• Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Inviato dal Centro Gandhi di Pisa

Napoli.
Alcuni puliscono i gabinetti, altri spazzano, altri ancora preparano i pasti per i senzacasa: sono marinai americani della nave da guerra San Antonio, che - comunica la Us Navy - si sono «offerti volontari» per aiutare le suore missionarie di carità, poiché «vogliono lasciare una buona impressione a Napoli». È dunque per questo che è arrivata qui dagli Stati uniti la San Antonio, la più avanzata nave da da sbarco mai costruita, con a bordo 700 marines con i loro armamenti. La nave fa parte del gruppo di spedizione da attacco Iwo Jima, con a bordo
6.000 marinai e marines, entrato nel Mediterraneo pochi giorni fa.

Pubblicato su “Notizie minime della nonviolenza in cammino” n. 392 del 12 marzo 2008
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo dal titolo "La guerra contro le donne: una lettera dal fronte occidentale africano", di Ann Jones, apparso su "The Sunday" del 17 febbraio 2008. Ann Jones, scrittrice, fotografa, attivista per i diritti umani, sta lavorando come volontaria con l'International Rescue Committee ad uno speciale progetto contro la violenza di genere dal nome "Crescendo globale: voci di donne dalle zone di conflitto".

Milano, 25 marzo 2007



Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani. Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando “con i cavi elettrici”.
Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.
Oggi, domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.
Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi cinque giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data.
Teresa Sarti Strada
Presidente di Emergency


Pubblicato sul n. 54 di “Voci e volti della nonviolenza”, del 27 marzo 2007

[Dal sito di "Peacereporter" ( www.peacereporter.net ) riprendiamo la seguente intervista del 24 marzo 2007]



Gino Strada in questi giorni ha un altro prigioniero da liberare: Rahmatullah Hanefi, manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah. E stato portato via da uomini dei servizi segreti afgani martedì 20, all'alba, da allora non se ne hanno notizie: nessuna informazione sulle sue condizioni, sulla sua "detenzione" o sui motivi che l'hanno determinata è stata comunicata alla sua famiglia o a Emergency. Non sono state formulate accuse contro di lui nè è stato prodotto alcun documento ufficiale che spieghi perché,, da martedì mattina, Rahmatullah Hanefi si trovi nella sede dei servizi segreti a Lashkargah senza possibilità di comunicare con l'esterno.
Grazie a Rahmatullah, Daniele Mastrogiacomo è oggi a casa tranquillo.
Eppure, non si percepisce grande attenzione sulla sua sorte e impegno istituzionale per liberarlo. Come fosse, e sono in molti a sostenerlo, che Emergency e Gino Strada avessero strappato e gestito autonomamente la trattativa con i talebani.

"Non siamo noi ad essere intervenuti", dice seccamente Gino Strada. "Ci è stato chiesto, mi è stato chiesto di intervenire, di provare a fare qualche cosa. E tutto quel che ho fatto o detto è stato concordato".



- Maso Notarianni: Quando ti è stato chiesto di intervenire? E chi te lo ha chiesto?
- Gino Strada: Ero in Sudan, a Kartoum, dove stiamo per aprire un centro di cardiochirurgia di altissimo livello che cercherà di soddisfare - gratuitamente per tutti - il fabbisogno di una regione vasta più dell'Europa intera. Decisamente in tutt'altre faccende affaccendato, quando ho ricevuto la prima telefonata.

- Maso Notarianni: Chi ti ha chiamato?
- Gino Strada: Prima mi ha chiamato "la Repubblica", il direttore Ezio Mauro. Poi sono stato contattato dal governo italiano. Entrambi, il giornale e il governo, mi hanno chiesto di attivarmi per portare a casa Daniele.
Sapevano del ruolo di Emergency, del rapporto che Emergency ha con la popolazione afgana, della stima e dell'affetto che ci circondano in questo paese. E io mi sono subito attivato, ovviamente. Salvare vite umane è importante sempre e comunque.