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«Gli attacchi con droni che hanno colpito un ospedale e un asilo a Kalogi il 4 dicembre hanno ucciso oltre 114 persone, tra cui 63 bambini». A diffondere il bilancio definitivo della «strage di bambini nel Kordofan» è il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus.

DOMENICA SCORSA il capo dell’unità amministrativa di Kalogi, Essam Al-Din Al-Sayed, ha attribuito l’attacco ai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) – in guerra contro le Forze armate sudanesi (Fas) del generale Al-Burhan – e ai loro alleati del Movimento di liberazione del popolo sudanese del nord. «Gli operatori delle ambulanze e i soccorritori sono stati presi di mira mentre cercavano di trasportare i feriti dall’asilo all’ospedale», ha confermato Ghebreyesus, deplorando «questi attacchi insensati contro i civili e le infrastrutture sanitarie» e chiedendo «la fine della violenza contro persone inermi».

Si stima che fino a 150000 cittadini manchino all’appello nella città di El Fasher, dopo che la capitale del Nord Darfur è caduta nelle mani del gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido – RSF”

“La città sudanese di El Fasher ha assunto tutto l’aspetto di una <gigantesca scena del crimine>, con alte cataste di salme disseminate lungo le sue strade, mentre le RSF sono all’opera per distruggere le prove del massacro da loro commesso.

Sei settimane dopo l’assedio della città da parte delle FSR, i cadaveri sono stati ammassati in vere e proprie batterie di cataste, in attesa di essere sepolti in fosse comuni, o di essere cementati in grandi bacini, secondo quanto suggeriscono le analisi.

A 500 giorni dall’inizio di una brutale guerra civile, il Sudan si ritrova sprofondato in un’emergenza umanitaria senza precedenti. Il conflitto, che vede contrapporsi le forze armate sudanesi (Saf) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan e il gruppo paramilitare delle Forze di supporto rapido (Rsf) comandate dall’ex generale Mohamed Hamdan Degalo (detto “Hemedti”), è all’origine di quella che l’Onu ha più volte definito come «la più grave crisi di sfollamento al mondo», con oltre 10.76 milioni di persone che a oggi si trovano senza casa all’interno del loro paese. Secondo l’inviato speciale degli Stati Uniti in Sudan Tom Perriello, alcune stime del bilancio delle vittime si aggirano attorno ai 150.000 morti. Che, anche a causa delle devastanti inondazioni delle ultime settimane, della successiva epidemia di colera e della carestia dilagante, sono in continuo aumento.

Dal 15 dicembre 2013 la Repubblica del Sud Sudan, la più giovane nazione del mondo, nata il 9 luglio 2011 dopo anni di guerra civile, è pericolosamente in bilico. Lo spettro della “guerra civile” è riapparso dopo anni di relativa calma e faticosa ricostruzione: dal 9 gennaio 2005, con il trattato di pace firmato dal governo del Sudan e dall’Splm (Sudan people liberation movement), la gente del Sud Sudan aveva potuto finalmente sperimentare “assenza di bombardamenti aerei e di fuoco d’artiglieria pesante”. Le strade erano state progressivamente sminate, e qualcuno aveva addirittura iniziato a seminare e piantare.