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Non c'è alcuna ricerca di Pace credibile senza giustizia, diritti umani e libertà: anche nelle chiese cristiane ma non solo.
L'intervista a Matteo della Torre, direttore de "Il grido dei poveri".

Pubblicata sul n. 17 del 25 febbraio 2007 della newsletter della comunità Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


1) In Italia o all'estero ci sono ancora preti operai? Quale è stato e/o quale è il senso della loro presenza - a suo avviso - nella chiesa cattolica romana e nel mondo del lavoro?

Nell'Italia dei primi anni '70, i sacerdoti che fecero la scelta profetica del lavoro manuale nel mondo operaio erano circa trecento. Sotto l'impulso del Concilio Vaticano II, essi decisero di condividere la condizione operaia e mettere in discussione la ministerialità sacerdotale, sempre più imbalsamata nella pastorale intra moenia ed estranea alle istanze provenienti dal mondo dei diseredati. La loro esperienza rivoluzionaria è stata una delle molteplici espressioni della cosiddetta Chiesa di frontiera. Ne cito solo alcuni: Bruno Borghi, Carlo Carlevaris, Luisito Bianchi, Gianni Fornero, Giuseppe Stroppiglia, Aldo Bardini, Gino Chiesa... Oggi, in Italia, i preti operai sono un centinaio.
I preti operai suscitano, nella Chiesa dei sacerdoti con il sostentamento assicurato, una domanda inquietante che mi permetto di prendere in prestito da Gandhi: "Possono gli uomini guadagnarsi il pane con il lavoro intellettuale? No. A bisogni del corpo deve pensare il corpo. Il mero lavoro mentale, cioè intellettuale riguarda l'anima ed è compenso a se stesso. Non dovrebbe mai pretendere di essere retribuito. Nello stato ideale, dottori, avvocati e simili lavoreranno solo a beneficio della società, non per se stessi".
Alla luce della nonviolenza gandhiana, possiamo affermare che nessuno può ritenersi esentato dal lavoro delle mani, né il professore, né l'insegnante, né il notaio, né l'avvocato, e neppure il sacerdote, come chiunque altro svolga un'attività intellettuale, a meno che non voglia rinunciare a tutto ciò che per prodursi comporta fatica. Questa, a mio avviso, è la più grande provocazione dei sacerdoti operai. Tutti devono guadagnarsi il cibo che mangiano con il lavoro delle proprie mani, lo prescrive Dio nella Bibbia costituendo l'uomo coltivatore e custode della creazione: "Con il sudore del tuo volto mangerai il pane" (Gn 3, 19). Il lavoro delle mani è quindi sacro, perché con il suo esercizio l'uomo obbedisce alla volontà di Dio, al suo primo ed essenziale comandamento che gli prescrive il dovere di procacciarsi onestamente il pane, senza far gravare su altri questo compito. Chi accumula ricchezze senza lavorare, e così facendo parassitizza il suo prossimo, commette una gravissima ingiustizia ("Chi non vuol lavorare, neppure mangi" - 2 Tessalonicesi 3, 10).
Il lavoro per il pane, quindi, è la prima forma di nonviolenza, un atto d'amore per il prossimo, che comporta, perciò, la rinuncia allo sfruttamento della fatica altrui per il soddisfacimento dei propri bisogni fondamentali.
L'uomo astuto, nel corso della storia, in dileggio del volere di Dio, ha raggirato questo precetto industriandosi al meglio per far lavorare i propri simili al suo posto. Non c'è uomo al mondo che non nutra in sé l'aspirazione di emanciparsi dalla fatica fisica. Il rifiuto del lavoro fisico per il pane è alla radice di ogni sfruttamento ed ingiustizia ed è la chiave interpretativa con cui leggere il dramma della violenza strutturale che opprime le società che si sono strutturate in classi a motivo dell'iniqua ripartizione del lavoro tra fasce sociali agiate, "dispensate" dal lavoro manuale e classi subordinate, sfruttate e costrette ad un lavoro svalutato e degradato. Il lavoro delle mani diventa così la forza rivoluzionaria e il mezzo attraverso cui minare alle radici la divisione del lavoro, causa di innumerevoli ingiustizie. "Lo sfruttamento - scrive Giuliano Pontara - comincia là dove vi sono uomini che mangiano il pane che altri hanno prodotto, senza fornire un corrispettivo lavoro. E, si badi, per lavoro si intende qui lavoro manuale, fatica fisica, sudore".
Il lavoro manuale, oltre ad essere, come diceva Lanza del Vasto, "il tirocinio della probità", è un'esigenza profonda della nonviolenza, perché se non si instaura "una certa uguaglianza tra quel che si prende e quel che si rende" si dipende dal lavoro altrui, si sfrutta i propri simili e si esercita, di conseguenza, un'inaccettabile violenza sul prossimo.

Tratto da "Nonviolenza. Femminile plurale", n. 66 del 1 giugno 2006
[Dal quotidiano "Liberazione" del 27 maggio 2006]

Saverio Aversa vive a Roma dove lavora come educatore in un centro per disabili, attivista del movimento glbt e per i diritti umani, giornalista culturale, si occupa di culture delle differenze.
Judith Malina, straordinaria artista, intellettuale, attivista nonviolenta e libertaria, con Julian Beck - scomparso nel 1985 - anima del Living Theatre, che insieme avevano fondato nel 1947. Opere su Judith Malina: Cristina Valenti (a cura di), Conversazioni con Judith Malina, Eleuthera, Milano 1995] La città di Chieti e il teatro Marruccino hanno ospitato nei giorni scorsi Judith Malina e Hanon Reznikov, direttori dello storico Living Teatre di New York, un gruppo teatrale anarchico e pacifista che ha lasciato un segno profondo nella cultura occidentale del secolo scorso. Il Living è stato protagonista di grandi battaglie politiche e sociali come quella contro l'intervento americano in Vietnam. "Love and politics" è la serata di poesia e di testi teatrali proposta ai teatini, uno spettacolo simbolo dell'impegno del gruppo, intensa espressione di una particolare estetica visionaria. Amore e politica, temi svolti attraverso brani di opere del repertorio del Living come Utopia e Metodo zero. Malina e Reznikov hanno anche tenuto un laboratorio di cinque giorni sulle tecniche e sulle pratiche di creazione teatrale che ha consentito ai partecipanti di costruire un breve spettacolo intitolato Una giornata nella vita della città: un esperimento di vita quotidiana applicato ai vari luoghi urbani. I partecipanti, oltre al lavoro sul corpo, sulla gestualità, sulla voce e l'improvvisazione, hanno studiato la storia dei 59 anni del Living attraverso la visione di alcuni documentari. Tutto inizia nel 1947 a New York quando Julian Beck e Judith Malina, marito e moglie, entrambi ebrei tedeschi scappati negli Stati Uniti durante il nazismo, frequentano gli stage teatrali del loro connazionale Erwin Piscator, regista e teorico della ricerca di un'arte legata ai bisogni vitali. Qualche mese dopo Beck e Malina fondano il Living Theatre che già con i primi spettacoli suscita reazioni scandalizzate. Il Living si oppone radicalmente a Broadway e a tutto ciò che rappresenta, apre nuove possibilità alla rappresentazione teatrale e fornisce argomenti e ispirazione ai teatranti anticonformisti di tutto il mondo. Julian Beck, morto nel 1985, è stato attore, regista e scenografo. Iniziò come pittore legato all'espressionismo astratto e infatti firmò le scene di quasi tutti gli spettacoli del Living, dirigendone buona parte e facendo anche l'attore.
È stato interprete cinematografico di film come l'Edipo Re di Pasolini e Cotton Club di Coppola. Dopo la sua scomparsa Reznikov affianca Malina nella vita e nella direzione del gruppo. Abbiamo incontrato la coppia proprio in un camerino del Teatro Marruccino. Judith Malina ha risposto ad alcune domande con qualche intervento di Hanon Reznikov.

Da "Azione nonviolenta" di ottobre 2005 (disponibile anche nel sito: Movimento Nonviolento) riprendiamo questa riflessione sull'esperienza dei Centri di orientamento sociale (Cos) lanciata da Aldo Capitini, pubblicata anche su “La nonviolenza è in cammino” - Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo - Numero 1163 del 2 gennaio 2006
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