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Proposta di appello. via dall Afghanistan, via dalla guerra globale (Navarra)

Milano 12-12-06

USCIAMO DALLA CRISI CON L'AUTONOMIA E CON I CONTENUTI DI UNA POLITICA NONVIOLENTA

PROPOSTO DA: LDU-LOC- RICONCILIAZIONE- CHICO MENDES- KRONOS- TERRA NUESTRA


Il Movimento per la pace, dopo le illusioni da "seconda supepotenza", sta attualmente presentando uno spettacolo deludente, di divisione, di subalternità politica (la cosiddetta "sindrome del governo amico"), di mancanza di idee forti, radicali, convincenti.
Noi non guardiamo con estraneo e compassato distacco alle difficoltà presenti, poiché apparteniamo a pieno titolo a organizzazioni, reti, esperienze, iniziative che fanno parte integrante dell'arcipelago pacifista e nonviolento.
Siamo quindi estremamente preoccupati per lo stato e per le prospettive di un "habitat sociale" che costituisce la nostra stessa ragione di vita.
A nostro parere, c'è alla base dell'attuale confusione, e delle polemiche conseguenti, un nodo irrisolto: il problema dei problemi è come dissociarsi a tutti i livelli dalla guerra globale in atto; come farlo, per essere precisi, senza ricadere, a nostra volta, nel modo di contrapporci e di opporci, in una "logica di guerra", speculare, simile, anche se di segno contrario.
Pur riconoscendo il diritto di resistenza dei popoli, secondo le leggi internazionali, che va distinto da ogni forma di terrorismo (violenza e attentati sui civili), crediamo fermamente che vada estesa la lotta di resistenza nonviolenta di massa, la sola efficace contro la guerra dell'Impero e in grado di garantire una pace duratura fermando l'escalation di violenze e di guerre civili. Dobbiamo boicottare la logica della "guerra per esportare la democrazia", la guerra "unica, globale, preventiva e permanente". Non però appoggiando gruppi di potere locale, bensì ponendosi dalla parte delle vittime della guerra da qualunque parte sia scatenata. Questo non vuol dire equidistanza e non distinguere tra chi è aggressore (USA e suoi alleati) e chi è aggredito, ma porsi in una prospettiva che miri non solo al tacere delle armi, ma ad un sistema di giustizia e di convivenza sociale - interetnica e interreligiosa - che sola può garantire forti basi per una pace duratura.
Abbiamo di fronte una scadenza cruciale per dimostrarlo: il prossimo voto parlamentare per il rinnovo del finanziamento delle "missioni di pace" ed in particolare sulla partecipazione ad ISAF della NATO in Afghanistan. Sarà questa scadenza a chiarire di che pasta siamo fatti e se meritiamo, come attivisti, di mantenere il consenso e la mobilitazione di un più ampio "popolo della pace".
Noi crediamo che i "pacifisti", in ogni sede ed in ogni occasione, quindi anche i "pacifisti" che abbiamo mandato in Parlamento, debbano esprimere una coerenza di posizioni nella direzione della PACE e della NONVIOLENZA, attraverso le seguenti scelte politiche, chiaramente e costantemente affermate:
1- una netta e pubblica dissociazione dalla guerra globale di Bush, che, per quanto riguarda il livello di base, deve arrivare anche al ricorso alle forme più dure e rischiose di disobbedienza civile nonviolenta;
2- premesso che ogni intervento della Forza Armata italiana presenta la sua propria modalità di approccio con la complessità del conflitto locale (che ha la sua specificità di cause ed attori interni); e presenta altresì la sua propria discutibile plausibilità dal punto di vista della conformità costituzionale; la necessità del disimpegno militare va fatta valere comunque per tutti i "fronti" in cui la guerra globale si concretizza: l'Afghanistan deve seguire all'Iraq, ed il Libano deve seguire all'Afghanistan;
3-l'ENI, cessando ogni politica coloniale di rapina di risorse (come in Nigeria), in Iraq specificatamente deve rinunciare a partecipare alla spartizione del bottino petrolifero;
4- la missione in Libano, che meno di altre operazioni contrasta formalmente con il principio dell'intervento di polizia internazionale, va anch'essa radicalmente ripensata eventualmente trasformandola in un intervento civile: questo se il governo vuole far sì che il precario cessate il fuoco diventi processo di pace e giustizia;
5- per potere proporsi come mediatori diplomatici nei conflitti arabi-israeliani occorre che preliminarmente si rompano gli accordi di cooperazione militare tra Italia ed Israele;
6- va ripreso, nello spirito originario, il "processo di Barcellona" che impegna tutti i governi dell'area (europei, arabi, persino Israele e ANP) per la denuclearizzazione del Mediterraneo e del Medio Oriente;
7- il nostro Paese, nella prospettiva dello sganciamento dall'Alleanza militare ad egemonia americana, deve liberarsi subito dalla presenza delle armi nucleari sul proprio territorio e rifiutare ogni condivisione nucleare stabilita dagli accordi, spesso segreti ed incontrollabili, con gli Usa e con la NATO;
8- anziché, come a Vicenza, aprirne di nuove, bisogna chiudere le basi militari, cominciando da quelle straniere e NATO collegate alle politiche interventiste della "guerra globale permanente";
9- le spese militari nella Finanziaria devono diminuire: se ciò non avvenisse bisogna rilanciare l'obiezione fiscale come forma di protesta effettiva;
10- rifiutando la controriforma in atto dell'esercito in senso professionale, va implementata la sperimentazione di forme di difesa alternative al militare, sostenute dalla Rete della Difesa nonviolenta di base.
Mentre nel mondo, dall'alto di élite irresponsabili, ci si agita inconsultamente per arrivare allo scontro di (in)civiltà, noi dobbiamo rappresentare la forza organizzata che, dal basso, si batte per il dialogo costruttivo tra i popoli nel momento stesso in cui propone una nuova civiltà intrinsecamente pacifica.
I contenuti di una politica nonviolenta "partecipata, popolare e dal basso" dobbiamo proporli e tentare di affermarli a prescindere dai ragionamenti sui governi "amici" o meno, che non ci interessano.
Soffermarsi su questo tipo di ragionamenti è di per sé indizio di un grave deficit di autonomia politica e culturale: le guerre sono per noi sempre "cattive", non diventano "buone" solo perché vengono chiamate "missioni di pace" e ci si appiccica sopra l'etichetta dell'ONU.
Su questi obiettivi, e sulla strategia ad essi sottesa, le forze pacifiste, singoli e gruppi, che non si rassegnano all'attuale deriva hanno il dovere di discutere, di riunirsi, di trovare una convergenza di pensiero e di azione.
E' questo il pressante ed accorato appello che rivolgiamo a quanti comprendono che l'indipendenza e l'autonomia del movimento dai ceti politici e dalle sue dinamiche istituzionali, oltre a costituire un valore in sé, rappresenta la condizione imprescindibile per prospettare, a livello di opinione pubblica allargata, la credibilità di un'alternativa di pace alle politiche ancora ispirate dalla logica della potenza.

Info per adesioni: Alfonso Navarra cell. 349-5211837 e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.