In Italia al centro dell'attenzione mediatica, grazie anche all'intervento della presidente del consiglio, del ministro degli interni, di quello della difesa e di vari altri esponenti di governo e della maggioranza non si parla altro che del gran rifiuto dell'università di Bologna di fronte alla richiesta delle forze armate di un corso per 15 "giovani ufficiali"...non so perchè si precisa siano giovani ma di sicuro la propaganda suona meglio, insomma sono stati maltrattati dei giovani non solo dei servitori dello Stato...signora mia dei giovani che volevano solo studiare!.
Se ne parla mentre in Italia il 10% della popolazione (circa 5,7 milioni di italiani) è in povertà, la spesa è aumentata del 26%, abbiamo più emigranti che immigrati e siamo l'economia che cresce di meno in Europa. Viene da pensare che siamo partiti col riarmo e stiamo finendo alle armi di distrazione di massa per parlare di altro. Ma vabbè.
Sarebbe però utile ricostruire la vicenda visto che leggo dell'indignazione di chi parla di oltraggio alla costituzione (ne parlano quando gli torna comodo, vabbè bis) per un diritto allo studio negato oppure di "giovani" cacciati da un'università che secondo il ministro Piantedosi è gestita come una sezione di partito. In realtà le cose non stanno così e anzi le università non sono caserme dove comandano i generali esattamente come nelle caserme non comandano i professori.
Andiamo con ordine: le forze armate possiedo istituzioni di formazione e alta formazione, interne. Ai diplomati delle accademie militari che vogliono concludere i corsi di studio (tutti noi studenti almeno una volta ci siamo imbattuti agli esami in colleghi in divisa) grazie anche a varie convenzioni viene riconosciuto un percorso che, partendo dai loro studi in altra istituzione, li porta a "salvare" quanto studiato altrove e a convertirlo in un patrimonio di esami da "spendere" fino alla laurea all'interno delle università civili. A Bologna non è successo questo. L'Esercito ha chiesto un corso ad hoc per 15 ufficiali. L'Università non è un juke boxe e dico io, magari lo fosse o meglio (scusatemi) magari avesse i soldi e i mezzi per fornire non solo i corsi curricolari ma anche formazione specifica e privata "on demand". Insomma ai militari non è stato negato il diritto a laurearsi dopo il loro corso in Accademia, è stato negato un corso ad hoc. Sarebbe successo lo stesso se 15 giornalisti di una tv X avessero chiesto un corso ad hoc all'università vedendoselo negato? Un corso solo per loro? Da fare a casa loro?
Non credo proprio e qui arriviamo al punto.
Siamo insomma di fronte ad un polemica basata sul nulla, o meglio su una pretesa dello Stato Maggiore che ne ha voluto, con il suo vertice massimo lo stimato generale Masiello, farne un caso politico prima che mediatico.
Ma perchè tutto questo risalto ad una questione sostanzialmente marginale? Il tutto va letto nel contesto: quello del pensiero unico bellicista e della necessità di spingere tutta la società verso la guerra, verso un clima in cui si obbedisce e le scelte dei militari (in primis le richieste nuove armi) non possono essere discusse. Del resto pochi giorni fa il giornale che paghiamo tutti ma che non legge nessuno, ha ben pensato di chiedere più colonnelli e meno eletti in parlamento a discutere di guerra e armi. Più colonnelli come in Argentina, Cile o Grecia. Ma vabbè tris.
La forza dell'Università è sempre stata la sua autonomia, non tocca a chi viene da fuori decidere cosa un professore debba insegnare o come farlo. E' vero che siamo nei tempi di quel Kirk (ucciso tragicamente e nessuno deve morire per le sue idee, ricordiamolo) che ha fatto della caccia a professori a suo avviso "rossi" (in America...roba da ridere) uno dei trampolini della sua carriera. E' vero che i tempi sono questi ma se i militari riuscissero ad imporre la loro linea alle università a quel punto l'università verrebbe militarizzata e quindi diventerebbe un luogo che non produce più pensiero critico ma giustificazioni morali, filosofiche e legali per le guerre come ricerche scientifiche per nuove armi. L'attacco su Bologna è poi legato al mito (vecchio di decenni e oggi ampiamente sbiadito) della città rossa. Insomma funzionava bene dire che l'Università di Bologna ha cacciato i militari...signora mia.
Però, per favore, possiamo tornare a parlare davvero del futuro del nostro Paese o dobbiamo sempre rincorrere la polemica del giorno? Il nuovo nemico?
Da ultimo e concludo, qualcuno, rispondendo ai miei tweet sulla vicenda, mi ha detto: ma come tu che conosci i militari dai tempi dell'Afghanistan scrivi queste cose?! Si li conosco e li rispetto, alcuni sono anche amici. Ma quelli che ricordo io in Afghanistan non si sarebbero prestati ad una polemica del genere. Non avrebbero fatto le vittime di qualche professore che al massimo è armato di occhiali da vista e libri polverosi. Magari il corso se lo sarebbero organizzati in silenzio aviotrasportando i migliori docenti dal resto d'Italia facendone anche un'occasione per dimostrare quanto le forze armate tengono alla formazione e come sanno far bue da sole, in autonomia. Ma si sa, i tempi cambiano. Peccato che io, su certe cose, sono rimasto affezionato al passato.
SalutiPost su FB di Nico Piro del 2/12/2025