• Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ricerca documenti

Sono state le foto che la famiglia di Stefano Cucchi ha fatto mostrare che hanno presumibilmente permesso, appunto attraverso la vicenda di Stefano, di portare  al centro dell’attenzione la situazione delle carceri .
La notizia da sola non sarebbe stata sufficiente, e questo è già un motivo di riflessione.
Credo che le carceri siano nello stesso tempo il termometro della democrazia di un Paese  e il terminale incontrollabile di istanze pericolose.

Diana Blefari Melazzi è stata la sessantesima persona che si è ammazzata nelle patrie galere dall'inizio dell'anno a oggi. Avrebbe dovuto essere custodita dallo Stato. Lo Stato non l'ha custodita nel modo in cui avrebbe dovuto. Pare che oramai per custodia si intenda solo imprigionamento, reclusione, punizione. Eppure non dovrebbe essere così. L'idea costituzionale di custodia è ben altra. Essa comprende il concetto di cura, di trattamento non dis-umano, di offerta di opportunità sociali. La riforma penitenziaria italiana risale al 1975. Essa regolamentava una idea non solamente reclusoria di custodia. Lo faceva nonostante fossero gli anni della lotta armata. Nel 1986 i confini di quella riforma furono ulteriormente allargati grazie a Mario Gozzini e alla sua legge. Eppure esistevano ancora gli eredi delle Brigate Rosse. Lo Stato accettò la sfida della ragionevolezza.

Le carceri italiane hanno battuto un nuovo, temuto, record: negli istituti penitenziari i detenuti sono arrivati 64.179, superando così quindi, la capienza tollerabile di 64.111 posti. La cifra, divulgata dal Sindacato autonomo di polizia penitenziaria sulla base dei dati statistici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, rappresenta il numero più alto di detenuti presenti nelle carceri italiane nella storia della Repubblica.


Il significato simbolico di questa cifra è molto importante: i reclusi, oltre ad avere superato quella che eufemisticamente viene definita "capienza tollerabile", sono una volta e mezzo (148%) la capienza regolamentare.
Potrebbero sembrare solo aride statistiche, se non fosse che dietro ai numeri si celano uomini in carne ed ossa. Che pur avendo commesso un reato e dovendo scontare una pena, rimangono persone per le quali l'articolo 27 della Costituzione prevede che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Le cronache delle ultime settimane ricordano che la situazione è esplosiva. Le proteste, non sempre pacifiche e a discapito della sicurezza dei penitenziari a Como, a Venezia e a Roma ne sono il segnale. A Rimini, come ha denunciato recentemente Avvenire, in celle da quattro persone sono stipati fino a 12 detenuti, mescolando condannati e ancora in attesa di giudizio, sani con malati, in un carcere dove si contano 140 detenuti stranieri e 120 tossicodipendenti di cui 5 sieropositivi. Per non parlare dell'agghiacciante contabilità dei suicidi: ben 48 dal gennaio di quest'anno fino ad agosto, 18 in più rispetto ai primi 8 mesi dello scorso anno e 20 in più rispetto allo stesso periodo del 2007.
Si moltiplicano poi le azioni legali, favorite dalla recente sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che ha condannato l'Italia a risarcire con mille euro un detenuto bosniaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia in condizioni giudicate di sovraffollamento. A Trento, ad esempio, 156 detenuti hanno dato mandato all'Associazione diritti dei detenuti di Roma di presentare una formale denuncia per venire indennizzati per il periodo di detenzione trascorso all'interno della struttura, dove sarebbero costretti a vivere "in una condizione che non può più essere definita accettabile" e in cui "i termini di vivibilità minimi non sono stati rispettati" (il Comitato per la prevenzione della tortura fissa in 7,5 metri quadri a persona lo spazio necessario, contro i 3,1 garantiti a Trento).
Di fronte a questa penosa situazione, il Ministro della Giustizia Angelino Alfano ha escluso nuovi indulti: "La via seguita per 60 anni è stata di 30 provvedimenti di amnistia e indulto. Servirebbe fare il trentunesimo?", ha affermato il ministro al meeting di Comunione e Liberazione. Lo stesso Alfano, sempre a Rimini, ha poi denunciato che un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio ("possibili innocenti", li definisce il Guardasigilli) per via dei ritardi nei processi, cioè la prima emergenza della giustizia italiana. Ma il Ministro per ora ha pensato ad altro: il Lodo che rende immune dai processi che riguardano il Presidente del Consiglio, la stretta sulle intercettazioni, la riforma del Csm, l'indebolimento del ruolo dei pubblici ministeri. E per sviare, Alfano lancia la costruzione di nuove carceri. Rilanciando: "Perché l'Europa non ci assegna finanziamenti, invece di erogare sanzioni?", riferendosi al risarcimento al detenuto bosniaco. Già, la solita Europa cattiva che per l'attuale governo un giorno non deve intromettersi negli affari italiani e un giorno deve aiutare (ma non lo fa) l'Italia nelle sue magagne, come quella carceraria. Che Bruxelles, per bocca di un suo portavoce derubrica da emergenza a "gestione quotidiana del sistema di giustizia criminale dei singoli Stati membri". Sul quale, Trattati alla mano, le competenze sono nazionali. Alfano lo sa ma la "sparata" contro l'Europa alza un bel polverone e per questo paga sempre. Così come paga, in termini di propaganda, proporre il coinvolgimento dei privati nella gestione delle nuove carceri. A parte l'abominio etico di fare delle pene un business, prima di affidare a qualche costruttore amico l'edificazione di nuovi penitenziari, il Ministro pensi all'esistente: venti ali carcerarie ristrutturate e vuote e venti case circondariali inutilizzate. Magari con le guardie carcerarie a vigilare sul nulla. In Lunigiana ne conosciamo una da vicino.

Fonte: www.segretariatosociale.rai.it/carcere
Le carceri in Italia
Contributo per fare il punto sulla situazione del "contenitore" carcere, ma anche del "contenuto", cioè degli uomini e delle donen che vi viono dentro
Esiste un mondo che immaginiamo lontano e distante. Nel quale pensiamo vivano solo uomini e donne diversi e peggiori di noi. Questo mondo, invece, è contiguo e speculare al nostro. Contiene persone diverse solo perché private della libertà. Questo mondo si chiama carcere. Se ne parla e se ne sente parlare quando avvengono episodi eclatanti e la pubblica opinione si interroga sulla efficacia di provvedimenti che spesso non conosce. Con l'aiuto dei dati ufficiali del Ministero della Giustizia, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, servizio per l'informatica e la statistica, proviamo a fare un punto sulla situazione del "contenitore" carcere, ma anche del "contenuto", cioè degli uomini e delle donne che li' dentro vivono, attraverso le esperienze delle Associazioni di volontariato che al carcere tendono una mano accorciando una distanza tra chi e' fuori e chi e' dentro.
Le carceri, in Italia sono distinte in quattro categorie: case di reclusione, che ospitano i detenuti definitivi o con più di 5 anni di condanna, le case circondariali, che accolgono i detenuti in attesa di giudizio, gli istituti per le misure di sicurezza (come gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e le case mandamentali, strutture più piccole che ospitano persone con un basso tasso di pericolosità. Nel nostro Paese gli istituti di questo tipo sono 231. Eccole regione per regione:
10 in Abruzzo
6 n Basilicata
14 in Calabria
1 in Campania
14 in Emilia Romagna
5 in Friuli
15 nel Lazio
7 in Liguria
20 in Lombardia
7 nelle Marche
3 in Molise
15 in Piemonte
16 in Puglia
13 in Sardegna
26 in Sicilia
20 in Toscana
5 in Trentino
5 in Umbria
1 in Val d'Aosta
10 in Veneto
Quanti sono i detenuti?
La presenza di detenuti adulti al 28 febbraio 2001 è stata calcolata, secondo i dati del Ministero, in 54.373 persone. Nei 15 paesi dell'Unione Europea sono oltre 400 mila i cittadini ristretti in carcere. In Italia la popolazione detenuta è oltre un decimo del totale, con un esubero rispetto alla capienza di ben 5 mila unità. Nel marzo 2000 i detenuti erano 52.784, mentre nel marzo '99 erano 50.117, con un incremento di oltre 4 mila unità in soli due anni. Degli attuali 54.373 detenuti, 52.030 sono uomini e 2343 le donne. Diverse pero' sono le posizioni giuridiche tra le quali bisogna distinguere: imputati, condannati e ricorrenti. All'interno della categoria degli imputati esistono tre livelli che corrispondono al livello di giudizio degli imputati: primo grado di processo (giudicabili), secondo grado (appellanti) e ricorso in Cassazione (ricorrenti). Gli imputati sono in totale 24.827, pari al 45,66 per cento della popolazione detenuta. Di questi 13.847 sono in attesa del primo grado (pari al 25,47 per cento), 7.722 gli appellanti (il 14,20 per cento) e 3.258 i ricorrenti (il 5,9 per cento). I condannati, invece sono 28.089 (51,66 per cento) e gli internati 1457 (il 2,68 per cento).
Nel capitolo "detenuti entrati dalla libertà" uomini e donne sono divisi per fasce d'età nell'arco temporale che va dal 1987 ad oggi. Nel 1987 le presenze maggiori investivano la fascia d'età tra i 21 e i 24 anni ed erano 19.591 su 80.652. Nel 1990 i detenuti più numerosi, 15.126, avevano tra i 25 e i 29 anni. Nel 2000 le presenze maggiori riguardano ancora questa fascia d'età, con 17.362 presenze, contro quella tra i 40 e 49 anni che riguarda solo 10.445 unità. Segno che la popolazione detenuta adulta sta progressivamente, purtroppo, ringiovanendo.
Quanti sono gli stranieri in carcere?
E' giovane e soprattutto straniera la maggior parte degli abitanti del pianeta carcere. Emerge, infatti questo aspetto, dall'analisi di un altro dato quantitativo che riguarda i detenuti "entrati dalla libertà" dal 1987 al 2000. Nel 1987 gli italiani che hanno fatto il loro ingresso in carcere erano 72.577. Gli stranieri, invece, erano 10.141. Nel 1989 gli italiani erano 61.097 e gli stranieri già 12.702. Nel 1995, 64.692 gli italiani e 23.723 gli stranieri, in un crescendo che ha portato nel 2000, le presenze degli stranieri a quota 28.623, superando della metà l'incremento degli italiani, pari a 52.776.
Su 16.115 detenuti stranieri censiti nel 2001, 5781 provengono dall'Europa, 8.213 dall'Africa e 1453 dall'America, questi ultimi divisi tra America del Nord (32), del Centro (87) e del Sud (1453). Tra gli europei solo 412 appartengono all'area dell'Unione Europea, gli altri sono provenienti dalla Ex Jugoslavia (1231), da altri Paesi dell'Est (3980) e 158 da altri Paesi ancora.
Secondo l'appartenenza all'Unione Europea la divisione risulta ancora più netta: solo 412 cittadini comunitari contro 15.703 extracomunitari. Le nazioni cui appartengono i detenuti stranieri più numerosi sono Albania (5313), Marocco (3413) Algeria (2707), Tunisia (2115), Colombia (1271) ed ex Jugoslavia (1008). Le posizione giuridiche degli stranieri sono suddivise come per gli italiani in imputati, definitivi e internati. Tra i detenuti stranieri in attesa di giudizio si trovano 4.813 persone in attesa del primo grado, 3.503 in attesa del secondo e 1.318 in attesa del terzo, pari al 60,87 per cento. Sono invece 6.263 i detenuti stranieri definitivi (38,86 per cento) e 42 gli internati (lo 0,26 per cento). Una situazione pesante, rappresentata anche dal tipo di reati che vengono ascritti ai detenuti stranieri. Dal momento che il singolo detenuto può essere implicato in più fatti, il numero complessivo dei reati ascritti è superiore al numero delle persone, e i valori percentuali delle singole tipologie di reato sono calcolati in rapporto alla somma complessiva dei medesimi. I reati legati alla droga portano in carcere il 37,98 per cento degli stranieri; poi vengono i reati contro il patrimonio come furti e rapine, per il 19,06 per cento; i reati contro la persona come omicidi o violenze sessuali, per il 14,50 per cento; quelli relativi al mondo della prostituzione per il 5,87; contro l'ordine pubblico per il 4,84 per cento; contro la pubblica amministrazione per il 4,65 per cento e contro le leggi sull'immigrazione per il 3,47 per cento degli stranieri.
Detenuti o persone?
Prima di fare ingresso in carcere gli uomini e le donne sono persone con famiglie, affetti, lavoro o non e una identità sociale. Uno studio del Ministero di Giustizia tenta di delineare un identikit socio-lavorativo della popolazione detenuta italiana. Ecco i dati più interessanti. La fascia d'età più numerosa del mondo carcerario è quella che va dai 25 ai 34 anni e la situazione nazionale rispecchia quella di ogni singola regione. Il 36 per cento dei detenuti ha figli. Di questi il 50 per cento ha uno o due figli, mentre il 2 per cento ne ha più di sei. I detenuti con prole vengono dalle regioni meridionali. La metà dei detenuti di Campania, Sicilia Puglia e Calabria hanno figli. In Trentino e Emilia Romagna il 25 per cento.
Il 57 per cento dei detenuti è celibe. Il 34 per cento è composto da coniugati il 3,5 per cento da separati, il 2 per cento da divorziati e l'1,5 da vedovi. Il 76 per cento della popolazione nazionale detenuta ha un titolo di studio. L'1 per cento la laurea, il 4 per cento il diploma di scuola media superiore, il 3 per cento di scuola professionale, il 37 per cento ha la licenza di scuola media inferiore, il 31 di scuola elementare. L'8 per cento non ha alcun titolo e l'1 per cento si dichiara analfabeta.
Dai dati raccolti sulle attività, emerge che il 71 per cento è operaio, il 13 lavoratore in proprio, l'8 per cento libero professionista, il 5 per cento imprenditore e il 3 per cento impiegato. Considerando i detenuti che hanno comunicato la condizione lavorativa la percentuale tra occupati e non è molto differente: il 25 per cento si dichiara occupato, il 28 non occupato, mentre il 41 per cento non ha fornito informazioni.
Un altro dato importante rappresenta i luoghi di origine dei detenuti. I più numerosi risultano gli stranieri, con il 28,8 per cento. Seguono i siciliani (15,5), i campani (15,2) i pugliesi (9,2) e poi i lombardi (5,7), i laziali (4), i sardi (3) e infine i valdostani con lo 0,0 per cento. Val d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, con Veneto e Liguria hanno però il più alto tasso di detenuti stranieri, nella percentuale del 45-50 per cento.

Quali sono i problemi delle malattie e della tossicodipendenza in carcere?
All'ingresso in carcere gli uomini e le donne portano dentro il loro bagaglio di vita, sofferenza e spesso di malattia. Così oltre al sovraffollamento e a una condizione di vita che non consente nulla, oltre allo stare rinchiusi, si aggiunge la tragedia di quelli che in carcere vivono da emarginati. Sono gli oltre 15 mila tossicodipendenti (poco meno di un terzo dell'intera popolazione detenuta) e gli oltre 1600 ammalati di Aids sieropositivi (secondo i dati aggiornati al luglio 2000 dell'Annuario sociale del Gruppo Abele).
A queste cifre drammatiche ogni anno se ne aggiungono altre che riguardano i gesti di disperazione dei detenuti che spesso culminano nel suicidio: 40 nel 1980, 23 nel 1990, 56 nel 2000. Dietro le sbarre i suicidi sono sedici volte più frequenti che fuori (11,6 suicidi ogni diecimila detenuti contro lo 0,7 su diecimila italiani) secondo una denuncia presentata dall'Associazione Antigone nel dicembre 2000. Sempre nel 2000 sono stati 825 i tentati suicidi e 6.285 gli atti di autolesionismo, denunciati dalla stessa fonte.
In carcere vivono anche 1.193 persone con un "fine pena mai", gli ergastolani. Uomini e donne condannati a vita, tra i quali detenuti appartenenti ad aree eversive. Tra quelli di "sinistra" si contano 114 uomini e 29 donne, tra quelli di "destra" 27 uomini e 1 donna sola, condannata all'ergastolo.
Il 28 febbraio 2001 è stata approvata una legge che prevede alternative al carcere per le detenute madri. Altra realtà inquietante. Finora le detenute madri portavano in carcere anche i bambini al di sotto dei tre anni d'età. E al compimento del terzo anno dovevano distaccarsene. Con tutto quello che ne conseguiva, sia per i bambini, chiusi in carcere, che per le mamme. L'ultima fotografia scattata dall'Amministrazione Penitenziaria su mamme e figli detenuti risale al giugno 2000 con 13 asili nido funzionanti in tutta Italia, 56 madri detenute e 58 bambini. Altre 15 detenute allora erano in stato di gravidanza. Ora si spera che la legge consenta di applicare alle mamme e ai figli soprattutto il carcere come "ultima ratio", prevedendo una gamma di misure alternative alla detenzione.
Esistono pene alternative?
Le misure di sicurezza alternative esistono e sono previste dalla legge. Quando il condannato deve espiare una pena definitiva può avanzare diverse richieste al Tribunale di Sorveglianza per usufruire dei benefici di legge previsti, come l'affidamento in prova al servizio sociale, la semilibertà, la detenzione domiciliare, la libertà condizionale. Tossicodipendenti o alcolisti con condanne non superiori a 4 anni possono essere affidati in prova ai servizi sociali in casi particolari (affidamento terapeutico). L'affidamento in prova consiste nell'espiazione della pena fuori dal carcere per reinserire la persona nella società ed è applicabile a chi deve espiare una condanna inferiore a 3 anni. La detenzione domiciliare, invece consiste nell'espiare la pena in casa o in un luogo di cura, in casi particolari previsti dalla legge e avvalendosi di un domicilio. Il regime di semilibertà si applica a chi abbia pene non superiori a 6 mesi o abbia scontato almeno metà della pena inflitta. Prevede la possibilità di uscire dal carcere durante il giorno per lavoro, studio o reinserimento sociale. In altri casi particolari i detenuti possono avvalersi del differimento della pena in caso di gravi motivi di salute o maternità, o di liberazione anticipata se durante l'espiazione della pena definitiva si mantiene un buon comportamento in carcere. Questo dà diritto a 45 giorni di sconto su ogni semestre espiato facendone richiesta al Tribunale di Sorveglianza. Sempre attraverso il Tribunale di Sorveglianza il condannato che durante l'espiazione della pena abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento può essere ammesso al beneficio della libertà condizionale. Avendo espiato metà della pena, o tre quarti se recidivo. Nel caso degli ergastolani almeno 26 anni.
Nonostante queste e altre misure che consentono l'espiazione della pena in luoghi alternativi le carceri scoppiano. Solo il 21-22 per cento dei detenuti svolge attività lavorativa, soprattutto lavoro domestico all'interno delle carceri e per il complesso della giustizia il bilancio dello Stato non va oltre l'1,38 per cento dello stanziamento. Facile capire perché dentro il carcere si viva in condizione di estrema difficoltà. E come le situazioni di marginalità non possano che peggiorare.