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Don Luigi Re e la Casa Alpina di Motta

LA DIVINA PROVVIDENZA

Primavera 1944.
Undici anni, di origine ebraica, ero nascosto alla Casa Alpina di Motta, una specie di collegio, ma non proprio, fondata e gestita da un prete molto in gamba, don Luigi Re, che mi aveva accolto sapendo chi ero, sotto le mentite spoglie del povero Franco Bernardi (detto Franchino, ma anche “crapa pelada” avendola da poco scampata dal tifo). Figuravo nato a Brindisi e i miei genitori erano rimasti tagliati fuori dall'avanzata degli alleati.
Una situazione molto simile a quella presentata da Louis Malle in “Arrivederci ragazzi”. Più semplice perché i miei un paio d'anni prima avevano ritenuto opportuno farmi battezzare e quindi il problema religione non esisteva.

Non avevo documenti né tessera annonaria ed un giorno venne da Campodolcino, un paesotto più grande, cinquecento metri più in basso, il brigadiere comandante la stazione dei carabinieri con un appuntato per assumere informazioni sul poverino.
Breve interrogatorio, cui risposi perfettamente, con una altrettanto perfetta cadenza triestina... il buon brigadiere si rivolse allora a don Re chiedendogli di fidarsi, di dirgli la situazione reale e così via; don Luigi non se ne dette per inteso e quello se ne andò via insoddisfatto, con notevole tremarella dello stesso don Luigi.

Tra Campodolcino e Motta, dove adesso viaggia un trenino a cremagliera, e prima ancora sfrecciava la funivia, allora c'era soltanto un ripido sentiero nel canalone. Inoltre si deve sapere che sul pianoro di Motta molto spesso soffia un vento della madonna. Chiarito questo, cosa accadde? Che il povero brigadiere, arrivato tutto sudato a Motta ed investito appunto dal vento della madonna, tornato alla sua stazione di Campodolcino finì immediatamente in ospedale con la broncopolmonite: la Divina Provvidenza, interpretò don Luigi. Infatti il sostituto del brigadiere, il giorno seguente, mise un bel timbro sulla pratica e tutto finì lì.

Le cronache non riferiscono se il povero brigadiere se la sia poi cavata, ma mi auguro proprio di sì.

IL TESORO

Alla Casa Alpina eravamo forse una ventina di ospiti, di cui sei ragazzi fra gli undici e i quattordici anni.
Era stata organizzata una specie di scuola, tutti assieme anche se di classi diverse. Don Giovanni Passoni, collaboratore di don Luigi Re, era il nostro insegnante di lettere, oltre che di religione, naturalmente. Ricordo che una volta gli chiesi cosa volesse dire “vergine” e lui, imbarazzatissimo, a spiegarmi che significava che Maria non era sposata. Ma come, ma se era moglie di san Giuseppe? Si, ma, veramente… E gli altri ragazzi, tutti un po' più svegli di me, a sghignazzare.
Matematica ce la insegnava, magnificamente, Alberto Traversa, un ventenne genovese rifugiato a Motta per non fare il servizio militare con i “repubblichini”. Ho campato di rendita anche i primi anni del liceo con il teorema di Euclide e quello di Pitagora perfettamente dimostrati.

Un giorno don Luigi, assieme ad Alberto Traversa, prese da parte tre o quattro di noi e ci raccontò che nel bosco erano stati seppelliti i beni di alcune persone che, passate dalla Casa Alpina, avevano dovuto essere accompagnate attraverso i monti in Svizzera. Ebrei, naturalmente, come avremmo appreso in seguito. Le chiamavamo le gite “un po' di qua e un po' di là”, dove si partiva magari in dieci e si tornava in quattro.

Correva voce che i tedeschi ed i fascisti stessero organizzando un rastrellamento e, per paura che tutti gli adulti potessero essere deportati ma che forse i ragazzi se la sarebbero potuta cavare, volevano indicarci il posto del “tesoro” per poterlo recuperare a guerra finita.
Veramente, poco dopo l'otto settembre, c'era già stato un rastrellamento ed a Motta erano arrivati i tedeschi “con venti cani poliziotti e due iene”, raccontava don Luigi che aveva l'abitudine di… colorire un po' le sue storie. Pare infatti che effettivamente due cani lupo ci fossero.
Una sera quindi, in gran segreto, Alberto ci portò nella pineta sotto la Casa Alpina ed arrivammo ad un roccione dove appunto era sepolto il “tesoro”. Emozionante è dire poco, ci sentivamo quasi degli eroi.

Il rastrellamento in realtà non ci fu. E del tesoro non ho più avuto notizia. Credo però che, dopo quasi sessant'anni, saprei ritrovare il posto!

I PARTIGIANI

Noi ragazzi dormivamo nella “sala Ozanam”, un salone della larghezza dell'intero corpo di fabbrica della Casa Alpina, con al centro due file di box con tramezze di legno non a tutta altezza, aperti davanti, con forse una tenda di chiusura. C'erano due porte sulle testate e due corridoi fra le finestre e la rispettiva fila di box.

Nonostante il freddo si dormiva con le braccia sopra le coperte, sotto non era conveniente.
Hai fatto cattivi pensieri? Mi chiedeva don Passoni in confessione. E io non sapevo nemmeno cosa fossero i cattivi pensieri…

Una mattina all'alba ci svegliammo, mi svegliai, e vidi passare Alberto con un omaccio con un gran barbone ed una specie di fucile in spalla. Erano arrivati i partigiani. L'omaccio era Caio, con in spalla un “parabellum”. Caio era, naturalmente, fratello di Tiberio, il capo; e Pioppo era il commissario politico. Dopo la guerra apprendemmo che Pioppo era Giovanni Pirelli.
Il tempo era infame, c'era tormenta. Don Luigi accolse amichevolmente i partigiani ma non vedeva l'ora che se ne andassero in quanto a Madesimo, mezz'ora di mulattiera, c'erano le brigate nere.
In quella occasione noi ragazzi imparammo diverse canzoni partigiane, alcune ormai quasi dimenticate come “la guardia rossa”, ma anche “fischia il vento” che io canto alla loro maniera, e la bandiera, perbacco, era rossa e non bella!

Dopo due giorni la tormenta cessò e nella notte i partigiani se ne andarono.

La mattina successiva arrivarono i fascisti, tutti belli in fila davanti alla Casa Alpina. Evidentemente sapevano perfettamente che “gli altri” se ne erano andati. Comunque piazzarono una mitragliatrice e poi entrarono. Naturalmente cordialmente accolti da don Re che doveva sopravvivere e far campare anche tutti noi altri.

I partigiani tornarono ancora: ricordo una partita di calcio fra noi ragazzi e loro e l'imbarazzo per uno che giocava a piedi nudi e avevamo paura di schiacciarglieli. Un po' di tempo dopo ci fu uno scontro a fuoco sugli Andossi, fra Madesimo e Monte Spluga e proprio lui fu ucciso; l'unico caduto di cui avemmo notizia.

LA SUORA DI MESE

Una delle storie, o leggende, raccontate da don Luigi.

Mese, un paesino attaccato a Chiavenna, più noto per la centrale elettrica che per la suora.
La suora di Mese aveva le stimmate. Ma non basta, il Demonio ogni tanto le ficcava nel corpo dei luridi ferri attorcigliati che andava a raccogliere nelle fogne. E la povera suora languiva nella sua cella.
Don Luigi era andato a trovarla, e al suo ingresso nella cella il Demonio, folle di rabbia per la presenza di un prete, o forse perché aveva impartito la benedizione alla suora, aveva fatto volare l'acquasantiera da una parte all'altra della camera fracassandola.
Don Luigi aveva visto le stimmate sulle mani e sui piedi ed anche, "con rispetto parlando", quella del costato.

La suora aveva promesso a don Luigi che quando fosse morta sarebbe andata a trovarlo.
La suora morì, ed in quel tempo noi ragazzi dormivamo nel salone don Bosco invece che nel solito Ozanam, e di fianco al dormitorio vi erano alcune stanzette in una delle quali dormiva don Luigi. Eravamo terrorizzati, avevamo paura che la suora si sbagliasse e che invece di andare a trovare don Luigi venisse da noi…

Franco Isman

Dal sito “casa alpina di Motta di Campodolcino”

Franco Isman sul  libro "Giocavamo alla guerra" - Memorie di giovani monzesi

Segnalato da Angelo Levati