• Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il paradosso della deterrenza

La deterrenza è un equilibrio delicatissimo tra la paura e il rischio, denota una situazione che può sfuggire facilmente di mano. Il paradosso della deterrenza si basa sul principio di reciprocità: se tu vedi la minaccia nell’altro e ti armi l’altro vede la minaccia in te e si arma a sua volta. Si crea in questo modo un circolo vizioso da cui non si esce se non, come insegna la storia recente, con maggiore conflittualità.

La spesa militare globale è in crescita da oltre due decenni, come dimostrano tutti i dati internazionali più attendibili: una tendenza ulteriormente rafforzata negli ultimi anni a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina e della ripresa di retoriche e politiche sempre più allineate alle richieste del comparto militare-industriale-finanziario in gran parte statunitense.

L’umanità si trova a un bivio in cui le decisioni politiche sui bilanci della difesa determineranno la traiettoria delle molteplici crisi in cui siamo immersi. In questo momento i governi dell’UE stanno scegliendo di aumentare drasticamente i fondi armati e, di conseguenza, anche il pericolo di una guerra globale . Anche in un’ottica diversa da quella pacifista risulta evidente che la difesa comune, un esercito europeo, non potranno esserci fin quando non ci sarà come minimo una politica estera comune.

Il raggiungimento del 2% del PIL in spesa militare è pertanto un feticcio utile solo a far crescere i guadagni del complesso militare-industriale-finanziario (non a caso si chiede che un quarto di tali fondi sia usato per comprare nuove armi). L’aumento di risorse per le aziende militari a livello UE non porterà ad una difesa comune (che è una scelta politica), né a vantaggi economici ed industriali o a maggiore sicurezza: difatti il raddoppio della spesa militare globale dall’inizio del Millennio è coinciso con un drastico aumento delle guerre e delle vittime civili. Ciò che prima veniva deciso ma con opacità e reticenze, oggi viene rivendicato a pieno titolo: da qui la crescita enorme delle risorse che gli Stati mettono a disposizione del comparto militare, in particolare per quanto riguarda la produzione e il commercio di nuovi sistemi d’arma.

Una corsa al riarmo “ognun per sé”, I cacciabombardieri, per esempio: la Francia ha i suoi Rafale e Mirage 2000, l’Italia Eurofighter e Tornado, molti paesi europei i costosi F-35 statunitensi. Va detto che le chiavi di sofisticati software sono custoditi gelosamente dagli americani che determinano una pesante dipendenza tecnologica per molte aviazioni europee.

La deterrenza è perciò un paradosso.

Non c’è alternativa ad una rivoluzione culturale. Il presupposto del manifesto di Ventotene dei pionieri e fondatori dell’Unione europea, sulle macerie della II Guerra mondiale, era che ogni popolo europeo riconoscesse come legittimi il punto di vista e gli interessi degli altri; di pari passo con la democratizzazione non solo delle istituzioni, ma anche della cultura politica diffusa, questo doveva portare a demandare ad un superiore organismo comune europeo per evitare il rischio di nuove deflagrazioni, e tutelare gli interessi comuni basati su una convivenza che aveva i suoi presupposti in una storia e in una cultura largamente condivise.

L’Europa (intesa come ‘casa comune’ degli europei, il sogno di Altiero Spinelli) è forse davvero già morta a Sarajevo, nella prima metà degli anni ’90. Di fronte all’evento traumatico di un conflitto armato su vasta scala che si ripresentava dopo la fine della II Guerra mondiale sul continente europeo, la UE non riuscì a parlare con voce unica e la dissoluzione della Jugoslavia divenne il grande gioco in cui ognuno degli Stati più potenti dell’Unione fece la sua partita; finché non vi entrarono in modo decisivo altri attori dell’Occidente ‘atlantico’ (in primo luogo la NATO e, di nuovo, le armi, non la diplomazia).

Il suicidio di Alexander Langer è l’evento simbolico della fine di un’illusione
Se allarghiamo lo sguardo al di fuori del nostro continente, ci accorgiamo che sono decine i teatri di guerra nel mondo; e il più importante degli organismi sovranazionali, l’Onu, deputato in primo luogo alla prevenzione e alla risoluzione dei conflitti armati, si è sempre più rivelato strumento largamente insufficiente a tale compito.

Il sistema di potere economico e finanziario creatosi nel mondo, da un lato, ha abbattuto le frontiere, reso assai più debole il ruolo dei governi nazionali e globalizzato non solo la produzione, il commercio, i flussi di denaro, ma anche i conflitti; dall’altro ha moltiplicato le tensioni regionali e i nazionalismi, che nascono dall’esigenza di guadagnare una nicchia, una ‘rendita di posizione’ nel ridisegnarsi degli equilibri su scala mondale, nonché nella nuova, spesso brutale ridistribuzione delle sfere di influenza tra il vecchio mondo occidentale ed atlantico e le nuove potenze emergenti.
In questo contesto, il pensiero pacifista si pone come approccio radicale e razionale ai problemi, come sguardo totalmente ‘altro’. Alla voce di poteri mondiali che agiscono per gli interessi di ristrette élites risponde la voce di un umanesimo radicale e parimenti globale, che pone al centro l’idea di una ‘democrazia integrale’.

Il pacifismo, mettendo al centro il rifiuto delle armi, si pone l’obiettivo visionario che ogni cittadino senta come suo ogni conflitto aperto nel mondo: che la coscienza individuale e collettiva non solo in Occidente, ma nel mondo intero, si senta chiamata in causa non solo per la tragedia ucraina, ma per ogni e più lontano teatro di guerra, che sia il Darfur, il Congo o il Mozambico, l’Afghanistan o il Kurdistan e, in primis, la Palestina.

Il pacifismo è inscindibile da un’idea di formazione (e la facoltà di Scienze della Pace dell’Università di Pisa è un faro acceso in tal senso), di educazione alla pace dei popoli e al rifiuto delle armi in un mondo dove ritorna il rischio sempre più concreto della follia nucleare.

Il pacifismo è vicino ai disertori ucraini e russi, marcia unito nelle carovane della Pace, e chiede pace nella giustizia, nella dignità e nella sicurezza di tutte e di tutti. Nel concreto, le proposte del movimento pacifista si possono così sintetizzare:

  • Utilizzo delle risorse liberate dalla spesa militare per spese sociali, ambientali e per il rafforzamento degli strumenti di pace
  • Tassare gli extra profitti dell’industria militare
  • Diminuire i fondi destinati alle missioni militari all’estero
    Ma prima di tutto, come dice papa Francesco, disarmiamo le parole per disarmare le menti e vuotare gli arsenali

LA FINANZA VA ALLA GUERRA

I numeri parlano chiaro. Christine Lagarde ha indicato che le stime di crescita dell'eurozona nel 2025-2027 non andranno molto l'1 per cento, con un'inflazione attorno al 2,5%, senza considerare eventuali dazi Usa, il cui effetto, sempre secondo Lagarde, potrebbe ridurre la crescita di uno 0,3%.

In sintesi, l'economia della zona euro è ferma: questo significa che il mega piano ReArm Europe sono destinati a non produrre effetti significativi sull'economia reale, né in termini di occupazione, né in termini di maggior reddito. Questo dovrebbe far riflettere chi vaticina i benefici del warfare.

Per riarmarsi si fa debito e non si risolve nessun problema. Ma, del resto, è molto evidente che tutta l'operazione ReArm ha un altro scopo che è rappresentato dalla volontà di creare una bolla finanziaria, come testimoniano gli indici di Borsa e come dimostrano i prezzi azionari delle società che producono armamenti.

Come nel gioco delle tre carte si usa l’idea della difesa comune per nascondere gli interessi della finanza riguardo la crescita dell’acquisto di armi e relativa tecnologia.

Se prima il tema della finanza rispetto all’industria militare era un tema ancillare adesso è centrale in quanto i grandi fondi finanziari - Black Rock, Vanguard, State street global…- stanno all’inizio del processo. Basta andare a vedere chi sono i proprietari delle grandi aziende di produzione armata.

Sono gli stessi colossi, i megafondi che manipolano la finanza sulle materie prime, la speculazione delle criptovalute, il comparto dei digitali e la gestione dei risparmi privati conseguenti la crisi dello stato sociale e la privatizzazione di sanità, pensioni ecc che immette liquidità nelle loro casse.

La finanza entra perciò direttamente come azienda speculando anche sulla guerra
Non esiste soluzione militare del conflitto: la guerra non la vince nessuno. La scelta armata fatta per difendere l’Ucraina dall’invasione russa, ha portato da 3 anni a una guerra di logoramento costata da entrambe le parti decine di migliaia di morti. La via militare è un fallimento: l’evidenza dei fatti è lì a dimostrarlo. Le guerre non si fermano con le armi, da quando il campo di battaglia è diventato secondario e la popolazione ha iniziato a essere coinvolta nei conflitti. Le guerre si fermano agendo sulle economie e togliendo le risorse. Il polmone della Russia è la Cina, il resto è propaganda per alimentare la distrazione di massa. Se fosse stato utile rivolgersi ai fucili, la guerra sarebbe finita già da tempo. E il fatto che pensiamo che le armi siano servite a resistere, ci racconta di quanto poco capiamo di come funziona la geopolitica.

Nessuno vince la guerra, la pace invece la possono vincere tutti.

Gli eserciti europei in media acquistano in Usa il 64% dei propri equipaggiamenti: la proporzione rischia di essere la stessa per gli 800 miliardi previsti dal piano Von der Leyen.

Nell’ultimo quinquennio il 64% delle armi comprate dagli eserciti europei erano fabbricate negli Usa. Una dipendenza da aziende americane destinata a crescere, visto che solo l’immenso comparto industriale bellico a stelle e strisce potrà soddisfare l’impennata di richieste dei paesi Ue.

Gran parte dell’enorme investimento di ReArm Ue andrebbe dunque a finanziare l’industria bellica statunitense. Dalla svolta politica della Casa Bianca gli Usa trarrebbero un doppio vantaggio: disimpegno militare da un’eventuale Difesa degli (ex?) alleati europei, e una pioggia di contratti.

La guerra perciò fa bene solo a chi produce armi e controlla infrastrutture e guadagna con i rincari delle materie prime.

E tutto questo mentre a Gaza si continua a morire…50mila civili, forse 70mila?. Gaza è diventato il laboratorio della retorica militarista europea. L'Ue ha coperto l’offensiva israeliana e non ha mai avuto intenzione di svolgere un ruolo di difesa di un popolo aggredito.

L’UE non ha mai avviato un’iniziativa negoziale che ponesse fine alla guerra in Ucraina e al genocidio a Gaza . I paesi membri hanno coperto l’offensiva israeliana, garantendo immunità a un ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, fornendo le armi necessarie e tagliando fondi all’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l’Unrwa. Così l’Europa ha fatto la sua parte nelle stragi della popolazione civile.

Ed è a questa Europa che vogliamo fornire più armi? Per farci che cosa?

Cristina Pacinotti

21 marzo 2025