“Lo stimato medico Gabor Mate discute del tema generale del trauma e dell’essere Ebreo in un tempo di conflitto.”
“Gabor Matre, noto dottore in medicina e autore di successo, è divenuto popolare per le sue introspezioni sulle tracce profonde che il trauma lascia nella mente e nel corpo – e per il suo servizio di guida compassionevole durante il processo di guarigione. In una serie di suoi libri best-sellers, ha ripetutamente discusso su come le avversità subite nell’infanzia e altri agenti stressanti possono essere alla base di (molti tipi di. ndr) sindromi da dipendenza patologica, del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (noto con la sigla Inglese di “ADHD”, ndr) e altre condizioni disturbanti.
Nella più recente opera di Mate, “Il Mito della Normalità” – “The Myth of Normal” – scritto a quattro mani assieme al figlio Daniel, Gabor discute l’eventualità che il trauma – termine con il quale egli intende “ferita”, riprendendo il significato dell’etimo greco originale, abbia finito coll’essere letteralmente irretito nell’intero tessuto della società occidentale. È divenuto talmente pervasivo da presentarsi ormai come una norma; così, per la maggior parte delle persone, esso è divenuto così difficile da essere riconosciuto quanto lo è l’acqua per un pesce. Gabor Mate scrive nel suo libro che, una volta che ci risolviamo a vedere chiaramente varie cose e fatti per ciò che genuinamente sono, può avviarsi il processo di guarigione, una parola che – nelle sue origini linguistiche – significa “ritorno all’integrità”.
La rivista “Scientific American” ha conversato nel Novembre scorso con Gabor Mate, sopravvissuto all’olocausto, e il colloquio ha messo in luce come l’esplorazione della realtà del trauma condotta dall’autore praticamente per tutto il corso della sua vita abbia “istruito” la sua comprensione del conflitto Israelo-Palestinese e di cosa significhi “guarire” in questo periodo di profonda agitazione e tensione.”
[segue una trascrizione della conversazione intrattenuta con Gabor Mate]
“Lei ha scavato nelle profondità del fenomeno del trauma, anche dal punto di vista della sua esperienza diretta, di un’indagine dettagliata della sua natura e degli aiuti che si possono fornire alle sue vittime. In che modo questa esplorazione la ha aiutata a comprendere ciò che sta accadendo oggi?
“Come ho scritto in <The Myth of Normal>, sono nato da una famiglia ebrea nell’Ungheria del 1944, esattamente due mesi prima che i nazisti occupassero questo Paese. Fino a quel momento, alla maggior parte della popolazione ebrea residente in Ungheria era stato risparmiato il genocidio. Quando però arrivarono i nazisti, il comandante delle SS Adolf Eichmann – considerato <l’architetto del genocidio> - ebbe a dichiarare che il suo progetto stava procedendo come nel migliore dei sogni. Nell’arco di tre mesi, i nazisti uccisero circa mezzo milione di ebrei ungheresi, e la maggior parte dei rimanenti fu deportata ad Auschwitz, compresi i miei nonni e mia zia. Sono quasi riusciti a deportare anche me e mia madre. Solo per una fortuita salvifica coincidenza io e mia madre non ci siamo trovati sullo stesso convoglio diretto ad Auschwitz. Passai tuttavia il mio primo anno di vita sotto l’occupazione nazista. Quando avevo 11 mesi mia madre mi consegno ad una persona totalmente sconosciuta, una donna cristiana incontrata per strada, e questo per salvarmi la vita. Da quel momento, non rividi mia madre che dopo sei settimane.
Questo evento si è registrato nel mio inconscio con la percezione di non essere amato – perché, d’altra parte, per quale altro motivo avrei mai potuto essere ceduto ad altri? L’esperienza fu segnata da un senso di sofferenza del quale mi sentivo direttamente responsabile. I bambini sono narcisisti. Non intendo attribuire loro questo aggettivo in senso dispregiativo – voglio solo dire che <prendono tutto ciò che succede loro a livello personale>, come si usa dire comunemente. Lo stress e l’infelicità profondi di mia madre sono un riflesso di ciò che sono io come persona – o almeno questo è ciò che pensa normalmente un bambino. Questa mia esperienza precoce ha lasciato i profondi segni di un trauma che si sono manifestati con regolarità nel corso della mia vita successiva: nella mia relazione matrimoniale, nel mio cuore, come genitore nel rapporto con i miei figli, e anche nell’ambito professionale, che mi vide diventare un medico <dipendente da lavoro>, un <workaholic> (“dipendente da lavoro”, nel gergo anglosassone diffuso, ndr). Ho cercato attivamente questa condizione in modo da validare la mia stessa esistenza – perché se non ti senti degno d’amore e scegli di iscriverti alla Facoltà di Medicina, di diventare dottore, beh, allora sì che poi sarai ricercato da tutti!
Dal punto di vista della condizione di essere ebrei – e non solamente per via di tutto ciò che è accaduto durante la 2a Guerra Mondiale, della quale non ho ovviamente alcuna memoria conscia disponibile – e anche alla luce dell’antisemitismo che permase in Ungheria anche dopo il conflitto, ho sviluppato quel complesso che lo psicologo Ken Hardy ha chiamato del “Senso del sé attaccato” – “Assaulted sense of self”. In questa dinamica Ken Hardy dice che la vittima assume di fatto la stessa visione che il soggetto razzista o l’oppressore mantiene nei suoi confronti. Maturai quindi un senso di vergogna per il fatto di essere ebreo, e sono stato anche di fatto <bullizzato> per appartenere a tale etnia. Ricordo che una volta un ragazzino venne in mia difesa dicendo: “Ehi, lasciatelo stare. Non è colpa sua se è un ebreo!” “Gran bella posizione difensiva – pensai - grazie mille! Ecco di cosa si tratta: di una <colpa>!” Crebbi così nella consapevolezza di essere sì un ebreo, ma anche con un certo senso di vergogna per esserlo.
Quando avevo 11 anni, presi un libro da uno scaffale della libreria dei miei genitori. Lo avevano riposto intenzionalmente in uno scaffale molto alto in modo che non potessi raggiungerlo, ma io utilizzai una sedia. Si intitolava “Il flagello della Swastika” – “The Scourge of Swastika”, un’opera di Edward Russell. Questo autore era stato un ufficiale dell’esercito e uno degli avvocati al processo di Norinberga. Potei così leggere degli orrori del genocidio, ed era la prima volta che ne conobbi i dettagli. Così, dall’età di 11 anni, e più precisamente dal giorno in cui lessi quel libro, per anni a venire la mia testa si trovava continuamente a domandarsi “Com’è possibile una cosa del genere?”; e la comprensione di come tutto quello fu possibile e dell’ingiustizia che la vita può infliggere sono stati un tema dominante nel mio sviluppo.
In seguito, durante la mia adolescenza, scoprii il Sionismo. E devo dire che – accidenti – ciò fu una liberazione! Tutto ad un tratto, compresi che gli ebrei non dovevano vergognarsi di ciò che erano. Non dovevano trovarsi sempre indifesi; hanno diritto ad avere un loro specifico Stato! Invece del filo spinato dei campi di concentramento, possono avere i confini di uno Stato libero; e al posto dei cavalli caduti nel Ghetto di Varsavia può essere costituito un orgoglioso esercito israeliano. Un posto nel quale poter semplicemente essere noi stessi.
Era un bel sogno, e io vi ho riposto subito fiducia. L’ho sottoscritto, per così dire. Sono riconoscente nei confronti di quella fase della mia vita, perché ha apportato in me una percezione completamente nuova dell’essere ebreo. Successivamente, a cavallo tra il mio secondo e terzo decennio di vita, mi resi conto che questo sogno bellissimo, che fu una vera e propria salvezza per la mia anima, aveva iniziato ad essere attuato al pesante prezzo di un incubo per il popolo Palestinese.
A dispetto dello slogan propagandato da alcuni sionisti della prima ora, che recitava: <Una terra senza popolo per un popolo senza terra>, non esisteva alcuna terra che non fosse abitata da un’etnia indigena.
In sintesi, questa è stata la traiettoria della mia vita: sono partito dal sentirmi inizialmente sopraffatto dalla vergogna per le mie origini, per poter rinascere poi sotto molti aspetti in un autentico spirito di orgoglio, onore e riaffermazione identitaria, e finire col rendermi conto che quella stessa degna riaffermazione e rinascita identitaria si stava attuando con un orribile prezzo pagato da un altro popolo – e fu a quel punto che mi dissociai dal Sionismo. Questo non ha comunque significato per me perdere l’orgoglio correlato al Giudaismo e alla condizione di ebreo. Quella che abbandonai fu l’idea si Sionismo che si stava attuando alle spese di un altro popolo.”
“Nel suo libro afferma che il trauma rende le persone rigide, inflessibili; e allora, come ha potuto lei raggiungere quella flessibilità che le ha fatto abbracciare la sua nuova prospettiva?”
“Vede, in quello stesso libro ho anche discusso delle virtù insite nel processo che porta alla disillusione, al disincanto. Una mia prima sonora disillusione fu quella in cui mi imbattei quando avevo 13 anni. Sono cresciuto maturando una fiducia nel sistema comunista, nei suoi ideali ispiratori – l’uguaglianza, la libertà, la fratellanza e la sorellanza diffuse in tutta l’umanità. Poi, il 23 Ottobre 1956, si ebbe lo scoppio della rivoluzione Ungherese contro la dittatura comunista. Tutto d’un tratto, mi resi conto che avevo creduto in una bugia. Venne sollevato dai miei occhi un velo che mi impediva di vedere una realtà per quello che effettivamente era. Successivamente mi trasferii nel Nord America, dove progressivamente mi persuasi del valore della libertà e della democrazia su cui si fondavano gli Stati Uniti; credetti veramente nella visione di un intero mondo libero. Pochi anni dopo, però, venne dichiarata la guerra in Vietnam. Mi resi quindi conto di come, in nome di una serie di bugie, vennero uccisi tre milioni di persone dai leaders di questa società <democratica e votata alla libertà> che erano gli Stati Uniti – un’altra cocente delusione.
Una cosa che chiedo spesso alle persone è: <preferireste vivere nell’illusione o farle crollare, le vostre illusioni? Personalmente, cercherei comunque di credere nella realtà.”
“Quella che sto per farle ora è una domanda dura, ovvero: come può essere che il trauma trasformi alcune loro vittime in dei mostri, e altre vittime in esseri umani votati alla compassione?”
“In effetti, quelli che ha appena citato sono due esiti entrambi possibili. Penso che in ciascuno di noi si nascondano due lati opposti, risonanti ciascuno con una delle due evenienze citate. La domanda cruciale allora diventa: quale lato di noi vincerà? Ora, possiamo vedere come un trauma che venga adeguatamente riconosciuto, elaborato e compreso può trasformarsi in un grande maestro. Diversamente, un trauma che è oggetto di (continua) repressione può distorcere la personalità della vittima fino agli estremi della psicopatia. Il fatto che una vittima di traumi evolva seguendo una delle due direzioni piuttosto che l’altra, probabilmente, dipende molto dal livello di relazioni di accudimento con altri esseri umani di cui ha potuto beneficiare nella sua tenera età. Le persone che traducono in scelte comportamentali tutto il trauma che hanno subito, come i veri psicopatici, i serial killers, ecco: tutte queste persone non hanno quasi mai beneficiato di alcun livello di empatia nelle loro vite. Per questo, i traumi subiti li hanno portati ad esplodere di rabbia, e li hanno indotti alla ricerca di potere e di dominio a qualunque costo. Puoi trovare molti esempi di persone di questo tipo anche nello scenario politico.”
“Nel suo libro lei parla della <normalizzazione del trauma>. Che ruolo gioca la politica nel perpetrare, e magari anche nel diffondere ulteriormente l’esperienza del trauma?”
“Partiamo dal modello politico del neoliberismo, elargito al mondo dai sui <santi patroni> Margaret Thatcher e Ronald Reagan, e implementato poi da diversi governi dalle varie ispirazioni ideologiche. Il diffondersi del neoliberismo ha portato ad un isolamento sociale sempre più diffuso, al disinvestimento in progetti sociali, ad un senso di insicurezza e di solitudine diffuse. Ciascuno di questi fattori contribuiscono molto all’insorgenza e al diffondersi di molte malattie, e non solo in ceti demografici limitati, ma anche nella popolazione generale.
Consideri ad esempio la riduzione dell’aspettativa media di vita tra i cittadini maschi americani che non hanno un livello di educazione universitario. Molte delle morti in questa fascia della popolazione avvengono perché le persone hanno perso il loro senso di appartenenza, di proposito nella vita e di realizzazione personale – queste condizioni portano alla disperazione, che a sua volta facilita l’insorgere di dipendenze tossiche e aumenta i casi di suicidi. Questi casi sono stati accuratamente definiti come “morti per disperazione”. Negli Stati Uniti, l’anno scorso (il 2023, ndr), si è registrato un numero di morti per overdose quasi doppio di quanti Americani sono morti nelle guerre di Vietnam, Afghanistan e Iraq prese insieme. Tutto questo si pone in stretta relazione con fattori sociali ed economici. Le scelte politiche hanno molto a che fare con la traumatizzazione della popolazione generale.
Un’altra modalità [con la quale la politica contribuisce alla diffusione del trauma, ndr], e che è un po’ più sottile; essa risulta dal fatto che spesso eleggiamo come politici destinati a governarci delle persone che sono state traumatizzate, e che finiscono coll’implementare politiche traumatizzanti.”
“Come mai questi candidati finiscono a volte per divenire molto popolari tra l’elettorato”?
“Molto spesso finiamo per vedere nei candidati alle posizioni politiche amministrative dei <surrogati> dei nostri genitori che possano <prendersi cura di noi>. Siamo alla ricerca di persone che trasudino durezza e forza. Il fatto che cerchiamo in tali personaggi politici dei surrogati dei nostri genitori dipende anche da quanto sia effettivamente divenuto difficile essere adulti nel mondo di oggi; ed essere adulti significa anche essere in grado di liberarsi delle illusioni in una modalità sana.”
“Cosa intende nello specifico per <liberarsi da illusioni in un modo salutare?>”
“È davvero una situazione controversa quella di rimanere da una parta radicati nella realtà concreta, e dall’altra in un qualche sogno illusorio? Il grande [scrittore] James Baldwin disse una volta; <Viviamo in una nazione nella quale le parole vengono usate più frequentemente per acquietare i sogni di coloro che dormono, invece che per risvegliarli.> Se si programmasse e mandasse in onda una trasmissione nazionale con una discussione schietta sulle ragioni e i torti, su di una visione della storia così come può emergere da differenti prospettive in merito a quanto sta succedendo nell’Oriente Medio e Prossimo proprio adesso, chissà se un tale evento non catturerebbe un pubblico più vasto di quello del Super Bowl. Una gran parte della nostra cultura è orchestrata in modo da farci sprofondare nel sonno. In questo senso, il processo è in tutto e per tutto quello di una fuga dalla realtà. La vita è veramente difficile, perché difficile è guardare in faccia la realtà stessa della vita.
“Ravvede un qualche collegamento tra l’olocausto e quanto sta accadendo oggi in Medio Oriente?”
“Gli eventi del 7 Ottobre 2023, le brutali atrocità commesse contro gli ebrei nell’Israele del Sud – per la maggior parte dei miei compagni ebrei che non conoscono la storia di chi veramente sono i Palestinesi e di ciò che è successo loro – sono stati un terribile attacco alla popolazione ebrea, la più grande catastrofe a lei occorsa dopo l’Olocausto, Alla luce di ciò, possiamo dire che il trauma più recente ricorda quello più antico, e si nutre di esso; ma l’analogia [tra i due traumi] è fallace. Quattro anni fa [nel 2020, ndr] un sondaggio conoscitivo condotto in Canada ha messo in luce il fatto che la maggior parte dei canadesi non sapeva nulla o quasi dei drammi che hanno interessato gli Istituti Scolastici Residenziali di quel Paese [tra la fine del 19° secolo e la fine del 20° secolo], all’interno dei quali i bambini delle comunità indigene venivano torturati fisicamente, sessualmente ed emotivamente, oltre ad essere picchiati e subire l’infissione di uno spillo nella lingua quando parlavano il loro idioma originario. Ecco: la maggior parte dei canadesi affermò di non sapere nulla o quasi di queste vicende. In modo del tutto analogo, la maggior parte dei cittadini ebrei ed israeliani sono ancorati alle loro narrazioni particolari che non trattano delle esperienze dei palestinesi.
Centinaia di cittadini ebrei sono stato arrestati per aver protestato contro i bombardamenti a Gaza e per aver esclamato: <Non in nostro nome!>
Sono stato molto esplicito di fronte al grande pubblico in merito a questi fatti, e già da molto tempo ormai. La cosa ha determinato una mia crescita in popolarità in seno a diversi circoli culturali.
Ricevo veramente emails di tutti i tipi, alcune delle quali affermano che sono un ebreo che odia se stesso e che tradisce la sua stirpe. Ho però recentemente ricevuto due altre emails da due cittadini ebrei – due persone molto famose. Una di esse mi scriveva: “Mi sto mettendo in contatto con te nel mezzo di questa orribile guerra … grazie per far sentire forte la tua voce. La tua è anche la mia voce.” Un altro mittente mi ha scritto: “Le tue parole stanno guarendo il mondo intero, e hanno sempre guarito anche me.”
Quando ho visto io stesso quelle manifestazioni in televisione mi sono scese le lacrime. Ero davvero molto commosso. Che altro dire, se non che queste sono le vere dinamiche in atto? La mia intenzione non è di attribuire colpe a qualunque delle parti coinvolte. Comprendo tutte le loro esperienze. Anch’io prestavo fede a molte delle credenze che tante persone sostengono; tuttavia, grazie a Dio, ho potuto disilludermi.
“Può la disillusione, nei termini in cui l’ha definita lei, costituire una via di guarigione?”
“Sicuramente rappresenta la prima fase del processo di guarigione, perché finché non entriamo in contatto con la realtà e con le vere origini della nostra sofferenza, non può aver luogo alcun processo di guarigione. Il Buddismo insegna ad esempio, a tal riguardo, che una volta che riconosci l’origine della tua sofferenza hai già compiuto un grande passo verso la guarigione. Vengo da molti considerato un guaritore; da parte mia, cerco di fare ciò che posso, ciò che so fare. Molte persone mi dicono: <Soffro di una dipendenza, ma da piccolo ero una/un bambina/o felice.” A questo punto, anche nel corso di soli tre minuti di conversazione, queste persone riconoscono magari che avevano sì avuto un’infanzia felice, ma che avevano anche represso una buona quantità di dolore allo stesso tempo. Una volta che le persone si rendono conto di come sono state traumatizzate, arrivano a considerarsi non più come “sbagliate”, sentono che in sostanza non c’è niente di intrinsecamente sbagliato in loro. Detta con un’analogia, <non sono merce difettosa>. Più semplicemente, a queste persone è successo qualcosa che le ha portate a comportarsi in modo dannoso per se stesse o per gli altri.
<Ho fatto del male ai miei bambini – non volevo ma l’ho fatto – e questo a causa di un trauma irrisolto che mi portavo ancora dentro quando già ero un genitore>, o ancora: <Mi sono trovato in una dipendenza compulsiva non perché fossi <moralmente corrotto>, ma perché cercavo una fuga da un dolore che non avevo neanche compreso bene di avere dentro>. Una volta che si comprendono dinamiche come queste, e che alcune illusioni vengono smascherate, quando si comprendono quali eventi occorsi ci hanno ferito, allora si può iniziare a guarire, e non in un modo che ci fa identificare con la posizione della vittima, ma in maniera da poter assumersi fattivamente una propria responsabilità.”
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“Affrontare e riconoscere le illusioni può aiutare la guarigione da un trauma”, 1/01/2024, intervista di Mukerjee a Gabor Mate [traduzione: Andrea De Casa]. Fonte: edizione online della rivista “Scientific American”, della quale viene pubblicata la versione italiana “Le Scienze”.