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I segni della speranza (Maurizio Benazzi)

Pubblicato sulla Newsletter "Ecumenici" del 16 ottobre 2008

Non è semplice dare conto in 20 minuti dei segni della speranza nel dialogo cristiano - islamico e ebraico-islamico ma ci proviamo; Grazie prof. Mandel per l'invito e un caro saluto alla confraternita sufi e agli organizzatori tutti. Il rispetto e l'amore per la costruzione della pace ci stimolano a ricercare percorsi teologici, progetti concreti di impegno e iniziative di carattere anche musicale per verificare a che punto siamo esattamente nella ricerca di quella che viene ormai definita come comune Fede abramitica. La ricerca - nonostante in Italia non se ne parla nel modo più assoluto e troppo spesso i teologi stessi sono impreparati o non aggiornati sul lavoro ad esempio fatto nella non lontana Università di Monaco - rischiamo di dire cose parziali.  Molti di loro, consapevoli del clima di cautela nelle tradizioni religiose ma anche di ignoranza (madre soprattutto di pregiudizi ad ogni livello), si limitano a ripetere luoghi comuni.

Le tesi di grandi teologici, come ad es. Hans Kung, di fatto possono essere oggi considerate in gran parte superate. Penso alle risposte esposte dal cattolico Gerhard Gaede nel testo "Adorano con noi il Dio unico" pubblicato da Borla lo scorso gennaio. Un invito dunque per i cristiani cattolici ad equipaggiarsi per il cammino della ricerca. Non basta essere uomini di buona volontà.  In ogni caso non mi sostituirò agli interlocutori cattolici che seguiranno. Un saluto particolare a Don Bottoni e a tutti voi. Il Concilio Vaticano II ha del resto offerto tesi molto interessanti, nonostante nel 2006 Ratisbona abbia segnato una svolta non certo incoraggiante. Occorre cari cattolici lasciare segni di speranza alle future generazioni di ogni latitudine e longitudine geografica. I semi che si lasceranno lungo il percorso germoglieranno quando meno ce lo aspetteremo.

Un botanico statunitense Jack Harlan nel 1948 stava raccogliendo piante in Turchia. Trovò una varietà di grano che non sembrava valesse la pena di essere raccolta: "Era il grano più brutto che avessi mai visto. Rendeva poco e spesso marciva prima di essere raccolto". Questo botanico morì nel 1982 ma i semi raccolti allora e depositati nella più importante banca dei semi dell'agricoltura mondiale nell'arcipelago delle Svalbard, nelle coste settentrionali della Norvegia, ha consentito recentemente di sconfiggere la ruggine del grano, una malattia che ha messo in ginocchio l'agricoltura statunitense del nord-ovest. Quel grano tanto brutto è servito alle generazioni di oggi per fronteggiare una crisi alimentare, attraverso la creazione di varietà di grano che avevano la stessa caratteristica di quei semi ignorati allora…

Fra islam e cristianesimo si trovano indubbiamente radici comuni profonde: essere creature di Dio e essere sottomessi a Dio, essere responsabili di fronte al tribunale divino, considerare l'essere umano come vicario e servo di Dio, la necessità della lotta per un mondo migliore, più giusto e battersi per i giovani, che possono essere conquistati solo quando l'egoismo degli esseri umani viene sopraffatto dall'amore e dallo spirito di sacrificio. Abbiamo scoperto, grazie anche ad una recente maggiore fiducia reciproca, una teologia pratica e un'ecologia (Dio come padrone della terra) grosso modo uguali nelle fondamenta e dall'altro lato tutti riconosciamo una comune necessità della conversione continua. Abbiamo constatato inoltre che islam e cristianesimo sono iniziate in un clima di persecuzione e che entrambi dobbiamo garantire che non si esaudisce la volontà di Dio se le persone devono fuggire a causa della Fede e che l'amore del prossimo, ci consente di riconoscere la dignità di tutti gli esseri umani e soprattutto il dovere dei più forti di assistere i più poveri.

Il metropolita ortodosso Georges Khodr, nel rinomato Istituto San Sergio di Parigi (il pensatore del "Christ qui dort dans les autres religions"),  non solo aveva affermato che il Corano è un legittimo testo di meditazione ma aveva auspicato per i cristiani un atteggiamento di pazienza e pace profonda, una comunione segreta con tutti gli esseri umani e una piena fiducia nella realizzazione escatologica del piano di Dio. Ricordava ai cristiani d'oriente ma è stato ospite anche al monastero di Bose che "Cristo non è un'istituzione, bensì valore, atto, trasformazione dei cuori nel senso della dolcezza, della semplicità del'umiltà, del gihad (parola che significa sforzo, impegno attivo e non guerra come traducono abitualmente in occidente o i fondamentalisti islamici) per coloro che soffrono.

Il dialogo auspicato fin dopo la seconda guerra mondiale nel Consiglio Ecumenico delle Chiese (ove hanno piena rappresentanza protestanti, veterocattolici, ortodossi e anglicani), è di fatto iniziato dopo la c.d. guerra arabo israeliana detta dei sei giorni del 1967. Motivi politici hanno impedito precedentemente il suo sviluppo e ancora oggi si fatica per tanti ragioni a coinvolgere ad es. le donne nel processo di discussione ad alto livello. Di fatto esiste in Italia un "il confino informativo" di ebrei e islamici ad una giornata di cultura ebraica o ancora di dialogo con l'Islam.
Come responsabile della newsletter Ecumenici (www.ecumenici.eu ) non ho esitato a scrivere che si tratta di un limite strutturale del dialogo stesso. Fermo restando che comunque ne diamo conto. Il pochissimo è sempre meglio del nulla e il dialogo rimane sempre "un canto d'amore piacevolmente cantato" (Ez. 32,22).

Ogni schema di sintesi è di per sé limitato ma oggettivamente l'analisi del teologo evangelico di Monaco Reinhard Leuze mi sembra interessante: in primis si riconosce il Corano come una scrittura rivelata analoga alla Bibbia, sebbene il concetto proprio di rivelazione sia differente per l'islam e il cristianesimo, e si comprende insomma l'islam come una via di salvezza ordinaria. Il profeta Muhammad si colloca - consapevolmente - nella tradizione di fede monoteista e il messaggio da lui annunziato dovrebbe essergli stato rilevato dallo stesso Dio di ebrei e cristiani; in altri termini avrebbe eseguito un incarico da parte di Dio. Vi è quindi un soggetto unitario dell'unica storia della salvezza. Il Corano figura come la più recente delle rivelazioni divine e come conclusione provvisoria della storia della rivelazione. Il perché di questa rivelazione ulteriore rispetto a Gesù Cristo potremmo individuarla oggi ad es. nelle diffuse forme di devozione popolare che appaiono come un sincretismo semipagano non più sensibile alla trascendenza e inconcepibilità di Dio. Ma soprattutto alla conversione di interi popoli pagani al monoteismo.

Faccio presente che i cristiani del resto non hanno mai adottato tutta la legge mosaica della Scrittura d'Israele e nonostante questo aspetto di non secondaria importanza continuiamo a considerare tutta la Bibbia come Sacra Scrittura e Parola di Dio in quanto interpretata come Antico Testamento. Per noi protestanti la Parola di Dio è testimonianza umana ispirata da Dio e che vive ancora grazie al soffio dello Spirito nel credente. Vi sono del resto nella Bibbia contraddizioni ed errori storici o scientifici ( pensate allo spessore delle mura di Gerico, allo spessore dell'Arca dell'Alleanza o al fatto di includere la lepre fra gli animali ruminanti), che non compromettono il carattere di Parola di Dio. E in questo senso che possiamo recepire il Corano e considerare ad esempio le sue singole affermazioni contrarie al cristianesimo non necessariamente come Parola di Dio contraddicente la fede cristiana. Chi considera la Bibbia come dettata parola per parola da Dio sono gli evangelici non protestanti ossia gli evangelicali e i pentecostali che non accettano né ora ne mai alcun colloquio, alcun dialogo con l'islam. L'islam in questo senso ha per me e per molti protestanti un posto privilegiato fra le religioni. È indubbio che solo una persona piena di Spirito Santo possa scorgere questo Spirito già operante nella molteplicità religiosa in cui gli uomini si indirizzano.
Lo spirito è donato infatti a tutta l'umanità e il Logos va solo dove lo Pneuma è già presente (Luca 1,3). Uno zwingliano queste tesi le ha masticate fin dal XVI secolo, in varie forme e direzioni. Per questo posso chiamarvi fratelli aventi in comune una prospettiva di pienezza ecumenica ed escatologica. Dove a Dio spetta l'ultima parola in fatto di Rivelazione finale.

Rileggendo Eb 1,1-2 sostengo come fa il teologo cattolico Gaede che "Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri (aggiungiamo noi: E PARLERÀ ANCORA MOLTE VOLTE AI NOSTRI POSTERI PER MEZZO DEI PROFETI), ultimamente, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio". Chi testimonia la misericordia di Dio, se questa testimonianza è vera non può essere altro che Parola di Dio in quanto la Fede per sua natura è asincronica. Gli ebrei per noi cristiani testimoniano sempre l'Alleanza di Dio col suo popolo e continuano anche oggi a testimoniare e a pronunciare la Parola di Dio. Del resto Cristo è già "nel" Corano e non al di fuori di esso! Cristo è presente tramite la profezia "nel" canone ebraico.

Nel 1956 il druso Kamal Jumblatt poneva questa domanda ai cristiani del suo paese: sono capaci di considerare l'Islam come proprio, di assimilarlo senza per questo farsene assimilare, senza nulla abbandonare della propria identità? E poneva ai musulmani la questione simmetrica: l'islam è capace di trovare le sue capacità di apertura come per i primi 150-200 anni , nella sua fase di creatività anche culturale, quando assumeva in gran parte il patrimonio dell'ellenismo e dell'Oriente irano-indiano? Noi pensiamo oggi di poter rispondere di sì, sia pur nel contesto italiano di censura e ignoranza che ho accennato.

Dopo queste parole di speranza quali sono i progetti di speranza? La newsletter Ecumenici continuerà a vivere perseguendo una visione teocentrica grazie a una lettura nohachica (Gen 8,15 -9,17) della Tenak: il patto di Fede fra Dio e l'umanità tutta per il tramite di Noè, è un patto mai revocato. Un patto che mette in comunicazione diretta anche islam e ebraismo.

Siamo consapevoli che Gesù fa di se stesso in Gv 8,58 "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono" e proprio per questo osiamo confidare nella sua Parola, che sarà chiara a tutti nei tempi ultimi.

Fra gli eventi che abbiamo segnalato ne abbiamo scelti alcuni: nel mese di novembre dello scorso anno a Verona si tenne in un tempio cattolico un concerto di musica liturgica ebraica e chassidica dell'Ensemble Shalom. Chi organizzava l'evento era la neonata comunità luterana di Verona - Gardone.

Si noti che uno dei pensieri più caratteristici sulla spiritualità chassidica (corrente mistica ebraica ispirata dalla Cabala) è:    
"La maniera più diretta per unirsi a Dio è mediante la musica e le canzoni 
Canta anche non sai cantare 
Canta per te stesso 
Canta nell'intimità della tua casa 
Però canta!"    

Un altro segno di speranza ben consolidato è offerto dalla rivista Confronti che  organizza una serie di eventi fra cui fiori di pace, semi di pace e note di pace.

Fiori di pace.
È un programma che prevede l'invito in Italia di ragazzi israeliani e palestinesi che, dopo un periodo di conoscenza reciproca, si inseriscono o in alcune esperienze estive con ragazzi italiani (campi estivi promossi da chiese, associazioni o istituzioni) o nell'ambito delle attività scolastiche durante l'anno. Una serie di studi psicologici dimostra quanto sia difficile la condizione adolescenziale tra i giovani israeliani sottoposti alla costante minaccia di devastanti attentati terroristici; d'altra parte è ormai ampiamente documentata la situazione degli adolescenti palestinesi, stretti dalla violenza dell'occupazione e la propaganda delle fazioni estremiste e militarizzate. Parlare di pace, in questo quadro, è molto difficile. Da qui l'importanza dei programmi educativi che consentono di incontrare l'altro direttamente, fuori dagli schemi di pregiudizio correnti, in un clima rilassato che faciliti l'incontro e l'amicizia. Questo progetto è stato più volte realizzato con i finanziamenti della ex amministrazione del Comune di Roma, del Comune di Genzano e della Chiesa Avventista del Settimo Giorno.

Semi di pace.
È un programma di incontro tra testimoni di pace adulti, israeliani e palestinesi, che vengono in Italia sia per conoscersi meglio tra di loro che per condividere con il pubblico italiano le loro esperienze e le loro analisi. La caratteristica di questa iniziativa è che, dopo un breve periodo di orientamento rispetto alla realtà italiana, i "testimoni" si dividono in coppie - un israeliano e un palestinese - e si mettono al servizio dei gruppi, delle associazioni e delle istituzioni che li hanno invitati. Confronti porta avanti questo progetto da circa otto anni. Si ritiene che lo stesso progetto potrebbe essere sviluppato nella Regione Lazio con successo. A fronte di questo si organizzano poi seminari itineranti in Israele e nei territori palestinesi. Il seminario prevede incontri con rappresentanti di istituzioni politiche da entrambe le parti e diversi rappresentanti religiosi, con realtà sociali e culturali israeliane e palestinesi ma soprattutto con uomini e donne che, pur in situazioni estremamente complesse e difficili, credono e lavorano per la pace. La rivista Confronti promuove questo tipo di seminario da ben undici anni.

Una segno di pace molto convincente e commovente a cui ho partecipato a Milano è l'iniziativa note di pace finanziata anche quest'anno dalla chiesa luterana che include al suo interno anche una comunità riformata zwingliana e ciò nonostante un clima di silenzio da parte dei media. I giornalisti italiani da anni non danno sistematicamente info sull'evento. Eppure la nostra newsletter viene diffusa ad es. in centinaia di redazioni. Senza contare gli sforzi dell'Ufficio stampa dell'organizzazione promotrice in ogni città ove hanno luogo i numerosi concerti dei giovani musicisti tutti fra i 14 e i 17 anni.

Di norma vi sono cinque giovani musicisti  palestinesi che provengono dalla scuola luterana Dar Al Kalima di Betlemme  nei Territori Palestinesi e cinque loro colleghi israeliani provenienti dalla Scuola Superiore regionale di Sasa nell'alta Galilea. I ragazzi, che non sono dei professionisti, hanno scelto di condividere la loro passione con "l'altro", con colui generalmente percepito  come nemico; attraverso la musica, che è il veicolo di conoscenza e condivisione. Molti sono tra l'altro anche gli incontri in scuole superiori italiane.

E mi accingo ora alla conclusione segnalandovi le iniziative del gruppo di cui fa parte Rav Roberto Arbib, un rabbino conservative italiano che vive da molti anni a Tel Aviv e di professori israeliani che dal 2000 sviluppano il dialogo interreligioso coi chekim sufici locali. Un dialogo che nasce da una volontà reciproca di conoscere  e sviluppare la tradizione spirituale che lega l'Islam con l'Ebraismo nel dialogo di preghiera, studio e meditazione al fine di creare un ponte di pace tra le due tradizioni spirituali. Il gruppo si riunisce ogni settimana per studiare testi delle due tradizioni.
Nel 2008 gli incontri sono dedicati allo studio  di El Kushairi il quale molto probabilmente ha avuto una grande influenza sul filosofo ebreo Ibn Pakuda e sulla sua opera centrale, "Doveri dei cuori".

Rav. Arbib che conosce bene tra l'altro la rivista Confronti non ha mai interrotto nella capitale israeliana ma anche oltre la linea verde la sua attività di dialogo con le confraternite sufi, nemmeno quando era in corso la guerra e le bombe cadevano su Israele, "in nome di D-o per il mondo". Ha tenuto nello scorso gennaio una conferenza nella sinagoga Riformata di Lev Chadash di Milano.  

La cerimonia di preghiera comune con i sufi è oggettivamente un elemento d'interesse rilevante. Il pregare i novantanove nomi di Dio con lo zicher (composto di novantanove palline divise in tre parti, con un piccolo minareto che segnala le successive trentatré palline) e con i salmi testimonia visivamente, sonoramente e simbolicamente che si può pregare insieme l'Unico Dio. Non solo dunque col silenzio, il respiro, la musica, l'uso di mantra - ossia suoni -ebraici, e altre tecniche (i persiani le usano fino a giungere a stati di trance).

Si è coinvolto anche "Nevé Shalom - Wahat as-Salam" (il villaggio creato con finalità politiche in cui vivono congiuntamente Ebrei e Arabi palestinesi, tutti cittadini di Israele) nel pieno dell'intifada. Spesso si è partiti dalla meditazione cabalistica ma si è fatto ricorso anche alla grande e insuperabile tradizione mistica sufi (che ha tra l'altro donne come riferimenti di rilievo) per redigere un curriculum di studi comune. Si è costatato da parte ebraica come il sufismo possa essere comparato con diversi elementi (gruppi, corpi) del movimento chassidico: il punto di contatto è rappresentato dalle due mistiche e più precisamente il legame dell'essere umano con Dio e l'amore di Dio. È bene ricordare che al funerale del poeta e mistico persiano Gialal al-Din Rumi, dietro il feretro vi era molta gente ebraica.

Da parte ebraica è palese anche la nascita di un'interessante autocritica.
Mentre gli arabi conoscono l'ebraico, gli ebrei purtroppo non conoscono la lingua araba (salvo quelli che devono entrare nell'Intelligence israeliana; il che dimostra come "l'altro" sia considerato solo un nemico). Inoltre gli ebrei hanno dimenticato di saper pregare col corpo, mediante l'uso delle mani, il prostrarsi, la compostezza, far ordine nel Tempio stesso ecc. Gli ebrei dovrebbero insomma riapprendere molte cose dagli islamici che non hanno mai abbandonato la pienezza della preghiera. Quella praticata dei Profeti dell'ebraismo per intenderci. Si evidenzia insomma la necessità di una grande Riforma dell'ebraismo. Oggi più che mai.

Dopo i bombardamenti di una moschea Rav Roberto Arbib è andato a scusarsi ed a esprimere rammarico, chiedendo di pregare per la pace con gli islamici.
Non sempre le risposte sono state positive (gli ortodossi esistono anche nel mondo islamico e non solo in quello ebraico) ma quando l'invito è stato accolto, arabi ed ebrei del popolo rimanevano sconcertati, increduli, come dire "senza parole". Stupiti insomma di quanto stava accadendo.
 
Rav Arbib fa notare in un libro di prossima pubblicazione che la preghiera sefardita di provenienza iberica per lo Yom Kippùr (ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell'espiazione) usi un linguaggio e termini imprestati proprio dall'Islam. Nei sefarditi sussiste sempre un rapporto di odio (per le guerre occorse) ma allo stesso tempo anche di amore verso l'Islam. Gli ebrei sefarditi erano soliti dire "quando si è tornati da una piccola battaglia - dice il saggio (in realtà il saggio era un islamico, ma non era conveniente dirlo apertamente) si deve combattere la grande battaglia", quella nei confronti di se stessi, contro gli istinti malvagi di ciascuno di noi. Dalla morte di Moshe ben Maimon (in Italia conosciuto come Mosè Maimoide) e per circa 200 anni l'ebraismo visse del resto un'influenza islamica notevole.

E su questi dialoghi di pace che auguro a tutti voi la gioia della ricerca comune. Io ne sono entusiasta e spero di avervi trasmesso un messaggio incoraggiante.

Grazie dell'attenzione.
Maurizio Benazzi