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Lettera di maggio/giugno 2014

Carissima, Carissimo,

“Non lasciare cadere la speranza”, terminava con questa esortazione l’ultima conversazione tra il vescovo dei poveri, Helder Camara e Marcelo Barros, benedettino brasiliano, noto biblista, compromesso con le pastorali sociali, dieci giorni prima che Helder morisse. La speranza é quella che ci consente di non deprimere il nostro sguardo sotto l’orizzonte cupo dei tempi che stiamo attraversando. E’ la forza che ci fa levare il capo oltre l’ostacolo. Quella siepe che sembra oscurare e negare le infinite possibilità della vita.


Le guerre e la crisi economica, così come le devastazioni ambientali, non sono catastrofi naturali, ma artificiali. Sono provocate da noi uomini, per colpa dei quali milioni di esseri umani muoiono.

Nei mesi di aprile-maggio ho incontrato Frei Betto, Waldemar Boff, Aleida Guevara e lo stesso Marcelo Barros, con i quali mi sono intrattenuto in lunghe conversazioni. Dal 25 al 27 aprile, insieme a molti di voi ho vissuto la presenza di tanti amici e ascoltato relazioni dei nostri tanti referenti dei loro progetti durante il nostro 25° convegno delle Rete, dove abbiamo fatto memoria e, ascoltato le relazioni dei tanti testimoni, che ci hanno indicato vie per un “reale cambiamento”. Adesso si tratta di fidarsi e affidarsi alle loro tante proposte, spesso grondanti di sofferenza, dolore e sangue. Vivendo con i piedi ben piantati su questa terra, alzare lo sguardo, non per aria, ma davanti a noi, ai nostri lati e dietro di noi, vedendo e sapendo leggere la realtà nella quale siamo, mettere in moto la nostra intelligenza per agire facendo il bene effettivamente praticabile.

“Non lasciatevi rubare la speranza” pronunciava il 24 marzo 2013 papa Francesco, nel giorno dell’anniversario dell’assassinio di mons. Oscar Romero. Come invocazione a trovare un nuovo equilibrio, uscendo dal castello di carte che imprigionano, che fanno perdere la freschezza, il profumo e la primavera del Vangelo.

In definitiva è chiedere alla sua Chiesa di scendere dal piedistallo della sua autorevolezza, di smettere l’armatura del dottrinarismo del giuridicismo e del devozionismo, in una sola parola, liberarsi del clericalismo. Una chiesa che si spogliasse della ricchezza e del collateralismo con il potere, che uscisse da sé per rivolgersi al mondo con l’atteggiamento di misericordia che il Concilio aveva inaugurato. E che, come ricordava Frei Betto nelle sue conferenze, gli ultimi due papati, 34 anni, lo hanno chiuso nel “congelatore”.

La speranza, quella autentica, non può essere legata agli indici della Borsa, agli andamenti dello Spread o alle percentuali del PIL (prodotto interno lordo): ma deve essere radicata nella passione della ricerca della giustizia da parte di ogni donna e ogni uomo.

Papa Francesco ha cominciato a fare la riforma del ruolo del Papato prima di fare la riforma della Curia. E questo é segno di alta intelligenza e di spirito francescano, ma adesso tocca alla Curia, definendo così una chiesa dei poveri, con i poveri e povera. Più semplice, più legata al popolo, legata alla natura e che sente tutti gli esseri come fratelli e sorelle. Ma attenzione: un uomo solo al comando no funziona. E’ utile, necessario, fondamentale che le comunità inizino veramente a introiettare e vivere il messaggio di Francesco, altrimenti sarà tutto inutile. Sappiamo quanto sia difficile per chi ha il potere: riformarsi, lasciarlo.

A quando: più potere, più servizio?

Antonio


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Fonte: Rete Radié Resch