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La vita della popolazione di Gaza è seriamente messa in pericolo e noi, cittadini/e del mondo, associazioni, gruppi, non credenti e credenti di fedi diverse, sentiamo la responsabilità di agire laddove le Risoluzioni hanno fallito, e porre all’attenzione internazionale questo lento genocidio.

Almeno 30 donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane hanno lanciato un’azione di protesta  lunedì, 5 giugno, cominciando  a rimandare indietro i pasti e rifiutando di alzarsi alla chiamata. Ciò in risposta all’annuncio che un certo numero di donne darà spostato dal carcere di HaSharon al carcere di Ramla, dove sono rinchiusi criminali  comuni israeliani, e dove sarebbero esposte ad ulteriori rischi sia sul piano fisico che sul piano psicologico.[1]

Una democrazia non nega i diritti civili a milioni di persone, non saccheggia la loro terra e le loro risorse, non toglie loro l’indipendenza e la possibilità di scegliersi il futuro.

Mi ricordo il 21° anno dall’inizio dell’occupazione, NdT. Ero alla scuola superiore. Era scoppiata la prima intifada e la televisione era piena di immagini di giovani ammanettati e bendati. La Linea Verde, il confine del paese prima del 1967, che era stato cancellato dalle mappe che si usavano per insegnarci geografia ed educazione civica, era illuminato dalle fiamme dei copertoni incendiati lungo il suo percorso. A quel punto cominciò a farsi strada in me una semplice intuizione: dove c’è occupazione c’è un popolo occupato.

Un’incognita che pesa come un macigno.

È l’ordine di demolizione che dal 19 febbraio grava sulle 42 baracche del villaggio beduino di Khan Al Ahmer e sulla suo “scuola di gomme”, costruita nel 2009 senza fondamenta proprio per prevenirne la demolizione.

La Corte Suprema di Gerusalemme ha rinviato al 2 marzo la sentenza, che doveva essere eseguita il 23 febbraio.

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