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Il danno non è mai soltanto fuori di noi.

È una corrente carsica che attraversa le istituzioni, le ideologie, i sistemi economici — e trova sempre un varco anche dentro le nostre paure, nelle nostre rinunce, nei nostri silenzi.

È lì che attecchisce, nell’ombra che rifiutiamo di guardare. È lì che si rafforza, nutrendosi del nostro bisogno di delegare la responsabilità per evitare il peso della coscienza.

Per questo non possiamo permetterci distrazioni: ogni disattenzione è una zona d'ombra che cediamo al potere; ogni delega è una rinuncia alla nostra sovranità psichica, prima ancora che civile.

I partiti della sinistra (anche a Lucca) si sono affrettati a considerare l’esito della vittoria del NO al referendum come il frutto di quello che loro hanno costruito, quindi dii una loro vittoria, fino al punto di pensare che ora sia necessario svolgere le primarie per decidere chi dovrà essere il nuovo lider della sinistra.

Credo però che questo atteggiamento renda ancor più evidente la distanza tra partiti e società.

“Nei frangenti attuali un sacco di gente sta cercando di riequilibrarsi, di riequilibrare quel gran caos che stiamo sperimentando; lo sta facendo cercando una nuova comprensione emotiva, psicologica, o spirituale; una comprensione che possa fare la differenza. Indubbiamente, questo è il tipo di riformulazione che può davvero fare la differenza, e una di proporzioni anche grandi. Il motivo è che si riferisce ad un modo di pensare completamente differente.

È ufficiale. Con il discorso di ieri, la premier Meloni ha definitivamente abbandonato il suo personaggio “Giorgia dalla Garbatella” all’oblio.

Quando sono arrivata in Senato, speravo di ascoltare un intervento sulla posizione del nostro Paese di fronte alla nuova guerra di Trump. Da cittadina, sentivo il disperato bisogno di essere rassicurata, di poter comprendere e condividere, se non le sue risposte, almeno la volontà di trovarne di concrete. Di poter intravvedere una via di uscita dai momenti terribili che tutti noi stiamo vivendo senza nemmeno rendercene conto.

In queste ore la relatrice Onu per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese è sottoposta a una gogna spaventosa e di una ferocia inaudita orchestrata dalla Francia e cavalcata indegnamente da tutta la destra di casa nostra, per chiederne la “testa” e le dimissioni dall’Onu.

E la “ragione”, a sentire gli indignati a targhe alterne, sono le parole definite “gravissime”, “vergognose”, addirittura “antisemite” (la solita, trita e pigra accusa) che Francesca Albanese avrebbe pronunciato nel suo ultimo discorso di sabato scorso al forum di Al-Jazira.

Lo schiavismo degli orari di lavoro e delle disuguaglianze sociali:

Lo stato illiberale.

Vi ricordate quella canzone che agli inizi del 900 cantavano “le Mondine”? Diceva: “ e se 8 ore vi sembra poche provate voi a lavorar e proverete la differenza tra il lavorare e il comandare” ?

Agli inizi del 900 l’orario medio di lavoro era di 10/12 ore giornaliere su 6 giorni settimanali . Con le lotte fatte soprattutto durante il biennio rosso 1919/20 furono ottenute 8 ore di lavoro giornaliero per 48 ore settimanali compensati da incrementi economici consistenti. La canzone veniva cantata anche durante l’autunno caldo del 1969/70 , dove fu conquistata la settimana corta con 40 ore settimanali pagate 48.