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Parigi, note e parole di “resilienza”

In questi giorni le parole più ricorrenti sono terrorismo, Jihad, guerra, attentati, kamikaze, sospetto, paura.

Parole che evocano in chi ha qualche anno in più come me, ricordi di esperienze che non si sarebbero più volute vivere.

Parole che suscitano impotenza in quelle nuove generazioni, cresciute a pane, videogiochi e film d’azione, che si ritrovano disorientate e confuse in realtà che da “virtuale” si fa drammaticamente “reale”.

Se si presta attenzione, però, in mezzo al frastuono delle parole del terrore, ce n’é una che spicca per il suo stile, pacato ma fermo e deciso, e la sua concretezza. E’ una parola bellissima: “resilienza”.

La resilienza é la capacità di far fronte ai traumi in maniera vitale. E’ forza di ricostruirsi, restando sensibili alle cose positive che la vita offre.

La Francia, colpita a morte dalla follia omicida di un gruppo di fanatici terroristi, ci sta offrendo note e parole di resilienza, che sono un vero e proprio inno alla vita.

Sono note di resilienza quelle della marsigliese, che la sera del 13 novembre, in una notte ancora buia e cupa, esce fisicamente dallo stadio di Parigi, dove poche ore prima era risuonata come segno distintivo della nazionale di calcio. A portare fuori da quello stadio quelle note, che da anni siamo soliti ascoltare soprattutto durante le competizioni sportive, sono i francesi che si aggrappano, l’uno accanto all’altro, a quelle parole, a quei ritmi per trovare la forza di continuare a vivere, per non sentirsi soli. Quell’inno -scritto la sera del 25 aprile 1792 da Rouget de Lisle, che divenne ben presto la chiamata alle armi della Rivoluzione francese e in questo contesto assunse proprio il nome di Marsigliese perché cantata nelle strade dai volontari provenienti da Marsiglia al loro arrivo a Parigi- é oggi un segno di resilienza, che riecheggia non solo per le strade di Parigi, ma di tutto il mondo, reale e virtuale.

Sono note di resilienza quelle che ha offerto, come riportano le cronache, Davide Martello, sabato mattina, il 14, nei pressi del Bataclan. Ad una manciata di metri dalla sala da concerti dove, poche ore prima , la musica era stata sovrastata dal rumore dei kalashnikov e dal boato delle esplosioni che si sono portate via 89 giovani e innocenti e hanno segnato per sempre quelle centinaia di altri loro coetanei, Martello trascina con la bicicletta una pianola e inizia a suonare “Imagine” di John Lennon. “Dobbiamo tutti vivere insieme, é chiaro che tutto il mondo é una grande famiglia. Ma purtroppo non riusciamo a vivere in pace, e tutto ciò é tragicamente ridicolo”, ha dichiarato ai cronisti di tutto il mondo.

Sono parole di resilienza quelle scritte sullo striscione nero sistemato in Place de la Republique: “fluctuat nec mergitur”, la barca oscilla tra le onde ma non affonda.

Sono parole di resilienza quelle che Antoine Leiris ha scritto e che hanno fatto il giro del mondo. “Non avrete il mio odio”, scrive, padre di un bimbo di 17 mesi, che proprio al Bataclan ha perso l’amore della sua vita e la madre di suo figlio.

Vale la pena leggerle e rileggerle, le parole di Antoine: “Venerdì avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa, Non sarà così.”

“L’ho vista stamattina -prosegue Antoine-. Finalmente, dopo notti e giorni di attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio ed io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete ma nemmeno il suo odio”.

Antonio Vermigli

"Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri"

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