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I. Una premessa terminologica

Scriviamo la parola "nonviolenza" tutta attaccata, come ci ha insegnato Capitini, per distinguerla dalla locuzione "non violenza"; la locuzione "non violenza" significa semplicemente non fare la violenza; la parola "nonviolenza" significa combattere contro la violenza, nel modo piu' limpido e piu' intransigente.

La cultura greca, che rappresenta una delle radici della nostra civilta', pur essendo sovente da noi ricordata proprio per i conflitti che l'hanno caratterizzata (primo fra tutti, quello fra Greci e Troiani, che e' materia di uno dei maggiori poemi antichi), ha anche elaborato un pensiero profondo e accorato sulla necessita' della pace e sul rigetto di ogni forma di violenza.

Molti sarebbero i pensieri belli, tante le variopinte testimonianze che si potrebbero valorizzare in occasione della Giornata internazionale della nonviolenza, fissata dall'Onu il 2 ottobre per ricordare la nascita di Gandhi, ispiratore dei movimenti per la pace, la giustizia, la liberta' di tutto il mondo. E invece scelgo di evidenziare che: la nonviolenza e' in cammino! E non si perde d'animo!

Vorrei partecipare alla giornata mondiale dedicata alla nonviolenza da - diciamo cosi' - una posizione "dal basso".

Non sono particolarmente esperta di tematiche geopolitiche dell'area mediorientale, ma da sei anni partecipo alle lotte nonviolente dei paesani dei villaggi palestinesi nella west bank e li conosco uno per uno, giovani e meno giovani, sindaci e contadini, e conosco pure i volontari internazionali che vengono con me a prendersi le pallottole di gomma (e ultimamente anche quelle "vere") ed i lacrimogeni a tutte le manifestazioni che vengono organizzate nei villaggi, a Bi'lin, Al Masara Nil'in, Budrus, Sheik Jarrah e tanti altri. Mi piace dire che sono anche amica dei giovani e meno giovani israeliani che stanno insieme a noi sempre in prima fila a "proteggere" come possono i manifestanti dei villaggi.

La nonviolenza e' un grandissimo ideale di pace, che tuttavia non serve a consolare chi lo conosce in un vagheggiamento solipsistico. Anzi, non lascia tranquillo chi l'ha scoperto e lo incita continuamente a trovare atti concreti di "apertura al tu" (Aldo Capitini), tutti i tu. Questi atti nascono dall'appello del mondo vivente, affetto dal limite e dalla morte, atti dal nucleo doloroso perche' originano da una coscienza appassionata che strappa i veli della realta' e la guarda senza maschere, sopportando il dolore di una visione cosi' pesantemente affetta dal limite.