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I costi umani dell'invasione dell'Iraq cinque anni dopo (Angelo Stefanini)

Pubblicato su “La domenica della nonviolenza” n. 156 del 23 marzo 2008 e tratto dal sito di "Pecereporter" (www.peacereporter.net)

Angelo Stefanini è docente del Dipartimento di medicina e sanità pubblica dell'Università di Bologna, Centro studi in salute internazionale; è anche membro dell'Osservatorio italiano sulla salute globale


Mentre negli Stati Uniti il premio Nobel Joseph Stiglitz stima il costo finanziario della guerra in Iraq in tre trilioni (sì, tre trilioni, ossia tre milioni di milioni di milioni) di dollari, è giunto il momento di fare i conti con gli altri costi, quelli umani, che cinque anni di guerra hanno fatto pagare alla popolazione civile di quel paese.
Nel marzo 2003, alla vigilia della invasione appoggiata, contro oceaniche manifestazioni di dissenso in tutto il mondo, anche dal governo italiano di Silvio Berlusconi, oltre 1500 medici italiani sottoscrivevano una lettera aperta che metteva in guardia sulle prevedibili conseguenze umanitarie di una tale decisione. Il governo rispondeva sprezzante a tale "intrusione" del mondo scientifico in "problemi che per la loro valenza non possono che essere affrontati dai supremi Organi elettivi...", negando in sostanza che la guerra abbia un profondo impatto sulla salute dell'umanità e che quindi le professioni sanitarie possano esprimersi su di essa. La lettera aperta rappresentava un intenso momento di presa di coscienza da parte di una professione a rischio di perdere il senso della propria missione sociale a salvaguardia della salute umana.


È di queste settimane la pubblicazione di una ricerca che fa il punto sugli studi sinora pubblicati che stimano il numero di morti causati dalla guerra in Iraq. I tredici studi identificati riportano dati abbastanza diversi. I lavori considerati di migliore qualità scientifica, e quindi più affidabili, evidenziano un numero di morti giornaliero stimabile in una scala che va dai 48 e ai 759. Una tale variabilità è dovuta soprattutto alla diversità sostanziale delle metodologie impiegate. Da una parte, lo studio che calcola soltanto le morti verificate da almeno due fonti ufficiali (fornendo quindi cifre molto sottostimate). Dall'altra, gli studi di popolazione che includono le morti "stimate" in base a calcoli statistico-epidemiologici e causate non soltanto dalla violenza diretta ma anche dalle condizioni di vulnerabilità alimentare, igienica, ecc. create dal conflitto. La ricerca in genere più citata, pubblicata sulla autorevole (e insospettabile di faziosità) rivista americana "The New England Journal of Medicine", riporta la cifra di circa 151.000 morti "violente" dal marzo 2003 al giugno 2006. Un'indagine uscita sull'altrettanto prestigiosa rivista britannica "The Lancet" calcola, alla fine del mese di giugno 2006, oltre 655.000 morti in eccesso, ossia incluse quelle dovute alle cause indirette della guerra.


Per avere un'idea più accurata del reale impatto della invasione dell'Iraq e delle conseguenze ad essa attribuibili, compresa la violenza settaria degli ultimi due anni, bisognerebbe considerare anche altre statistiche e soprattutto le narrazioni che profughi e persone coinvolte fanno della loro esperienza personale. Di sicuro sappiamo che: - 2,4 milioni di persone sono sfollate dalle proprie abitazioni e altre 2 milioni rifugiate fuori dall'Iraq.


  • 4 milioni di iracheni dipendono da aiuti alimentari.
  • Soltanto uno su tre bambini iracheni ha accesso ad acqua potabile e uno su quattro è malnutrito.
  • Dal marzo 2003, 94 operatori umanitari sono stati uccisi, 248 feriti, 24 arrestati e 89 sequestrati.
È indubbio che il mondo intero deve conoscere quanto è costata in vite umane e in sofferenze indicibili una guerra scellerata le cui motivazioni, come ormai è risaputo, sono ormai state totalmente sconfessate. Al generale americano Tommy Franks, che ha affermato "we don't do body counts" ("noi non contiamo i morti"), si potrebbe chiedere se si riferisca anche ai morti dell'11 settembre 2001.


Contare i morti è un dovere per una società che si definisce civile. Il numero dei morti è un importante indicatore, per quanto grezzo, utilizzato nella sanità pubblica per valutare l'impatto sulla salute di un qualsiasi intervento o fenomeno sociale. I governi dell'Unione Europea hanno di recente lanciato il programma "Salute in tutte le politiche", sottolineando come tutte le politiche (economica, ambientale, educativa, oltre che quella sanitaria) hanno un evidenziabile effetto sulla salute dei cittadini e in base a tali effetti vadano giudicate. La decisione politica di fare una guerra, qualsiasi possano esserne le ragioni, deve essere valutata anche in base al suo prevedibile impatto sulla salute umana. L'invasione dell'Iraq venne giustificata in base alla necessità di fare trionfare la democrazia.


Democrazia significa trasparenza e libera diffusione della informazione, compreso il numero di quanti pagano con morte e sofferenze le decisioni altrui. Conoscere il carico di morte, dolore, traumi e malattie provocati da una guerra aiuta a decidere se o quando è il momento di farla, come prevederne le implicazioni umanitarie e come limitarne gli effetti.


Gli operatori sanitari, soprattutto quelli di sanità pubblica e gli epidemiologi, possono fare molto per prevenire la guerra e limitarne le conseguenze: per esempio, partecipando alla sorveglianza e documentazione degli effetti che le guerre hanno sulla salute; impegnandosi nella educazione e nella coscientizzazione sugli effetti della guerra sulla salute; lavorando direttamente nella prevenzione della guerra. È indubbio che la guerra sia un problema di salute pubblica. In qualità di operatori sanitari abbiamo non soltanto il dovere di prenderci cura delle vittime della violenza e dei conflitti armati, ma anche di cercare di prevenirli. E non lasciare questo compito soltanto ai "supremi Organi elettivi".