro e successo sono non solo banalità ma anche violenza, perché quel mio di più all’eccesso è la mancanza dell’essenziale per l’altro.
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Marta Ghezzi: L'impegno nonviolento deve partire dalle relazioni familiari e amicali, dove si devono agire i conflitti senza modalità violente, e successivamente nelle relazioni sindacali e politiche.
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Catiuscia Barbarossa: Il campo delle relazioni interpersonali mi sembra la base di tutto.
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Tiziano Cardosi: Nel progettare una società futura. I contenuti dell'omnicrazia dovrebbero diventare lo scheletro di ogni progetto sociale, il fine che muove tutte le vertenze.
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Francesca Fabbri: Prima di tutto le guerre e la normativa sulla vendita delle armi, ma non solo. È tutta la società ad essere violenta. Il mondo del lavoro è violento (4 morti al giorno, e feriti e malattie professionali... è un'altra guerra per il pane). È violento il rapporto tra i sessi. È violento lo stato delle cose e l'inattuazione della Costituzione e dei diritti fondamentali. È violento un paese cui non importa di cosa accade dentro le carceri.
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Daria Dibitonto: La dimenticata fame nel mondo e la povertà crescente - non solo materiale, ma anche intellettuale.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali centri, organizzazioni, campagne segnalerebbe a un giovane che volesse entrare in contatto con la nonviolenza organizzata oggi in Italia?
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Paolo Bertagnolli: Facendone parte, i "Centri pace" di Pax Christi; ma anche Amnesty, "Un Ponte per...", "La nonviolenza è in cammino", ecc.
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Vincenzo Puggioni: Ovunque si parli di nonviolenza ma non solo, la si pratichi, la si insegni. Certo non sette nè istituti di fanatici, certo non organizzazioni piccole o grandi dove c’è sempre chi deve comunque brillare e prevalere sugli altri. La nonviolenza è essere ancor prima che fare.
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Marta Ghezzi: Tra gli organismi più attivi segnalerei le iniziative dei Beati i costruttori di pace, le Donne in nero, Pax Christi, Libera.
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Catiuscia Barbarossa: Sicuramente il Centro di ricerca per la pace di Viterbo perché lo conosco, so che ci sono poi altri centri, organizzazioni o iniziative ma non ne ho un'esperienza diretta, oppure so che non garantiscono una certa continuita'. Un altro riferimento per me è poi il Cem di Brescia (rivista e convegno annuale)
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Tiziano Cardosi: Non saprei. Mi pare che i centri nonviolenti stiano soprattutto ad osservare le lotte degli altri piuttosto che a promuoverle. Direi loro di guardarsi intorno: non lontano troveranno cittadini che si autorganizzano.
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Francesca Fabbri: Emergency, perché unendo teoria e pratica, cioè praticando e non solo discutendo di diritti umani, non rischia mai di allontanare nessuno.
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Daria Dibitonto: Gli consiglierei di seguire un campo di lavoro su un tema a lui caro, o che in qualche modo lo incuriosisce. Per scegliere l’organizzazione, invece, gli consiglierei di informarsi prima frequentandone qualche incontro, per rendersi conto della sua impostazione e gestione. A Torino, ad esempio, è molto importante e fruttuoso il lavoro del Centro Studi per la Pace "Sereno Regis", dove si possono raccogliere tutte le informazioni necessarie a questo proposito e molti altri affini.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Come definirebbe la nonviolenza, e quali sono le sue caratteristiche fondamentali?
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Paolo Bertagnolli: La nonviolenza mi sembra possa essere sinteticamente indicata come: capacità di ascolto, disponibilità a trattare temi quali giustizia, pace, rispetto con chiunque sia disponibile ad affrontare questi temi; caratteristica fondamentale: l’uso della ragione, non dell’insulto o peggio.
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Vincenzo Puggioni: Riprendo la risposta di prima, è questa una domanda che mi mette spesso in crisi. Perché non penso ci possa essere un buon "tecnico" della nonviolenza non capace di viverla; ma, parimenti, creare attorno a sè ed insieme agli altri nonviolenza purtroppo non sempre ci fa poi diventare degli eterni disponibili al confronto o all’accettazione della violenza altrui. Non credo si tratti di una contraddizione, soprattutto oggi, mentre cresce una società di diseguali governata in modo ingiusto, con regole che abbandonano a se stessi quelli più in difficolta', ai quali si chiudono porte in faccia per starsene al calduccio mentre fuori si sta sotto zero. Come a dire “basta che non guardi”, poi fuori qualcosa comunque faranno. Qui cresce la voglia di ribellarsi che pero', dicevo prima, deve innanzitutto trasformarsi in assoluta coerenza di vita e poi, magari inizialmente con uno sforzo, concretizzarsi con forme che rifiutino ogni e qualsiasi forma di "vendetta". L’orrore di quelle organizzazioni che combatterono per la “rivoluzione” era proprio di arrivarci attraverso la violenza, la vendetta, mentre quel che serve è arrivarci tramite il dialogo, la perseveranza, l’azione che espone ma che aborrisce la violenza.
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Marta Ghezzi: La nonviolenza è la gestione dialettica dei conflitti con azioni e pensiero coerenti con la priorità del rispetto dell'altro e della vita in generale su ogni forma di distruzione.
Fonti teoriche: Codice di Hammurabi, Nuovo Testamento, William Lloyd Garrison, Henry David Thoreau, Lev Tolstoj, Mohandas Gandhi, Simone Weil, Albert Luthuli, Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, Martin Luther King, Hannah Arendt, Andrea Caffi, Aldo Capitini, Norberto Bobbio, Lorenzo Milani, Tonino Bello, Alex Zanotelli, Nelson Mandela, Lidia Menapace, ecc.
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Catiuscia Barbarossa: La nonviolenza è una pratica di vita, un atteggiamento in cui l'altro non è qualcuno da far fuori, da prevaricare, ma è come me essere umano su questa terra, altro essere con il quale io devo necessariamente (attraverso la conoscenza e il rispetto) condividere l'esperienza terrena che mi è riservata.
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Tiziano Cardosi: Amo definire la nonviolenza "la risposta possibile agli errori del movimento operaio e socialista del XX secolo" che ha inglobato. La caratteristica peculiare della nonviolenza non è l'assenza di violenza, ma la condivisione del potere, appunto il potere di tutti.
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Francesca Fabbri: Visione della vita e del mondo per cui devo rispettare me stessa nel rispettare gli altri.
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Daria Dibitonto: La definirei arte di ascoltare se stessi e gli altri, sospendendo il giudizio prima di passare all’azione, anche verbale. Ritengo che la nonviolenza così intesa vada integrata con la capacità di far confluire accoglienza e amore nei propri gesti e nelle proprie parole.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e femminismo?
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Paolo Bertagnolli: Un rapporto molto stretto: sempre, se c’è un settore della società che soccombe, quell'oppressione deve essere contrastata, sia l’antifemminismo che l’omofobia o altro.
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Marta Ghezzi: "Quello che si può fare, ora e subito, è un'opera di sminamento delle coscienze, a partire dal linguaggio, per costruire con le parole e con i fatti un altro mondo dove donne e uomini siano presenti e visibili e lavorino per mettere al bando la guerra dalla storia". Questo pensiero di Lidia Menapace è all'origine della Convenzione permanente delle donne contro le guerre, che all'indomani della guerra in Kossovo ha trovato dieci anni dopo un punto d'approdo in un libro, Donne disarmanti. Storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi, di Monica Lanfranco e Maria G. di Rienzo, incessanti paladine dei movimenti pacifisti e femministi. Il femminismo è stato nel '900 l'unico movimento rivoluzionario che non ha praticato nè teorizzato la violenza.
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Catiuscia Barbarossa: Credo che le donne abbiano una parte di esperienza particolare che può aiutarle nella pratica della nonviolenza.
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Tiziano Cardosi: Un femminismo che non vuol prendere il potere, ma lo vuole condividere è nonviolento. Un femminismo che non vuol gareggiare con gli uomini, ma aiuta a liberare la mentalità maschile dagli archetipi del maschio è nonviolento.
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Francesca Fabbri: Un'emergenza... un problema di cultura.
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Daria Dibitonto: Penso che tutti i movimenti di liberazione (femminismo, ecologia, impegno antirazzista e lotta per il riconoscimento dei diritti umani, lotta antimafia, lotte del movimento dei lavoratori e delle classi sociali sfruttate ed oppresse, pacifismo, antimilitarismo...) dovrebbero conoscere la nonviolenza e possibilmente praticarla, così come ritengo che sia una responsabilità dei movimenti nonviolenti quella di cercare dialogo, confronto e collaborazione con tutti i movimenti di liberazione. Penso anche, tuttavia, che la liberazione dalla violenza - di qualsiasi natura - comporti spesso una reazione violenta, da contenere e arginare nella sua potenzialità distruttiva, certo, ma da non stigmatizzare pregiudizialmente senza comprenderla e accoglierla. Questo elemento potrebbe infatti creare una dannosa separazione tra "nonviolenza" e "liberazione".
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza ed ecologia?
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Paolo Bertagnolli: L’ecologia e la difesa della natura sono fondamentali per un mondo nonviolento.
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Marta Ghezzi: A parte i fondamentalisti che esistono in ogni movimento, nel suo complesso i promotori dell'ecologia suggeriscono pratiche e teorie nonviolente. Il movimento nonviolento ambientalista parte dal presupposto che vi è interazione tra uomo e natura e che la violenza verso l'ambiente è violenza anche contro gli esseri umani in quanto essi dipendono strettamente dalla conservazione dell'ecosistema in cui popoli e culture si sono sviluppati e vivono.
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Catiuscia Barbarossa: Il rispetto per l'ambiente va di pari passo con il rispetto per gli esseri umani.
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Tiziano Cardosi: Attualmente il movimento ecologista italiano mi pare molto in crisi; ha accettato il quadro di riferimento imposto dal modello capitalista e a questo si adegua. Oppure manca di sensibilità sociale. Ambiente e società o si salvano assieme o periranno entrambi.
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Francesca Fabbri: Un'altra emergenza.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza, impegno antirazzista e lotta per il riconoscimento dei diritti umani di tutti gli esseri umani?
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Paolo Bertagnolli: Credo che una risposta precedente comprenda anche questa.
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Marta Ghezzi: Qualsiasi tipo di impegno e di lotta per i diritti umani e contro ogni tipo di discriminazione deve presupporre il principio della omogeneità tra mezzi e fini. Un fine buono va raggiunto con mezzi buoni senza machiavellismi, perché come afferma Gandhi mezzi impuri producono fini impuri. Così tra le forme di soluzione dei conflitti si possono annoverare e sperimentare la noncollaborazione, la disobbedienza civile, il digiuno, lo sciopero, il boicottaggio, la resistenza passiva e attiva.
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Catiuscia Barbarossa: I rapporti tra nonviolenza, impegno antirazzista e lotta per il riconoscimento dei diritti umani di tutti gli esseri umani mi sembrano fin troppo evidenti, mi pare forse un pò ridondante ribadirli quando si parte da certi presupposti (vedi risposte precedenti).
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Tiziano Cardosi: La nonviolenza ha come sfera d'azione la biosfera, pensare al razzismo mi pare lo possa fare solo demolendone i falsi principi.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotta antimafia?
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Paolo Bertagnolli: Non amo il termine "lotta", preferisco contrasto alla mafia: Libera, secondo me, è sinonimo di azione nonviolenta nei confronti delle mafie.
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Marta Ghezzi: Nella lotta contro la mafia, la 'ndrangheta e la camorra, esemplari sono le iniziative di associazioni come Libera che prevedono manifestazioni, mobilitazioni, corsi formativi alla legalita', utilizzo dei beni confiscati per scopi solidali ecc.; tutte tecniche nonviolente.
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Catiuscia Barbarossa: La lotta antimafia è una delle lotte per il rispetto dei diritti umani.
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Tiziano Cardosi: Ormai sono arrivato alla conclusione che il sistema dominante in Italia è un complesso "economico-industriale-politico-mafioso". A livelli alti questi elementi sono indistinguibili. Qualunque lotta all'oppressione sociale è anche lotta alla mafia, anche nel centro-nord dove si pensa che questo sia un problema lontano. I capitali mafiosi sono ormai fusi con quelli del grande capitale nazionale e internazionale.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotte del movimento dei lavoratori e delle classi sociali sfruttate ed oppresse?
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Paolo Bertagnolli: La nonviolenza deve essere contrasto a tutte le ingiustizie; quale ingiustizia si trova nello sfruttamento delle classi sociali più deboli ed oppresse! se la nonviolenza vuole una giustizia sociale, necessariamente sarà a fianco di queste categorie.
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Marta Ghezzi: Lo sciopero, il boicottaggio, la noncooperazione, rappresentano tipiche forme nonviolente del movimento operaio e delle classi sfruttate.
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Catiuscia Barbarossa: È necessario che tali lotte siano portate avanti in maniera nonviolenta, cosa che non è sempre stata.
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Tiziano Cardosi: Gli strumenti della nonviolenza sarebbero adattissimi alla lotta sociale, anzi lo sono. Mi pare evidente che le lotte che nascono dal basso hanno un livello di violenza naturalmente bassissimo e una forte necessità di coinvolgere tutti. I movimenti che guardano ancora ai miti del '900 dovrebbero liberarsi da certa mistica della violenza che non ha avuto e non ha nessun senso. I lavoratori non possono vincere militarmente, possono vincere se impongono un modello sociale alternativo. Abolire le differenze sociali è la vera sfida di questo movimento in futuro, sia perché chi ha ricchezza e potere non lo vuol condividere, sia perché la lotta per arrivare a questo è impervia; deve essere culturale e pratica allo stesso tempo.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotte di liberazione dei popoli oppressi?
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Marta Ghezzi: Le lotte di liberazione dei popoli oppressi hanno visto rivolte armate ma anche, come in India, forme nonviolente di riscatto.
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Catiuscia Barbarossa: Mi pare che alcuni popoli oppressi abbiano molto da insegnare in fatto di nonviolenza.
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Tiziano Cardosi: La nonviolenza potrebbe essere la risposta giusta agli errori che i movimenti per la decolonizzazione del secolo scorso hanno fatto. Il potere che le elite dei paesi decolonizzati hanno conquistato è divenuto subito dominio. La redistribuzione nonviolenta del potere è l'unico sistema per fuggire a certi errori/orrori.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e pacifismo^
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Paolo Bertagnolli: Il pacifismo - quello vero, non quello a parole - è nonviolento.
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Marta Ghezzi: Secondo Bobbio vi sono varie forme di pacifismo, identificandolo come un genere di cui la nonviolenza è specie. Esiste un pacifismo strumentale che si limita a preconizzare il disarmo, un pacifismo istituzionale che può essere giuridico o sociale e un pacifismo finalistico con una tendenza spiritualista (che spiega la violenza in termini morali e religiosi) e una tendenza materialista che vede nell'uomo un essere biologico la cui violenza è da comprendersi in termini psicologici e sociologici.
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Catiuscia Barbarossa: Probabilmente bisognerebbe prima intendersi su cosa sia il pacifismo per evidenziare il rapporto che esso ha con la nonviolenza.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quale rapporto tra nonviolenza e antimilitarismo?
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Paolo Bertagnolli: L’antimilitarismo è parte essenziale della nonviolenza.
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Marta Ghezzi: L'antimilitarismo è resistenza alla guerra di tradizioni socialiste. Vi è anche un antimilitarismo femminista che è rappresentato da diverse associazioni.
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Catiuscia Barbarossa: Anche questo rapporto mi pare teoricamente evidente ma praticamente molto molto difficile da attuare.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e disarmo?
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Paolo Bertagnolli: Il disarmo è il fine primo a cui tendere.
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Marta Ghezzi: C'è un pacifismo religioso che si manifesta con l'obiezione di coscienza, c'è un internazionalismo che lotta per la salvaguardia delle libertà civili, un pacifismo radicale di ispirazione gandhiana e un pacifismo centrato sul disarmo nucleare.
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Catiuscia Barbarossa: Questa questione è strettamente legata all'antimilitarismo.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e diritto alla salute e all'assistenza?
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Paolo Bertagnolli: Il diritto alla salute e all’assistenza sono sinonimi di giustizia, quindi...
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Marta Ghezzi: Il diritto alla salute e all'assistenza comporta modalità non invasive e quindi nessun accanimento terapeutico, limitazione del dolore e rispetto della volontà del paziente.
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Catiuscia Barbarossa: Sappiamo che la pratica nonviolente garantisce il diritto alla salute e all'assistenza a tutti gli esseri umani (estesa anche ad altri esseri viventi).
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e psicoterapie?
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Marta Ghezzi: Ci sono varie forme di terapie. Non tutte sono esenti da forme di violenza materiale o psicologica. L'elettroshock e i manicomi, come le istituzioni chiuse, sono esempi di violenza più o meno sofisticata.
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Catiuscia Barbarossa: La psicoterapia è un utilissimo strumento di autoconoscenza e conoscenza dell'altro che può quindi aiutarci nelle relazioni interpersonali.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali rapporti vede tra nonviolenza e informazione?
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Paolo Bertagnolli: Una corretta informazione è necessaria alla nonviolenza come l’aria all’uomo.
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Marta Ghezzi: L'informazione può essere violenta quando rappresenta un bombardamento di immagini e parole ossessive, particolarmente pericolose per persone fragili o poco acculturate e prive di strumenti critici.
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Catiuscia Barbarossa: L'informazione ha a che fare con la conoscenza e deve perciò essere sempre garantita.
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Daria Dibitonto: Penso che ci sia troppa superficialità nell’uso delle parole e troppa indulgenza verso la violenza del linguaggio. I movimenti nonviolenti dovrebbero avere più a cuore questo tema. Trovo sconvolgente, scandaloso e deprecabile, a questo proposito, che un rettore italiano possa proporre, con atteggiamento orribilmente servilista, di dare la laurea honoris causa in Scienze della comunicazione a un violento della parola come Umberto Bossi.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione filosofica?
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Paolo Bertagnolli: Domanda che implicherebbe un tempo troppo lungo per una risposta completa.
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Marta Ghezzi: La riflessione filosofica è un'attività che presuppone libertà di pensiero, assenza di dogmatismi e di imposizioni aprioristiche, tantomeno scomuniche e roghi.
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Catiuscia Barbarossa: Uno sguardo diverso che molto studiosi potrebbero approfondire.
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Daria Dibitonto: Come ho scritto, penso che sia innanzitutto la riflessione filosofica ad apportare qualcosa alla nonviolenza: insegna a pensare, comprendere, conoscere, riflettere, e ad esaminare gli argomenti delle parti avverse (anche di noi stessi) prima di giudicare. È un esercizio infinito in cui chiunque puo', anzi dovrebbe, sempre migliorarsi. La nonviolenza a sua volta provoca la filosofia: la violenza non è un elemento intrinseco dell’umano, che va conosciuto come tale nella sua ineliminabilita', come spesso si è portati filosoficamente a pensare, ma un elemento deviante, pericoloso e disturbante dell’uomo, che può essere compreso e poi abbandonato e superato. La riflessione sul "come" può diventare così un campo condiviso da entrambe.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione delle e sulle religioni?
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Paolo Bertagnolli: L’intuizione che ogni religione ha una parte di verita'; e che, quindi se una religione vuole possedere tutta la verita', sarà motivo di scontro, non di dialogo.
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Marta Ghezzi: Le religioni hanno rappresentato nella storia anche attuale fonti di guerre e conflitti ma contengono nei testi sacri richiami alla nonviolenza preziosi. Il cristianesimo parla esplicitamente di amore universale verso il prossimo.
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Catiuscia Barbarossa: In molte religioni la nonviolenza è parte costituente, ma probabilmente può essere più ampiamente discussa e applicata.
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Daria Dibitonto: La domanda è troppo complessa per rispondere in breve e troppo seria per essere lasciata da parte (come molte altre di quest’intervista peraltro). Le religioni hanno caratteristiche troppo diverse per essere considerate così generalmente. Bisogna almeno distinguere tra religioni monoteistiche e politeistiche, dove le prime più spesso si prestano ad essere asservite a fini di potere e controllo sociale, ad assurgere a norma di comportamento indiscutibilmente giusta, a diventare legge coercitiva e persino strumento di oppressione. In questo caso, la nonviolenza può valere come principio critico, come norma che scalza altre norme, può porsi come movimento che spinge a difendere l’inviolabilità dell’umano anche di fronte a Dio.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull'educazione?
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Paolo Bertagnolli: Come dice il termine: ex-ducere, cogliere che nello spirito dell’uomo c’è desiderio di pace, non di conflitto.
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Marta Ghezzi: L'educazione, l'informazione e la formazione sono fondamentali per conoscere teoria e pratica della nonviolenza. Le istituzioni scolastiche dovrebbero essere all'avanguardia, ma purtroppo non si investe sugli educatori e sui formatori.
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Catiuscia Barbarossa: L'educazione dovrebbe partire sempre da una prospettiva nonviolenta.
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Francesca Fabbri: Dovrebbe dargli un senso, un fine.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull'economia?
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Paolo Bertagnolli: Un sovvertimento su costi e ricavi.
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Marta Ghezzi: Vi sono varie teorie economiche: quella dominante, il neoliberismo, si è dimostrata incapace di garantire a tutti sviluppo e giustizia, ed è soprattutto fonte di violenza, sfruttamento e anche guerra. Le teorie alternative puntano sulla distribuzione equa delle risorse e sulla assenza di forme violente impositive.
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Catiuscia Barbarossa: Nel campo dell'economia si potrebbero fare molti interventi volti a una trasformazione delle pratiche economiche attuali brutali e disumane.
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Tiziano Cardosi: Oggi mi pare apporti poco, ma potrebbe diventare il motore propulsivo per immaginare un sistema economico alternativo al totalitarismo del profitto. Deve essere comunque chiaro che il sistema, anzi, che i sistemi economici che hanno dominato fino ad oggi non possono rispondere alle esigenze di una umanità sull'orlo dell'abisso.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sul diritto e le leggi?
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Paolo Bertagnolli: Che leggi veramente tutelatrici di tutti, implicano giustizia, e quindi pace: la violenza verrebbe sconfitta.
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Marta Ghezzi: Non tutte le leggi sono buone e rispettose dei diritti universali dell'uomo (sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani approvata dall'Onu nel 1948), a volte la loro osservanza comporta problemi di coscienza superabili con la disubbidienza civile.
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Catiuscia Barbarossa: Essendo il diritto e le leggi lo strumento trasversale nella convivenza tra le persone, la riflessione nonviolenta potrebbe influire molto nel processo di formazione e attuazione delle leggi.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull'etica e sulla bioetica?
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Marta Ghezzi: Una etica e una bioetica ispirate a principi universali di giustizia e solidarietà devono avere alla base la nonviolenza sia a livello individuale che collettivo.
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Catiuscia Barbarossa: Occupandosi del bene dell'essere umano la nonviolenza può dare un contributo fondamentale nella riflessione sull'etica e sulla bioetica.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sulla scienza e la tecnologia?
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Paolo Bertagnolli: La scienza e la tecnologia potrebbero essere indirizzate a ricerche veramente utili alla vita umana.
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Marta Ghezzi: La scienza e la tecnologia non sono neutrali, per cui vanno sperimentate alla luce di un'etica superiore.
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Catiuscia Barbarossa: La scienza e la tecnologia sono strumenti che l'uomo deve saper gestire, anche in questo caso quindi l'approccio nonviolento può determinare scelte ben diverse da quelle compiute sinora.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione storica e alla pratica storiografica?
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Paolo Bertagnolli: Allo studio non delle battaglie e dei generali, ma a quello degli esseri umani, dei loro sentimenti, delle loro aspettative.
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Marta Ghezzi: La riflessione storica comporta libero accesso alle fonti, assenza di strumentalizzazioni propagandistiche e di omissioni.
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Catiuscia Barbarossa: La riflessione storica e la pratica storiografica mi sembrano strettamente collegate al diritto all'informazione e alla possibilità di conoscenza che ogni essere umano dovrebbe avere; sicuramente la pratica nonviolenta garantirebbe tali diritti a tutti.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Tra le tecniche deliberative nonviolente ha una grande importanza il metodo del consenso: come lo caratterizzerebbe?
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Paolo Bertagnolli: Conoscenza, compartecipazione, dialogo.
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Vincenzo Puggioni: Il consenso però deve derivare dal dialogo prima, e dalla condivisione poi. E quando non è possibile, con forme comunque democratiche che prevedano uno scambio leale anche se duro.
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Marta Ghezzi: La ricerca del consenso è fondamentale in un sistema democratico, ma deve essere fatta in modo corretto, non con tecniche manipolatorie. Richiede capacità di mediazione, doti diplomatiche, capacità di trovare compromessi non al ribasso ma di alto livello.
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Catiuscia Barbarossa: Trovare una soluzione in cui comunque tutti possano riconoscere un seppur piccolo contributo, almeno tale da non farli sentire tagliati fuori e costretti a ciò che altri hanno deciso per loro.
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Francesca Fabbri: Non saprei sinceramente; la nonviolenza non concerne solo il lato "fisico" ma anche quello psicologico. È un atteggiamento a 360 gradi.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Tra le tecniche operative della nonviolenza nella gestione e risoluzione dei conflitti quali ritiene più' importanti, e perché'?
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Paolo Bertagnolli: Il rispetto dell’altro, il suo ascolto: dal riconoscere l’altro come soggetto, si ricava il suo valore.
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Vincenzo Puggioni: La non obbedienza, credo di averlo già detto prima.
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Marta Ghezzi: Tra le tecniche operative della nonviolenza essenziale è la noncooperazione. È necessario organizzare la resistenza invitando ciascun membro del gruppo o della collettività a ritirare il proprio sostegno a responsabili di comprovata ingiustizia, privandoli del concorso del quale necessitano per assicurarsi il dominio.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Come caratterizzerebbe la formazione alla nonviolenza?
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Paolo Bertagnolli: Educando primariamente se stessi: tutta la cultura dominante ci indica il conflitto come caratteristica generale, dobbiamo educarci alla pace.
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Vincenzo Puggioni: Attraverso una seria analisi della realta', una lettura senza lenti opache, e poi passando per quelle guide che, ancora oggi e dopo decine di anni, ancora ci fanno vibrare al solo sentirne le parole. Le parole di ieri nella storia di oggi, ecco, questa potrebbe essere una via.
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Marta Ghezzi: La formazione alla nonviolenza parte da una revisione del linguaggio, come suggerisce Lidia Menapace, eliminando termini aggressivi e bellicosi sostitendoli con altri termini, disinquinando il linguaggio politico da tutte le metafore belliche ( scendere in campo, alzare la guardia, tattica e strategia, ecc,), e usando invece termini come tessere, intrecciare, fare cerchio, includere, uscire dalle fortezze, ecc. Importanti sono anche i laboratori in cui si sperimentano corpi disarmati, resistenza passiva e attiva, simbologie inoffensive, ruoli di terza parte di interposizione. Con fantasia e tenacia si può dimostrare che evitare la violenza non è solo possibile, ma è la strada più efficace e vantaggiosa per tutte le parti in causa.
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Daria Dibitonto: Sono due gli elementi essenziali per credere che la nonviolenza sia possibile: fiducia nell’uomo e desiderio di bene. Le modalità per alimentare l’uno e l’altro sono moltissime, la fantasia di ciascuno può e deve aiutare. Si tratta di una formazione complessa che dovrebbe prevedere una molteplicità di esperienze: letture, riflessioni, pratiche di accoglienza dei più deboli, ma anche momenti di festa, di condivisione, di solidarieta'. Mi sembrano essenziali, pero', gli esempi concreti, le testimonianze personali: bisogna incontrare e conoscere di persona chi quotidianamente mette a servizio degli altri la propria vita, si sacrifica per aiutare ed umilmente riesce a rinnovarsi ogni giorno per esprimere ancora dolcezza, gioia, sensibilita', amore.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Come caratterizzerebbe l'addestramento all'azione nonviolenta?
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Paolo Bertagnolli: Dialogo ed ascolto.
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Vincenzo Puggioni: Attraverso il coinvolgimento, viviamo circondati da parole, da immagini, spesso quelle che si vuole far passare, ed anche nelle manifestazioni di strada, persino le più belle, a volte pare di trovarsi in simulazioni di altro - rave-party, enunciazioni da stadio, essere contro per principio... Migliaia di ragazzi che potrebbero essere in una festa, che cantano ed urlano come in una curva, che magari scandiscono slogan di cui non conoscono nemmeno il significato più profondo. A volte ne resto stupito ed anche avvilito perché mi pare manchi quel substrato senza il quale poco può realmente attecchire, e derivarne.
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Marta Ghezzi: L'addestramento all'azione nonviolenta può essere fatta osservando i movimenti delle donne nel mondo come le donne in nero, le donne dei cerchi, quelle che lavorano nei piccoli e grandi gruppi e associazioni che ricostruiscono il tessuto sociale, le relazioni umane straziate, e strappano giovani donne e giovani uomini alla logica del terrore dell'occhio per occhio, e che sanno che nessun motivo è mai valido nè per la guerra nè per l'atto del kamikaze, e che tra uccidere e morire c'è una terza via: vivere.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali mezzi d'informazione e quali esperienze editoriali le sembra che più' adeguatamente contribuiscano a far conoscere o a promuovere la nonviolenza?
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Paolo Bertagnolli: Riviste specifiche, libri su personaggi che hanno fatto della nonviolenza il loro obiettivo, quelle opere che descrivono e ricercano la giustizia.
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Vincenzo Puggioni: Sono stato per anni accanito lettore di riviste nonviolente, ora non me la sento piu'. Noi si invecchia e forse insieme anche le parole e le pagine, che rischiano di essere poco adeguate alla realtà - anche se a noi ci hanno formato dentro. Penso ci sarebbe necessità di uscire di più per strade e piazze, in quei luoghi dove per esempio la memoria storica è perduta e ci si rifà a ideologie vetuste e sepolte, inneggiando a ipotetiche vittorie che in realtà hanno portato solo distruzione e morte. Ecco dunque, un modo potrebbe essere quello di portare i giovani nei luoghi dei martiri per la libertà (mi vengono in mente tutti quei ceppi dedicati ai partigiani sull’Appennino); un altro, utilizzare qualche mezzo (trasporti pubblici, tanto per fare un esempio) con spazi che porgano semplicemente una frase, un ricordo, un volto che però non debbono mai essere dimenticati. Evitare scontri verbali e fisici e lasciare un segno attraverso un’immagine.
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Marta Ghezzi: Tra i mezzi d'informazione oltre a una ricca bibliografia esistono riviste come "Mosaico di pace", "Azione nonviolenta" e siti internet come peacelink.it, nonviolenti.org, peacereporter.net, studiperlapace.it, centrodirittiumani.unipd.it, ecc.
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Francesca Fabbri: Credo nei libri, e nelle moderne mailing list.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali esperienze in ambito scolastico ed universitario le sembra che più' adeguatamente contribuiscano a far conoscere o a promuovere la nonviolenza?
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Paolo Bertagnolli: Quando insegnavo (nel secolo scorso) progettai un lavoro interdisciplinare nella scuola e decidemmo di occupare un intero anno scolastico per, appunto, un lavoro contro i pregiudizi e la xenofobia che già allora si riscontrava a scuola. Si individuarono alcuni gruppi particolarmente avversati e si cercò di sviluppare una valutazione critica verso queste categorie: se si fosse riusciti, questo sarebbe stato, secondo me, ma anche secondo i miei colleghi, la migliore scuola di nonviolenza per questi giovani.
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Vincenzo Puggioni: Complicato rispondere. L’istruzione in genere sta diventando lo strumento per trovare un lavoro, non il gusto dello studiare per conoscere, non l’evoluzione dell’uomo insieme alla scienza ed alla cultura. In questo contesto attuale, in cui vengono chiuse facoltà universitarie fino a pochi anni fa ritenute fondamentali, quale spazio si può trovare per la nonviolenza?
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Marta Ghezzi: Tra le esperienze scolastiche le più significative restano la scuola di don Milani, quelle multietniche, e a livello universitario le cattedre interculturali e interreligiose.
Paolo Arena e Marco Graziotti: I movimenti nonviolenti presenti in Italia danno sovente un'impressione di marginalità', ininfluenza, inadeguatezza; è cosi'? E perché' accade? E come potrebbero migliorare la qualità', la percezione e l'efficacia della loro azione?
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Paolo Bertagnolli: Non direi che i movimenti nonviolenti siano marginali, ma questa idea viene predicata dai media, che hanno interesse a farlo, e, a forza di ripetere il concetto, questo sembra vero, ma sarebbe molto peggio se non ci fosse un movimento nonviolento, allora sì la vittoria per i violenti sarebbe totale: pensiamo all’azione svolta contro la guerra in Iraq, quei tre milioni fermarono, solo temporaneamente purtroppo, la volontà del governo Berlusconi di allora.
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Vincenzo Puggioni: Temo di si'. Forse accade perché si è presi da altro (la "crisi" porta tutti a dover innanzitutto correre e soddisfare i propri bisogni), forse perché mancano buoni educatori o esempi concreti. Ricordo diversi anni fa, quando per esempio ci si trovava in una zona di Roma magari distante chilometri per molti, la sera dopo il lavoro, a domandarsi cosa fosse possibile fare per fermare quella guerra che stava scoppiando, o stava mietendo vittime soprattutto fra i civili; oppure come opporsi, in maniera pacifica, all’inutile ostentazione della parata militare, soldi sciupati quando le necessità dei più deboli erano già evidenti. Oggi tutto questo mi pare manchi, o sia scarsamente percettibile e percepito.
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Marta Ghezzi: I movimenti nonviolenti in Italia sono poco coordinati e troppo ideologizzati, occorre che diventino più visibili e credibili, nominando e non nascondendo i conflitti, ma analizzandoli senza parlare di sconfitta del confliggente
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Catiuscia Barbarossa: Credo che tali movimenti risultino così come da voi descritti perché la pratica della nonviolenza è scomoda, estremamente impegnativa... forse troppo per molti di noi!
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Daria Dibitonto: A mio parere è cosi', e in parte è giusto che lo sia e continui ad esserlo: quello della nonviolenza è un pensiero utopico e l’utopia non puo', forse nemmeno deve, essere un pensiero comune, condiviso dalla maggioranza delle persone e rappresentativo del realismo che orienta le nostre scelte quotidiane, ma è semmai un pensiero dell’eccezione, dell’eccezionalità tipica del sogno. E tuttavia quello della pace dev’essere un sogno alla portata di tutti, che tutti ritengano degno e nobile coltivare. Spesso i movimenti nonviolenti non sanno, non vogliono cedere al compromesso col realismo e reagiscono con un sdegno negativamente naif allo scetticismo diffuso. Questo atteggiamento aggrava la separazione tra le speranze di una parte e la disillusione dell’altra. D’altro canto, la percezione di una realtà fortemente connotata da atteggiamenti aggressivi, così come l’uso strumentale e ideologico di ideali positivi, porta a non prestare fiducia nemmeno a chi persegue con coerenza i propri ideali, anzi addirittura a offendere indifferentemente gli uni (potenti facili a slogan in cui non credono con coerenza) e gli altri (persone seriamente impegnate a realizzare i propri ideali). Penso che i movimenti nonviolenti debbano imparare a contrastare serenamente la sfiducia con la semplicità dell’esempio, e poi a lavorare di più in rete, a collaborare tra loro con maggiore efficacia e a usare un linguaggio pacato, profondo e pulito, che aiuti a raggiungere la facoltà di sognare la pace insita in ciascuno di noi.
Paolo Arena e Marco Graziotti: I movimenti nonviolenti dovrebbero dotarsi di migliori forme di coordinamento? E se si', come?
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Paolo Bertagnolli: Sarebbe il caso, ma se sapessi come, sarei il nuovo Capitini.
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Vincenzo Puggioni: Penso di si', magari dialogando in maniera più convinta e con scelte il più possibile univoche, per incidere.
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Marta Ghezzi: Si', non privilegiando le proprie sigle e bandiere ma unificando contenuti e obiettivi.
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Catiuscia Barbarossa: Si può sempre fare meglio.
Paolo Arena e Marco Graziotti: I movimenti nonviolenti dovrebbero dotarsi di ulteriori strumenti di comunicazione? E con quali caratteristiche?
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Vincenzo Puggioni: Ci sono i siti internet, ci sono le mail e le newsletter. Questo però se da un lato rende tutto apparentemente più semplice, dall’altro forse crea quella mancanza di approccio prima e confronto poi necessari per avere un vero dialogo. Anche insistere sugli incontri estivi, quando il momento di riposo ci lascia maggior tempo per riflettere e testa più sgombra per comprendere.
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Marta Ghezzi: Gli strumenti di comunicazione più efficaci oggi sono le reti orizzontali senza leaderismi ma con la più ampia partecipazioni.
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Catiuscia Barbarossa: Gli strumenti attualmente disponibili adeguatamente utilizzati.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e movimenti sociali: quali rapporti?
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Vincenzo Puggioni: Intensi, purchè i movimenti sociali siano contrari alla violenza per perseguire i proprio obiettivi.
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Marta Ghezzi: Il rapporto con i movimenti per la nonviolenza è essenziale più che con i partiti.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e istituzioni: quali rapporti?
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Vincenzo Puggioni: Una volta avevamo diversi rappresentanti in Parlamento, oggi è un pianto. Retoriche interrogazioni in casi drammatici e poco altro, mi sembra manchino realmente referenti per poter impostare un lavoro serio nella direzione della nonviolenza. Anche se, debbo riconoscerlo, ci sono persone splendide che si impegnano molto sulle carceri, la difesa della biodiversita', il maltrattamento degli animali, ecc. Queste sono forme di resistenza nonviolenta alla crudeltà di un mondo fatto solo di cifre e percentuali.
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Marta Ghezzi: Le istituzioni sono fondamentali per pubblicizzare pratiche nonviolente, e quindi possono favorire i servizi di mediazione, a tutti i livelli.
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Catiuscia Barbarossa: Incidere nelle istituzioni è certamente una priorita'.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e cultura: quali rapporti?
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Vincenzo Puggioni: Saviano docet: se ti impegni ti metti a rischio, se tocchi i poteri forti questi ti si rivoltano contro. È importante che la cultura si schieri a fianco della pace, evitando magari qualche atteggiamento poco coerente o di credersi degli illuminati. L’uomo di cultura che diventa un uomo di pace, questo mi piacerebbe, e come tale mette a servizio la sua "personalita'" per far filtrare messaggi di nonviolenza.
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Marta Ghezzi: Il degrado culturale è la causa del dilagare dell'aggressivita', quindi solo un impegno culturale a tutti i livelli è propedeutico alle politiche di pace e alla gestione nonviolenta dei conflitti.
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Catiuscia Barbarossa: La cultura dovrebbe progressivamente diventare quanto più nonviolenta possibile
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e forze politiche: quali rapporti?
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Paolo Bertagnolli: Con una diversa legge elettorale, sarebbe possibile, secondo me, accordarsi con i candidati per portare avanti le aspettative del mondo della nonviolenza, oggi questo è impossibile.
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Marta Ghezzi: Le forze politiche sono in retroguardia su questo fronte e sono responsabili del dilagare dei conflitti anche al loro interno.
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Catiuscia Barbarossa: Le attuali forze politiche italiane mi sembrano quanto di più lontano dalla nonviolenza, ma probabilmente non bisogna mai perdere la speranza!
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e organizzazioni sindacali: quali rapporti?
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Paolo Bertagnolli: Intervenire perché i sindacati indichino ai lavoratori strade diverse dal "lavoro ad ogni costo": se si lavora in fabbriche di armi o simili, far capire che altre industrie potrebbero essere altrettanto se non più utili e produttive.
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Vincenzo Puggioni: Fondamentali, soprattutto in questo tempo. Da un lato, infatti, c’è il rischio che uno alla volta vengano fatti sparire tutti i diritti conquistati in anni di lotte mentre, dall’altro, quello che anche all’interno del sindacato la situazione e le frizioni allontanino sempre più segmenti di lotta portandoli verso scelte cruente.
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Marta Ghezzi: Le organizzazioni sindacali sono storicamente nate per la salvaguardia dei deboli e l'attuazione dei principi di solidarieta', ma invece dei processi di unificazione si assiste a processi di disgregazione volutamente agiti dai poteri forti. Per questo occorre che riprendano le spinte essenziali dal basso superando le divisioni dei vertici.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e agenzie della socializzazione: quali rapporti?
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Marta Ghezzi: Le agenzie di socializzazione più importanti dopo la scuola sono le aggregazioni che devono diventare intergenerazionali e miste, per imparare a gestire conflitti in modo nonviolento.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e pratiche artistiche: quali rapporti?
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Marta Ghezzi: L'arte, la musica, la letteratura, come linguaggi universali, non solo verbali, sono indispensabili per una conoscenza e una convivenza pacifica tra diversi.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e amicizia: quale relazione? E come concretamente nella sua esperienza essa si è data?
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Paolo Bertagnolli: Se ho sentito amicizia per un "diverso" non avrò più sentimenti aggressivi nei suoi confronti: l’amicizia, ma anche la semplice conoscenza, disarmano ogni animo.
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Vincenzo Puggioni: Non comprendo bene la domanda, anche se potrebbe rientrare nel novero di quelle situazioni dove un operatore di nonviolenza si trova poi a vivere situazioni di conflitto.
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Marta Ghezzi: Lo spirito di amicizia è fondamentale per le pratiche nonviolente, ma basterebbe imparare il rispetto dell'altro per superare i conflitti.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e percezione dell'unità dell'umanità': quale relazione e quali implicazioni?
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Paolo Bertagnolli: Se percepisco che l’umanità è una, non sentirò più aggressivita', paura o altri sentimenti negativi nei confronti delle persone.
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Marta Ghezzi: La percezione e la consapevolezza che l'umanità è una a prescindere dalla razza, il sesso, le convinzioni religiose, sono alla base della nonviolenza.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e politica: quale relazione?
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Paolo Bertagnolli: La politica dovrebbe essere affratellata alla nonviolenza, ma l’attuale "politica" è vera politica? temo di no.
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Marta Ghezzi: La politica è l'arte di convivere e quindi è il terreno da cui partire per soddisfare i bisogni di tutti. La libera scelta delle forme di politica più idonee è la base da cui partire, l'attività più alta per coltivare relazioni mature e responsabili.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e vita quotidiana: quale relazione?
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Paolo Bertagnolli: Interrogarsi sul perché gli organi d’informazione cercano di istillarci paura verso il diverso, a chi giova? Se ce ne rendiamo conto, la violenza si riduce di molto.
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Vincenzo Puggioni: Potrebbe rientrare nel novero di quelle situazioni dove un operatore di nonviolenza si trova poi a vivere situazioni di conflitto.
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Marta Ghezzi: Sono le piccole modifiche della vita quotidiana, più che i proclami, a cambiare noi stessi e il mondo.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e cura del territorio in cui si vive: quale relazione?
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Paolo Bertagnolli: Se mi convinco che la cura del territorio è utile per me, ma anche per i miei vicini ed anche per i "lontani", mi sentirò più impegnato a difendere questo bene che mi è stato affidato.
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Marta Ghezzi: La cura del proprio territorio è importante com punto di partenza per avere cura del mondo aumentando la consapevolezza che tutto ormai è connesso in un'era di globalizzazione.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e cura delle persone con cui si vive: quale relazione?
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Paolo Bertagnolli: Se si amano le persone con cui si vive, siamo in uno stato di nonviolenza.
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Vincenzo Puggioni: Potrebbe rientrare nel novero di quelle situazioni dove un operatore di nonviolenza si trova poi a vivere situazioni di conflitto.
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Marta Ghezzi: La cura delle persone con cui si vive è il primo atto che ha valore politico.
Paolo Arena e Marco Graziotti: La nonviolenza dinanzi alla morte: quali riflessioni?
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Paolo Bertagnolli: Innanzi alla morte, l’aver difeso con la forza i nostri privilegi ci fa sentire di aver perso del tempo; vorrei che, quando moriro', i sopravviventi dicessero: "questo è stato un uomo pacifico".
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Vincenzo Puggioni: Dipende dalle scelte di vita che si sono fatte, dipende se si ha fede in qualcuno o no, se si crede; credo però che la morte faccia paura a tutti, dunque obiettivo di un nonviolento sarebbe comprenderne il naturale epilogo biologico della vita e, credendo, l’inizio di un cammino di pace. Ho sempre avuto una straordinaria ammirazione per quelle persone che sono state capaci di dare la propria vita per salvare la vita altrui, in fondo per salvare la vita stessa (padre Massimiliano Kolbe tra questi).
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Marta Ghezzi: La morte è l'evento naturale che accomuna tutte le creature. Riflettere su questo evento senza rimuoverlo è essenziale per una crescita matura.
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Daria Dibitonto: Bella domanda. La morte sembra essere la violenza più grande nei confronti dell’uomo, anche quando non è inflitta da un uomo contro un altro. La morte per malattia, ad esempio, soprattutto nei bambini piccoli, è di fatto una violenza atroce, e infligge una violenza terribile a chi li ama. Cos’ha da dire la nonviolenza a questo proposito? C’è qualcosa di evitabile nella violenza della malattia che porta alla morte? Secondo me in questo caso non si tratta di una violenza evitabile (semmai sono evitabili alcune forme di violenza con cui si affronta la malattia, ma non la morte di per se'), e tuttavia è una violenza che pone domande ed esige risposte: perché proprio a me, a mio figlio, a mio padre, a mia moglie? Che senso può ancora avere la mia vita senza di lui, senza di lei, senza quell’amore fondamentale e ora perduto? Ecco, a questo punto la nonviolenza può e deve riconoscere i propri limiti: non basta dire no alla violenza, bisogna creare spazio perché la sofferenza che segue alla violenza della morte non uccida a sua volta e trovi le proprie giuste risposte. Per esempio, far crescere dentro sè il ricordo di un affetto, di un amore, come un seme che darà altri buoni frutti anche nell’assenza, anche nella sofferenza.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali le maggiori esperienze storiche della nonviolenza?
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Paolo Bertagnolli: Cristo, Mohandas Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini.
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Vincenzo Puggioni: Tutte quelle, più o meno note, che abbiano dimostrato come la nonviolenza può sconfiggere violenza, orrore, sterminio, guerre... La maggiore esperienza storica della nonviolenza è un mondo di donne ed uomini che si rispettino, e che rispettino tutto ciò che li circonda.
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Marta Ghezzi: Le maggiori esperienze storiche di nonviolenza provengono dai movimenti operai e dai movimenti femministi. Fondamentale poi è l'insegnamento di Mohandas Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King, Vandana Shiva, Wangari Maathai, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Primo Mazzolari, ecc.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quale è lo stato della nonviolenza oggi nel mondo?
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Paolo Bertagnolli: Temo uno stato marginale, ma sono convinto che dovrà divenire centrale.
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Vincenzo Puggioni: Apparentemente desolante, anche se a stento riusciamo a quantificare i gesti quotidiani di speranza che avvengono nel nostro stesso quartiere.
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Marta Ghezzi: Lo stato della nonviolenza oggi nel mondo è ambiguo e contraddittorio. Accanto a una recrudescenza di guerre, torture, attentati, registriamo anche esempi di pratiche positive, soprattutto in America Latina e in Asia.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quale è lo stato della nonviolenza oggi in Italia?
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Paolo Bertagnolli: Molto marginale: anche le espressioni di sinistra sono restie a vivere e proporre la nonviolenza: quale voce politica contro Finmeccanica?
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Vincenzo Puggioni: Vedi risposta precedente.
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Marta Ghezzi: In Italia, a parte gli sforzi della Tavola della Pace di Perugia e la Marcia Perugia-Assisi, rimangono più visibili le lotte nonviolente degli operai e degli ambientalisti che si battono contro la privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni come l'acqua e contro le centrali nucleari.
Paolo Arena e Marco Graziotti: È adeguato il rapporto tra movimenti nonviolenti italiani e movimenti di altri paesi? E come migliorarlo?
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Marta Ghezzi: Il rapporto tra movimenti italiani ed europei o internazionali è inadeguato. Se ne fa carico in modo residuale solo il sindacato, parte della Chiesa e i residui della sinistra radicale e alternativa.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quale le sembra che sia la percezione diffusa della nonviolenza oggi in Italia?
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Paolo Bertagnolli: Percezione desiderata, ma considerata utopistica.
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Vincenzo Puggioni: Scarsa. Il "nonviolento" non è un modello da esportazione, da tv, da prima pagina, proprio perché costruisce quotidianamente il cambiamento e, quando riesce (ancora troppo poco), trasforma insieme al cambiamento degli altri la societa'. Ma (forse) se ne sente solo parlare in qualche rara trasmissione di Radio Tre.
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Marta Ghezzi: La percezione in Italia della nonviolenza è irrisoria e patrimonio solo di elites. Le masse sono assenti, o peggio indifferenti.
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Catiuscia Barbarossa: Mi pare sostanzialmente sconosciuta.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Quali iniziative intraprendere perché' vi sia da parte dell'opinione pubblica una percezione corretta e una conoscenza adeguata della nonviolenza?
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Paolo Bertagnolli: Un continuo martellamento che la nonviolenza è l’unica strada percorribile: usiamo la metodologia dei nostri avversari che ci fanno credere che dobbiamo vivere nella paura dell’altro e dimostriamo, anche se ci sembrerà avaro di risultati, che solo la nonviolenza ci offre un futuro.
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Vincenzo Puggioni: Uno, essere nonviolenti. Due, fare azione nonviolenta, che coinvolga e convinca.
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Marta Ghezzi: Le iniziative più efficaci devono avere un taglio culturale alto ma anche pratico e visibile.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e intercultura: quale relazione?
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Paolo Bertagnolli: Cogliere che ogni cultura è basata sulla nonviolenza; i fondamentalismi, quelli si', sono violenti, ma fondamentalismi ci sono in ogni civilta', non sono tipici di alcune ed assenti in altre.
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Vincenzo Puggioni: Se penso alle scene di Rosarno, ma anche a quelle delle nostre metropoli, direi soprattutto rispetto. Poi la capacità di saper creare integrazione, anche se questo è un passo successivo e più difficile, soprattutto per tanta mentalità piccolo-borghese che caratterizza il nostro paese.
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Marta Ghezzi: L'intercultura, il pluralismo delle idee, la denuncia dei fondamentalismi in tutti i campi, sono propedeutici all'azione nonviolenta.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e conoscenza di se': quale relazione?
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Paolo Bertagnolli: Essenziale: conoscendomi so di essere anch’io tendenzialmente violento, se colgo questa verita', potrò educarmi nel campo della nonviolenza, se non lo faccio, come nonviolento sono destinato a fallire.
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Vincenzo Puggioni: Una lotta continua, che credo si esaurisca solo con la morte.
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Marta Ghezzi: La conoscenza di se', il partire da se', dai propri bisogni e aspirazioni, è la base per aprirsi agli altri
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Daria Dibitonto: Per contrastare efficacemente la violenza negli altri è innanzitutto essenziale conoscere le radici della propria tendenza alla violenza. L’aggressività esiste in ciascuno di noi, si può imparare a resisterle e ad arginarla, ma non la si può estirpare con un sol gesto. Perché divento aggressiva, in quali occasioni? Cosa non riesco a tollerare, cosa devo imparare ad accettare? La conoscenza di sè è il primo e forse più importante passo per conoscere, comprendere e accogliere i propri moti d’animo, sia graditi che sgraditi, e quindi per comportarsi similmente verso i moti dell’animo altrui e le conseguenze che provocano. Non ci può essere nonviolenza senza accoglienza, ma non può esserci accoglienza senza conoscenza di se'.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e scienze umane: quale relazione?
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Marta Ghezzi: Lo sviluppo delle scienze, il potenziamento della ricerca, il monitoraggio dei risultati e il controllo vigile, sono alla base di uno sviluppo umano e di una crescita comune.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e linguaggio (ed anche: nonviolenza e semiotica): quale relazione?
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Paolo Bertagnolli: Educarci a rifiutare il linguaggio violento: evitare certe parole come guerra, attacco, sfida, eccetera. Se si usano questi termini sottolineare che il loro significato è negativo, da contrastare.
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Marta Ghezzi: Come già evidenziato, la revisione del linguaggio bellico è propedeutica a pratiche nonviolente.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e stili di vita: quale relazione?
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Paolo Bertagnolli: Lo stile di vita consumistico è contrario alla nonviolenza, che questa verità divenga evidente in noi.
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Marta Ghezzi: Il cambiamento degli stili di vita, una certa decrescita, il contenimento dei consumi superflui, sono gli esempi più significativi per cambiamenti politici radicali e alternativi allo status quo.
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Catiuscia Barbarossa: Un altro mondo è possibile!
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e critica dell'industrialismo: quali implicazioni e conseguenze?
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Paolo Bertagnolli: L’industrialismo vive e prospera proprio sulla competizione, quindi essere coscienti che se promuoviamo l’industria, lavoriamo a favore della violenza.
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Marta Ghezzi: Solo dei significativi cambiamenti in campo economico e produttivo possono ridurre la violenza e la belligeranza.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e rispetto per i viventi, la biosfera, la "madre terra": quali implicazioni e conseguenze?
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Paolo Bertagnolli: Credo di aver già risposto rispondendo ad altre domande.
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Marta Ghezzi: Si deve a Vandana Shiva l'approfondimento dei concetti di biosfera e biodiversita', e ai movimenti delle donne il recupero del concetto della Terra come madre da rispettare per la salvaguardia della vita dell'universo.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza, compresenza, convivenza, scelte di vita comunitarie: quali implicazioni e conseguenze?
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Marta Ghezzi: Convivenza, compresenza, scelte di vita comunitarie, superamento di un individualismo esasperato sono condizioni "sine qua non" per l'affermazione della nonviolenza.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza, riconoscimento dell'altro, principio responsabilità', scelte di giustizia, misericordia: quali implicazioni e conseguenze?
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Marta Ghezzi: Rispetto dell'altro, principio di responsabilita', giustizia, misericordia, tolleranza, ecc. sono le parole chiave per un ecosistema armonico e non conflittuale.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e coscienza del limite: quali implicazioni e conseguenze?
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Marta Ghezzi: La coscienza dei propri limiti, espressa dal movimento delle donne, è l'unico antidoto al delirio di onnipotenza latente in molti uomini e donne sia a livello individuale che collettivo.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza come cammino: in quale direzione?
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Paolo Bertagnolli: Educazione all’ascolto dell’altro, delle sue ragioni, rispetto per tutti e tutte le cose.
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Vincenzo Puggioni: Uno, creare una società per e di tutti. Due, sentirsi in pace con se stessi per aver dato tutto quanto si poteva - che è ancora niente ma è tutto ciò che si potesse dare.
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Marta Ghezzi: Non esistono verità assolute da difendere con la spada, ma siamo tutti in cammino alla ricerca del proprio star bene e dello star bene insieme. È la relazione, sono le relazioni, che muovono il mondo.
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Daria Dibitonto: In direzione dell’utopia di un mondo migliore, in direzione della pace, del bene, dell’armonia, dell’amore.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Nonviolenza e internet: quale relazione? e quali possibilità'?
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Paolo Bertagnolli: Sono fiducioso che questo mezzo possa mettermi, metterci in relazione con il maggior numero possibile di persone, le conosciamo, quindi non le avversiamo.
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Marta Ghezzi: L'avvento di internet, l'effetto più positivo della globalizzazione, è lo strumento più esteso per la conoscenza tra persone e popoli molto diversi tra loro.
Paolo Arena e Marco Graziotti: Potrebbe presentare la sua stessa persona (dati biografici, esperienze significative, opere e scritti...)a un lettore che non la conoscesse affatto?
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Paolo Bertagnolli: Ho 71 anni, sono laureato in sociologia, tra l’altro, ho insegnato. Ha scritto, con altri, un libro, Lontani da me, sul lavoro svolto a scuola contro la xenofobia, ho fatto parte del comitato per la ripubblicizzazione dell’acqua, sono vicepresidente del "Centro pace" del Comune di Bolzano..
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Vincenzo Puggioni: Non credo sia tanto importante, non ho mai scritto nulla di tanto rilevante; sono stato un obiettore, partecipo attivamente al consumo critico e a campagne di boicottaggio, mi impegno nel sociale anche in altri modi...
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Marta Ghezzi: Sono una donna di 69 anni. Dopo aver lavorato per 40 anni come dirigente di servizi sociali pubblici sono pensionata e badante di mio marito affetto da Alzheimer. Ho avuto la fortuna di viaggiare e di partecipare a molti social forum internazionali. Sono femminista, ambientalista, di sinistra alternativa e religiosa, un pò eretica... Ho scritto molti articoli e libri, tra cui Il rispetto dell'altro, edito da Carocci, sulla esperienza di lavoro con extracomunitari.
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Daria Dibitonto: Ho subito fin da piccola il fascino della filosofia, è la disciplina nella quale mi sento più a mio agio, perché unisce in sè pluralità e profondità della conoscenza e consente di abbracciare il mondo con il pensiero. Le idee, le prospettive di senso, se confrontate con grazia e perizia, ampliano la fantasia, l’intelligenza, alimentano l’amore e leniscono le ferite dell’anima. Per questo, oltre a laurearmi e a conseguire un dottorato in filosofia presso l’Università del Piemonte Orientale, ho poi approfondito la consulenza filosofica con un master all’Università di Venezia. Dopo aver scritto un testo dedicato a Moltmann (Dio nel mondo e il mondo in Dio. Juergen Moltmann tra teologia e filosofia, Trauben 2007) e uno dedicato a Ernst Bloch (Luce, oscurità e colore del desiderio. Un’eredità non ancora indagata della filosofia di Ernst Bloch, Mimesis 2009), oggi mi occupo dei rapporti tra filosofia e psichiatria, grazie ad un assegno di ricerca dell’Università del Piemonte Orientale che prevede una pratica filosofica presso il Dipartimento di salute mentale dell’Asl To 5. La malattia mentale è una forma di debolezza, di vulnerabilità che permette di osservare da vicino le radici di diversi malesseri dell’uomo, ma che lo sollecita altrettanto nel porre rimedio anche all’irrimediabile, come ha già insegnato Franco Basaglia. Stare a contatto dei pazienti, passare del tempo a pensare con loro, è un bellissimo modo per tenere viva l’utopia della comprensione dell’incomprensibile.
Note biografiche degli intervistati:
Paolo Bertagnolli: Laureato in sociologia, tra l’altro, ho insegnato. Ha scritto, con altri, un libro, Lontani da me, sul lavoro svolto a scuola contro la xenofobia, ho fatto parte del comitato per la ripubblicizzazione dell’acqua, sono vicepresidente del "Centro pace" del Comune di Bolzano.
Vincenzo Puggioni: Obiettore, partecipa attivamente al consumo critico e a campagne di boicottaggio, impegnato nel sociale.
Marta Ghezzi: Femminista, ambientalista, di sinistra alternativa e religiosa, un pò eretica... Ha partecipato a molti social forum internazionali. Ha scritto molti articoli e libri, tra cui Il rispetto dell'altro, edito da Carocci, sulla esperienza di lavoro con extracomunitari.
Catiuscia Barbarossa: Persona impegnata per la pace e i diritti umani e nell'educazione alla pace e alla nonviolenza
Tiziano Cardosi: amico della nonviolenza, fortemente impegnato in varie iniziative di pace e di solidarieta', è stato tra gli organizzatori del convegno su "Nonviolenza e politica" svoltosi a Firenze il 5-7 maggio 2006 e partecipa all'esperienza della "Fucina per la nonviolenza" di Firenze]
Francesca Fabbri: Delegata sindacale e Rls per la Filcams Cgil.
Daria Dibitonto: Ricercatrice si occupa dei rapporti tra filosofia e psichiatria. La malattia mentale è una forma di debolezza, di vulnerabilità che permette di osservare da vicino le radici di diversi malesseri dell’uomo, ma che lo sollecita altrettanto nel porre rimedio anche all’irrimediabile, come ha già insegnato Franco Basaglia. Stare a contatto dei pazienti, passare del tempo a pensare con loro, è un bellissimo modo per tenere viva l’utopia della comprensione dell’incomprensibile.
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Paolo Arena e Marco Graziotti, dell'Associazione "Viterbo oltre il muro", che opera nell'ambito della formazione alla nonviolenza, hanno proposto singolarmente agli intervistati queste domande.
Come Accademia Apuana della Pace, nel pubblicare queste interviste,abbiamo deciso di raggrupparle , in modo da permetterne, nella lettura, un confronto tra le diverse posizioni.
Fonte: Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo
Altre interviste di Paolo Arena e Marco Graziotti pubblicate sul sito: