• Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Rifugiati ambientali sono affamati deboli e malati ma il mondo non si è mobilitato

Hanno camminato per giorni, nascondendosi nella giungla, attraversando montagne e fiumi. Chi è riuscito ad arrivare vivo sopravvive in condizioni poverissime. Sono affamati, deboli e malati», scrive l’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati. Sono migliaia. Centinaia di migliaia. 670mila, per la precisione.

E dopo la lunga marcia ora rischiano di morire – ancora una volta, a migliaia – sotto l’incalzare dei monsoni. Voi che ne dite, si tratta di rifugiati politici o di migranti ambientali?

Domanda puramente accademica. Perché sono semplicemente persone costrette, per una causa o per l’altra, ad abbandonare le loro case e a misurarsi con le difficoltà di un ambiente degradato. Loro sono i Rohingya, la minoranza musulmana perseguitata dalla dittatura birmana e giunta, nello scorso mese di agosto e nella misura di 670mila appunto, in Bangladesh, dove si sono riuniti ad altri 200mila appartenenti alla medesima minoranza.


Una cruda realtà dimenticata

Vivono in condizioni disperate. L’Unhcr sta lanciando in queste ultime settimane un forte allarme nel distretto del Cox’s Bazar: perché le prime piogge monsoniche hanno già iniziato e investito i campi dove sono ammassati. In almeno 150.000 o, forse, anche 200.000 sono ad alto rischio, perché quei campi sono soggetti a inondazioni e smottamenti del terreno. In particolare per 24.000 tra loro il rischio è altissimo, proprio perché i terreni su cui insistono le catapecchie dove sono alloggiati sono del tutto instabili.

Già a fine marzo l’Unhcr e altri hanno dato avvio al «Joint response plan for the Rohingya humanitarian crisis». Ma il mondo non si è mobilitato. Tanto che dobbiamo considerare fortunati le diecimila persone che hanno dovuto abbandonare, a loro volta, le loro case nell’isola Hawaii, nell’omonimo arcipelago, a causa dell’eruzione del vulcano Kilauea, o le tremila persone che nel medesimo mese di agosto 2017 in cui i Rohingya si mettevano in moto hanno dovuto abbandonare le loro dimore in seguito al terremoto che ha colpito l’isola d’Ischia. Per quanto in gravi condizioni di disagio, nelle due isole i migranti ambientali hanno trovato un rifugio certo più sicuro dei Rohingya.


25,3 milioni in fuga per disastri naturali

Ebbene, gli sfollati birmani in Bangladesh, nelle Hawaii e a Ischia – è con questo brutto termine che vengono definite le persone costrette ad abbandonare la propria casa per trovarne un’altra altrove – sono appena una goccia nel mare dei migranti per cause ambientali che girano per il pianeta.

Secondo il recente World Migration Report 2018, pubblicato di recente dall’International Organization for Migration (Iom) che afferisce a un’altra agenzia delle Nazioni Unite, ogni anno infatti, a partire dal 2008 e fino al 2016, sono stati in media 25,3 milioni le persone nel mondo costrette a lasciare le proprie case e a cercare rifugio altrove a causa di disastri naturale. È una cifra molto più alta di coloro che sono fuggite da guerre e conflitti. Ammesso che sia sempre possibile distinguere tra migranti ambientali e rifugiati per cause politiche o di lotte armate.

Perché, certo, alle Hawaii o a Ischia la causa unica è ambientale. Mentre per i Rohingya il rischio viene dal combinato disposto delle persecuzioni politiche e delle precarie condizioni ambientali. La stessa concomitanza di cause – la guerra e la siccità, per la precisione – ha determinato la fuga in massa di almeno sei milioni di persone dalla Siria. Sono, i siriani, migranti ambientali o profughi di guerra? Ma i numeri degli sfollati di un anno non ci dà che una pallida idea di quante persone oggi nel mondo vivono lontani dalle loro case. Secondo il World Migration Report 2018 nell’anno 2015, l’ultimo dei quali di dati minimamente affidabili, c’erano nel mondo 244 milioni di persone costrette a vivere lontano non solo dalle loro dimore fuori dai confini nazionali.

Un numero pari al 3,3% della popolazione mondiale. Un numero molto più grande sia in termini assoluti rispetto ai 155 milioni dell’anno 2000, sia in termini relativi: perché nell’ultimo anno del XX secolo i migranti internazionali rappresentavano il 2,8% della popolazione mondiale. Quindici anni fa, nel 2003, si prevedeva che i migranti forzati internazionali avrebbero raggiunto la cifra di 230 milioni solo nel 2050. Quella soglia è stata già oggi superata. E le nuove previsioni danno gli sfollati internazionali oltre i 400 milioni nel 2050.


Vittime del cambiamento climatico

Questo incremento inatteso, in assoluto e in termini relativi, è avvenuto in maniera rapidissima e imprevista certo a causa di conflitti e persecuzioni politiche, ma anche e, soprattutto, a causa dell’accelerazione dei cambiamenti ambientali.

Ma anche i 244 milioni di persone costrette a vivere a vivere in maniera quasi sempre precaria in un paese straniero non sono che una piccola parte degli sfollati reali. Perché nel mondo ci sono anche gli sfollati cosiddetti interni. Che vivono lontani dalle loro case, ma entro i confini nazionali. Sono davvero tanti: 740 milioni.

Tre migranti forzati su quattro, nel mondo, restano dunque entro i confini patrii. Anche questi sono, per la maggior parte migranti per cause ambientali. L’Europa ospita 75 milioni di migranti internazionali. Quanto l’Asia. Ma pochi considerano che, a differenza dell’Asia, gli sfollati interni in Europa sono quasi del tutto inesistenti. Per fare un esempio, in Cina ci sono almeno 7 milioni di sfollati interni. E molti altri milioni ce ne sono in Indonesia come in India. E tuttavia, ci avvisa un recente articolo apparso sulla rivista Science e firmato da un gruppo di ricercatori guidati da Wolfram Schlenker, docente presso la Scuola di affari pubblici e internazionali della Columbia University di New York, proprio i cambiamenti del clima spingeranno un numero crescente di migranti asiatici e, soprattutto, africani a cercare rifugio in Europa.

Gli autori dello studio hanno analizzato le richieste di asilo nei paesi dell’Unione Europea di migranti provenienti da 103 diversi paesi negli anni compresi tra il 2000 e il 2014, durante i quali le domande di asilo sono state, in media, 350.000 l’anno. Ebbene, Schlenker e i suoi colleghi hanno verificato che c’è una forte correlazione tra le domande di asilo (e, dunque, le migrazioni) e i fattori ambientali correlati al cambiamento del clima, come la temperatura, i fenomeni meteorologici, oltre che con guerre e conflitti.


La pressione sull’Europa

Ancora una volta, la correlazione maggiore è stata proprio con i fattori ambientali. E hanno verificato che la propensione a migrare diventa importante quando nelle regioni agricole di un paese la temperatura media sale oltre i 20 °C nel corso della stagione della crescita. E questo è successo non solo in Africa, ma anche in paesi asiatici come l’Irak o il Pakistan.

Così il gruppo ha elaborato un modello matematico di previsione. Se la temperatura media del pianeta aumenterà di un valore compreso tra i 2,6 e i 4,8 °C, nell’anno 2100 ci saranno almeno 660.000 persone in più che busseranno ogni anno alle porte d’Europa. Il che significa che l’Unione Europea dovrà gestire un flusso di migranti ogni anno pari a più di un milione di persone. E questo a prescindere da guerre o persecuzioni politiche.

Non abbiamo, dunque, che due opzioni da seguire. In parallelo. Lavorare più alacremente per prevenire i cambiamenti ambientali. E organizzarci per assorbire in maniera solidale questi milioni di persone costrette a migrare per cercare una casa più sicura.

Fonte: Rocca - rivista quindicinale della Pro Civitate Christiana - n. 12/2018