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Lettera aperta sulla violenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Giulio Milani   
Martedì 14 Gennaio 2014 07:17

Gentili ospiti di questo spazio,

intanto ringrazio per l'invito alla riflessione lanciato da Massa Lab: vi ho colto un elemento di novità e anche una richiesta di aiuto, per il bene della città, a cui era doveroso rispondere.

Il caso vuole che il giorno di Santo Stefano mi sia venuto a trovare da Roma un amico scrittore, docente di letteratura italiana all'università di Ottawa, per ragionare su un determinato progetto narrativo. Le cronache nazionali parlavano di Massa per l'allerta meteo e per i fatti di sangue di Natale, tanto che l'amico mi invia la sera prima un rigo del seguente tenore: «Leggo di accoltellamenti in centro a Massa e di tempeste di Natale che si abbattono domani in Liguria. Ovvio: arrivo io! ;-)»

Nei giorni seguenti è il turno di un critico letterario, docente di letteratura italiana a Pisa:
«Caro Giulio, di nuovo auguri, innanzitutto! Spero che le cose procedano bene per te e che tu non sia coinvolto nelle faide massesi di cui si sente tanto parlare in questi giorni!»

Immagino sia andata così per molti, uno stillicidio di aggrottati motteggi, stemperati da freddure, sarcasmi, considerazioni tra il preoccupato e l'ilare, di quella allegria che coglie come una crisi di nervi tanto i naufraghi quanto gli inermi spettatori al sicuro.

Perché questo è successo: dopo gli interventi di riqualificazione urbana, la festa di rinascita, di rinnovamento a lungo attesa per il centro storico, ha preso una brutta piega ed è finita nel peggiore dei modi.

C'era stato un segno premonitore (diremmo oggi): nella notte tra il sabato e la domenica del 23 dicembre 2012, ovvero quasi esattamente un anno prima, vengono trovate a terra, divelte, devastate, un paio di installazioni in marmo che decorano un angolo di piazza Aranci a una settimana dall'inaugurazione dell'area.

Il primo cittadino di allora, Roberto Pucci, si dice amareggiato e colpito. E questo è normale. Ma non sorpreso. Sentite cosa scrive a poche ore dal ritrovamento, nella lettera aperta che indirizza all'opinione pubblica: «Non mi ha colpito soltanto lo sfregio, ma lo scoramento dei concittadini di fronte alla violenza dei soliti stupidi ignoti. C’era quasi un senso di vergogna per quelle opere di ingegno così selvaggiamente mutilate insieme a un sentimento di rassegnazione verso l’inciviltà evidenziata dalle barbarie di questa città

Ho ancora in testa le accuse di omertà che per un altro verso, ma non tutt'altro verso, il PM Rossella Soffio, titolare dell'inchiesta sul nero alle cave, ha rivolto alla città gemella di Carrara non più tardi di due mesi fa: «Devo fare tutto da sola, perché come contatto qualcuno, trovo solamente un muro di omertà. Vorrei anche attraverso la stampa lanciare un appello alla città di Carrara: chi sa parli, venga e racconti.»

Un sentimento di rassegnazione verso l'inciviltà e la barbarie di questa città, scriveva dunque Pucci. Sono parole pesanti, soprattutto è pesante quest'idea della rassegnazione. Si prova rassegnazione, infatti, quando si accolgono senza reagire, e quindi si accettano, fatti che appaiono inevitabili. In queste righe, il primo cittadino raccoglie un sentimento di rassegnazione, ossia di accettazione senza reazione, verso l'inciviltà e la barbarie di un'intera città. E qui c'è qualcosa di strano. Lo straniero di passaggio, in visita nella nostra città, è disorientato. Accuse tanto gravi solo per l'atto vandalico di qualche bischerotto? La piazza era bella nuova, d'accordo, ma non sarà troppo infangare tutta la città?

A tutta la città, invece, non solo quelle parole sembrarono assolutamente legittime, ma perfino l'atto vandalico in sé parve scontato e pressoché fatale.

Ci fu vero stupore, tutto al contrario, solo quando il 26 dicembre – come proprio in una storia di Natale – i giornali pubblicarono la lettera di scuse di due giovani ventenni che dichiaravano: «Siamo distrutti, ci dispiace tantissimo ma non volevamo assolutamente fare una cosa del genere. Senza volerlo abbiamo impattato contro la scultura che non è fissata stabilmente al suolo, è caduta e si è rotta. Ma poteva capitare a chiunque, anche a un cane o a un bambino.»

Sconcerto, incredulità. Non erano «i soliti stupidi», i vandali di sempre, «senza pietà, senza cervello» come avevano scritto i giornali solo un paio di giorni prima, ma bravi ragazzi che avevano magari alzato un po' il gomito e barcollando come i Three Stooges avevano «impattato» gli arredi marmorei malfermi.

A quel punto, solo il sindaco avrebbe dovuto vergognarsi per le accuse gratuite, esagerate e inopportune alla città, mentre sarebbe dovuta partire un'indagine d'ufficio contro di lui per l'omessa sicurezza delle installazioni (i ragazzi, giustamente, da sobri segnalavano il pericolo nel caso in cui, al posto loro, avesse «impattato un bambino»).

Ma torniamo per un momento al mio amico romano. Lo ritroviamo in pizzeria, seduto davanti a me, che mi racconta un buffo episodio. Una sera, l'anno scorso, è di ritorno da una presentazione a Urbino e si ferma coi suoi ospiti a bere una cosa in un bar del centro. Al banco, a un bel momento, due giovani uomini di trenta o quarant'anni ben vestiti, sobri, all'apparenza normalissimi, si scambiano d'improvviso ingiurie e strattoni: un'escalation di incomprensibile violenza li rapisce in un abbraccio apparentemente mortale, che chiede di sciogliersi soltanto a patto che si stabilisca subito, sul retro del locale, chi dei due è il più forte.

Intorno a loro, invece di chiamare la polizia o l'assistenza medica, gli avventori fanno ala, s'infervorano, parteggiano, solidarizzano con questo o con quello, minacciano quell'altro, in breve prendono partito. La faccenda si fa pesante, rischia di coinvolgere l'intero locale in una rissa. Il mio amico è sconvolto, lasciato solo dagli ospiti si rivolge al personale, dietro il bancone, e implora che qualcuno intervenga e li fermi. Per tutta risposta, l'oste gli strizza l'occhio e ride, lo invita a seguire il corteo di invasati sul retro. Cosa sta succedendo?

Fermiamoci un istante, il tempo di riflettere sulla storia che ci stanno raccontando. Questa storia è con noi dai tempi oscuri delle medie, e accompagna la nostra umanità da sempre. È una storia di identità in conflitto, che si determinano l'una a spese dell'altra. È una storia di gruppi che si dividono per vendicare le vittime, e di gruppi che si ricompongono contro un capro espiatorio percepito come il nemico che ha confuso e diviso le parti. Insieme a questa storia di violenze costitutive, c'è la storia di come l'uomo abbia cercato – sin dalla notte dei tempi – di risolvere la conflittualità col minor danno possibile.

Da sette secoli a questa parte, la storia della violenza umana è anche la storia della diminuzione della violenza: nel Medioevo, gli adulti di ogni comunità nonché le autorità centrali giudicavano con grande tolleranza gli eccessi dei giovani maschi omicidi, i cui frequenti combattimenti rituali seguivano da vicino il ritmo del calendario domenicale e festivo. Oggi questa violenza specifica dei ragazzi scapoli o ammogliati da poco continua a dominare ampiamente le statistiche criminali europee e americane, ma non è assolutamente più tollerata. Cosa è successo?

Come ci insegna la più recente storiografia, il fondamentale cambiamento di percezione è iniziato nel XVI secolo, in conseguenza di una profonda trasformazione delle pratiche giudiziarie nell'Europa occidentale. Dopo la Riforma di Lutero, dopo gli aspri conflitti religiosi e le rivolte contadine che aprono un'epoca di crisi e di forte angoscia sociale, dalla seconda metà del Cinquecento si cerca un "nuovo patto" tra le monarchie moderne e la "parte migliore" degli abitanti, ovvero gli adulti appartenenti alle élite locali che dominano e inquadrano le comunità urbane e rurali. Tutti cercano di rafforzare il controllo sociale al fine di sviluppare un maggior senso di sicurezza in un periodo di gravissimi disordini e conflitti.

È il motivo per cui l'omicidio e, sul versante femminile, l'infanticidio, sono stati propriamente "inventati" come crimini inespiabili a partire dal XVI secolo, in occasione di un'autentica «rivoluzione giudiziaria» come la chiamano gli esperti.

Fino ad allora la violenza omicida aveva fatto parte dei rituali maschili di apprendimento della vita e del ruolo adulto e dipendeva, pur essendo un atto privato, da una gestione comunitaria del problema, che lasciava ai giovani tutta la libertà di esprimere la loro virilità ferendosi e addirittura uccidendosi a vicenda. In fondo, i padri avevano tutto l'interesse a tollerare una prassi che teneva lontana l'aggressività dei figli in attesa della successione, per indirizzarla verso altri ragazzi come loro.

Variabili nel dettaglio, dal XVI secolo in avanti i procedimenti giudiziari seguono un'identica tendenza che è quella della messa in scena molto spettacolare ed elaborata dei supplizi corporali destinati a punire gli assassini, tra i quali i ragazzi non ancora sposati sono i più numerosi: s'intende formare, con questa "narrazione", la figura normativa opposta del giovane maschio che obbedisce a Dio, al re, a suo padre, al suo padrone, che frena la propria aggressività e non porta più armi (solo gli aristocratici, per principio votati alla guerra, rivendicheranno a lungo quest'ultima caratteristica come loro monopolio esclusivo).

Sul versante femminile, l'eliminazione fisica di quelle che, in maggioranza nubili, hanno nascosto la gravidanza o hanno ucciso il bambino, (motivo che porterà a ospedalizzare la gravidanza, per meri fini di controllo sociale: sarà pià facile provare l'infanticidio quando la donna non abbia denunciato pubblicamente la sua gravidanza e il feto sia morto alla nascita per cause che a quel punto si presumono come non naturali) rivela le due sole opzioni antagoniste lasciate alle ragazze: pendere dalla parte del demonio, alla maniera delle streghe e di Medea, genitrice snaturata che stermina la sua progenie, o comportarsi da brava madre, gentile, timorosa e sottomessa.

Attraverso le forme della punizione giudiziaria pubblica, che è dunque una forma narrativa dal vivo, un teatro via via sempre meno sanguinario, autorità centrali, intermediari locali e popolazione non smettono mai di dialogare in merito al valore da accordare alla vita umana: inventano insieme i mezzi per controllare l'esplosivo potenziale omicida della gioventù di sesso maschile e per limitare gli effetti disastrosi della lascivia femminile fuori dal matrimonio.

In questo modo, la violenza si ritira progressivamente dallo spazio pubblico per concentrarsi nella sfera privata, dove si sublima nelle forme della giustizia e del risarcimento economico, mentre una vasta letteratura popolare "nera" – che discende proprio dalla «letteratura patibolare» del XVI secolo, ovvero dai resoconti dei crimini e dei supplizi degli eroi criminali – viene investita di un ruolo catartico: sono i duelli dei Tre moschettieri e i crimini di Fantômas a essere ormai incaricati di veicolare e catalizzare le pulsioni umane più violente.

Sullo sfondo di questa evoluzione narrativa, c'è la guerra. L'Europa la conosce quasi ininterrottamente a causa della rivalità dei suoi monarchi, e la esporta in tutto il mondo coi suoi conquistadores. Lo status di conflitto militare cambia allora totalmente. Non solo perché s'impone il concetto di «guerra giusta», ma ancor più perché i militari finiscono col distinguersi sempre più dagli altri sudditi: l'unica legittima cultura della violenza diventa quella dei soldati e degli ufficiali che agiscono per ordine dello Stato. I civili, dal canto loro, devono accettare di lasciarsi disarmare per affidare completamente la loro sicurezza alla giustizia e alle persone incaricate dal sovrano di mantenere l'ordine: sarà un processo lento e non uniforme, più rapido nelle città che non nelle campagne (duello nobiliare e rivolta rurale rifletteranno adattamenti collettivi o individuali alle nuove regole imposte). L'ecatombe delle guerre mondiali, poi, non farà altro che inculcare ancora più profondamente il tabù della violenza nel segno di un sempre più convinto e condiviso «abbassamento delle passioni» verso la pacificazione dei costumi.

Con questo, la nuova era che si apre nel 1945 registra tuttavia un crescente squilibrio del modello, in seguito alla trasformazione accelerata della società. Gli scapoli in attesa del loro inserimento non sono più falciati in massa dalla guerra e dalla malattia, mentre la speranza di vita aumenta incessantemente per raggiungere oggi quasi il doppio di ciò che era un secolo fa. Il mondo del baby boom si riempie di aspiranti ma anche di anziani, che lasciano sempre meno velocemente il posto a chi arriva, in un universo caratterizzato nello stesso tempo dall'abbondanza e da una miseria sentita tanto più duramente dagli esclusi dal sistema. Mai in precedenza simili condizioni si erano trovate riunite insieme. Queste condizioni portano a una ridefinizione dei ruoli maschile e femminile, all'emergere di un terzo genere sessuato fino a ieri proibito, come anche a una profonda evoluzione dei rapporti tra le classi di età. Diventati residuali, l'omicidio e le lesioni intenzionali producono solo una piccola parte delle morti violente. Incidenti stradali, suicidi, droga, ludopatie e altre forme di autodistruzione eliminano una percentuale ben superiore di adolescenti. Quelli che osano uccidere un altro essere umano, trasgredendo il divieto supremo, sono ormai molto rari, ma anche sempre più giovani. Questi indizi attirano l'attenzione su una crescente difficoltà di inserimento che assume la forma molto spettacolare delle bande giovanili, sempre attive e continuamente rinnovate fin dagli anni Sessanta, fino alle attuali notti calde popolate di Mongols e di Hells Angels scorazzanti e l'un contro l'altro armati di cui ci parla la cronaca locale. I fantasmi dei royaumes de jeunesse medievali popolano la notte, mentre la violenza esercitata sull'ambiente in cui viviamo e (quindi) su noi stessi è un buon esempio di «doppio vincolo» comunicativo col quale mostriamo ai più giovani, facendone potenzialmente degli schizofrenici, il contrario di quanto affermiamo: che la violenza è sbagliata.

In una situazione epocale del genere, e in uno scenario di barbarie ambientale come il nostro (sapete a cosa mi riferisco), Roberto Pucci raccoglieva un'esatta considerazione: non c'è da stupirsi che atti vandalici o fatti di sangue accadano, ma che tutto sommato siano così rari. Di fronte agli esempi negativi, infatti, di fronte alle contraddizioni in termini, in uno scenario di trasformazione accelerata della società perdono man mano di significato tutte le narrazioni che in precedenza si erano dimostrate capaci di sublimare le pulsioni giovanili violente in forme di competizione accettabili. Questa circostanza produce un ritorno del rimosso: la legge della vendetta e il culto della virilità, ovvero «la padronanza del pene e del coltello» tornano in quota.

…Siamo nel retro del locale, un bar nel pieno centro di Urbino. È sabato sera e tempo di «movida». Il pubblico è euforico, ipnotizzato, elettrico. I due giovani uomini si tolgono le giacche da borghesi e indossano le armature. Sono armature medievali leggere, le famose «cotte». All'improvviso, i due ingaggiano un «regolare duello». Brandiscono lunghe spade sbucate chissà da dove, e incoraggiati dal sipario di teste che fa cerchio intorno a loro nel parcheggio sgombro di macchine, incrociano le armi come templari.

«Si trattava di un GRV» mi spiega l'amico romano. «Giochi di ruolo dal vivo.» Nel GRV, scoprirò poi su wikipedia, «ogni partecipante interpreta il ruolo di un personaggio in un mondo o situazione immaginaria ma, a differenza del gioco di ruolo tradizionale, le azioni non vengono solo descritte ma devono essere rappresentate fisicamente. I giocatori sono generalmente in costume e dispongono di un'attrezzatura adeguata alla parte.»

Dunque le «cotte» erano vere, ma le spade di gommapiuma. I giocatori si identificano tra loro grazie a un distintivo, sono divisi per quartieri o per squadre, e sulla base di un canovaccio studiato ad hoc si danno battaglia ogni volta che possono per la gioia dei turisti e del testosterone.

Ora, l'amministrazione di Massa cerca un progetto per valorizzare il Castello Malaspina, per interessare i più giovani e contenerne i picchi autodistruttivi in modo non repressivo, per promuovere partecipazione dal basso mobilitando i quartieri, per coinvolgere e attrarre i turisti anche d'inverno con la storia locale. Coincidenza vuole che tutti i martedì sera, nei locali dell'asilo di San Martino a Borgo del Ponte, si riuniscono i ragazzi della scuola di spada medievale. Coincidenza vuole che ogni anno, al Lucca comics & games, si riuniscono le principali associazioni italiane di giochi di ruolo dal vivo per esporre i loro programmi. Coincidenza vuole che un amico scrittore ci abbia portato oggi un esempio di nuova narrazione transitoriamente efficace in termini di stemperamento della violenza nello spazio catartico del gioco. Se credete alle coincidenze, potete lasciar perdere. Altrimenti, in attesa di un cambiamento di paradigma culturale, morale e civile, che pure è indispensabile, fateci un pensiero: fumare sigarette elettroniche aspettando di perdere il vizio è forse una cosa stupida e a lungo può non funzionare. Ma fumarne di vere, proprio fa morire.

Giulio Milani

12 gennaio 2013

(testo integrale dell'intervento alla Casa delle Culture, 11.01.14)

 


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