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Il leader dell'opposizione Jean-Marc Kabund, presidente del partito politico Alleanza per il Cambiamento, ha criticato duramente la politica del governo congolese di accogliere a Kinshasa migranti provenienti da paesi terzi, dopo che gli Stati Uniti li avevano espulsi dal loro territorio per diverse ragioni.

Dichiarazione congiunta del Coordinamento Territoriale delle Forze della Società Civile di Masisi Vives, della Coscienza Femminile per i Diritti e lo Sviluppo "CFDD-RDC asbl" (organizzazione no-profit) e di MWANAMKE ANAWEZA asbl in merito al disastro naturale che ha colpito la città mineraria di Rubaya, nel Territorio di Masisi.

Il Coordinamento Territoriale delle Forze della Società Civile di Masisi Vives, della Coscienza Femminile per i Diritti e lo Sviluppo "CFDD-RDC asbl" (organizzazione no-profit) e di MWANAMKE ANAWEZA asbl esprimono il loro profondo dolore per il tragico disastro naturale verificatosi mercoledì 28 gennaio 2026 nell'area mineraria 4731, il sito di Luwowo/Kasasa, nella regione mineraria di Rubaya, nel Territorio di Masisi, provincia del Nord Kivu. Questo disastro naturale ha causato circa 400 morti e diversi altri gravi danni ambientali collaterali. Si è trattato, tuttavia, di una frana (caduta massi) causata dall'erosione che ha seppellitodiverse centinaia di minatori artigianali impiegati fraudolentemente dal Ruanda per ilsaccheggio sistematico di minerali e altre risorse naturali nella regione.

Ha una portata regionale l’acuta emergenza umanitaria legata alla guerra nel Kivu (est della Repubblica democratica del Congo, Rdc), occupato in buona parte dalla milizia Afc/M23 sostenuta dal Ruanda. Le condizioni di vita dei 90mila congolesi fuggiti nel vicino Burundi a partire da dicembre sono estreme: 53 i morti nei giorni scorsi, di colera o di stenti, secondo l’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). I fondi per l’assistenza scarseggiano.

È durata solo poche ore l’illusione di un accordo come quello mediato dalla Casa bianca per trovare una soluzione al conflitto che affligge la regione congolese del Kivu, firmato a Washington con tanto di solenne cerimonia e alla presenza del presidente Trump, tra la Repubblica democratica del Congo (Rdc) e il Ruanda.

La milizia M23 infatti era e resta all’offensiva, con il supporto attivo di truppe ruandesi. Un supporto che anziché cessare, come indicavano i termini dell’accordo, ultimamente si sarebbe intensificato. Anche con l’artiglieria pesante, che dalla città ruandese di Bugarama martella le postazioni congolesi.

«Il Congo è un “paese soluzione”! La sua foresta pluviale è il secondo polmone del pianeta. Le sue terre sono ricche di minerali, strategici nella transizione ecologica. Ma per il popolo congolese questa forza si traduce in eterna sofferenza»: i quasi trent’anni di guerra pesano nelle parole di De-Joseph Kakisingi, ginecologo e direttore sanitario del Centro ospedaliero Saint-Vincent a Bukavu (Sud Kivu) e co-fondatore dell’organizzazione Santé et Développement, nata per portare aiuto alle vittime delle violenze, soprattutto donne.

I ribelli M23, fedeli al Ruanda, a meno di due settimane dalla firma a Washington dell’accordo per cui Trump rivendica il Premio Nobel, non intendono ritirarsi dal Nord e Sud Kivu I missionari: «La tragedia resta ancora normalità»

In Congo la «pax americana» è ostaggio di esecuzioni e caos

Anarchia e caos, esecuzioni sommarie, rapimenti, ostentazione della forza e riluttanza ad abbandonare i territori occupati in precedenza. È l’atteggiamento tenuto dai ribelli dell’M23 nell’est del Congo, tra Nord e Sud Kivu, nell’area tra Goma e Bukavu, a meno di due settimane dalla “pax americana” siglata tra Repubblica democratica del Congo e Ruanda a Washington.