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Per una strategia nonviolenta della sinistra italiana (LAbate Alberto)

Lettera aperta al direttore di Repubblica (mai pubblicata!!!)


Sulla crisi del governo Prodi e sul successivo “rattoppo” il suo giornale ha pubblicato molto: il risultato ben commentato di sondaggi, ed una serie di interventi anche autorevoli. Ma dato che Bertinotti fa parte delle istituzioni e partecipa attivamente al governo Prodi mi sembra che sia mancata una voce realmente neutrale nel conflitto in atto tra movimento ed istituzioni, che spieghi meglio il perchè si sta creando un solco profondo tra questi due importanti realtà della società civile e politica del nostro paese, solco che rischia di determinare, a breve o a medio raggio, una crisi profonda di tutto lo schieramento di sinistra al quale mi vanto di appartenere.

Ma oltre che alla sinistra, documentato da una mia militanza, in periodi successivi, nel PSI (nella corrente di Lelio Basso), nel PDUP, tra i “Verdi”, ed infine con una mia relazione su “marxismo e nonviolenza” al convegno di Venezia di Rifondazione su “Agire la nonviolenza”, partecipo anche, da anni, ai movimenti nonviolenti, avendo collaborato con Aldo Capitini alla nascita del “Movimento Nonviolento”, nel quale ho coperto anche cariche importanti, ed essendo attualmente presidente nazionale dell’ associazione APS “ IPRI-Rete Corpi Civili di pace” alla quale aderiscono molte organizzazioni di base coinvolte nell’attivazione, soprattutto all’estero ma con un inizio di lavoro anche in Italia, di interventi di prevenzione dei conflitti armati e di interposizione nonviolenta in situazioni di conflitto acuto. La mia militanza nonviolenta è stata suggellata da due condanne per azioni di disobbedienza civile, che secondo Gandhi è l’arma più forte della nonviolenza, per “vilipendio alle forze armate” (per la frase in un volantino distribuito da un gruppo di fiorentini per il 4 Novembre “Basta con le farse ed i miti patriottici”), ed, il secondo, per il blocco della Ferrovia Torino-Roma a Capalbio, in Maremma, contro il raddoppio di una centrale nucleare civile in quella zona, raddoppio che non c’è stato sia per merito della nostra azione sia, più tardi, per il referendum sul nucleare dopo il disastro di Cernobyl.
Comunque, preciso, le cose che scrivo in questo mio articolo non pretendono affatto di rappresentare le posizioni del movimento di base (pacifista e, spesso sedicentemente “non-violento”) diviso anche esso su questi problemi, e nel quale prevale, piuttosto, una posizione di sfiducia nei riguardi delle istituzioni in generale tanto che molti ritengono ormai che destra e sinistra siano uguali, e che il movimento deve esser esterno del tutto alle istituzioni senza alcuna compromissione politica e partitica, e che, anzi, come scrivono alcuni, sia più facile lottare contro un governo del tutto nemico, di “destra”, piuttosto che contro un governo cosiddetto “amico” che porta avanti, poi, una politica in realtà di destra anche esso (visto che il militarismo è stata sempre una caratteristica distintiva delle posizioni delle destre italiani ed internazionali).
Quello che scrivo vuole essere un contributo al dibattito anche interno al movimento dato che la politica del “tanto peggio, tanto meglio”, portato avanti, spesso, da una certa sinistra, non ha mai dato, secondo i miei studi sui conflitti (è la materia che insegno all’Università), dei risultati positivi ed accettabili.

Ma tornando alla crisi del governo dal quale sono partito avevo sperato, come molti altri italiani, che questa portasse ad un ripensamento di tutto il centro sinistra ed ad una rielaborazione di un programma di massima delle priorità da portare avanti che coinvolgesse non solo tutti i partiti coinvolti nel governo (che spesso davano l’immagine di una “armata Brancaleone”) ma anche le organizzazioni di base che sono le fondamenta di un governo delle sinistre. Invece si è avuto solo un “dictat” da parte di Prodi con 12 punti che confermano del tutto la linea precedente del governo che era stato messo in crisi proprio per questa. E la cosa terribile, per un nonviolento ed allievo di Aldo Capitini come me, è stato vedere che il “rattoppo” che c’è stato è stato risolto cercando appoggi sulla destra, e, soprattutto, cercando di togliere la parola e la libertà di coscienza ai senatori di sinistra che si erano dichiarati indisponibili a votare contro le loro idee ed i loro principi. Quanto può durare un governo che mette in crisi la coscienza dei suoi sostenitori interni al parlamento, ma soprattutto, quella delle persone che l’hanno votato convinti che questo portasse ad un reale cambiamento? Non molto, credo. E dato che io invece spero che la sinistra regga ed arrivi alla fine del suo mandato quanto scrivo vuole essere un contributo ad una strategia nonviolenta interna alla sinistra italiana che le permetta, sia pur gradualmente, di correggere i suoi difetti di partenza e di arrivare in fondo al suo mandato senza aver scoraggiato i suoi elettori, come sta facendo attualmente, e senza aver portato, alla fine, al trionfo delle destre, come molti temono ed il cui spauracchio è attualmente l’unico reale collante del governo attuale. Il mio scopo è, al contrario, quello di rinforzare la presenza ed il lavoro di una sinistra seria ed operativa e soprattutto rinnovatrice di un andamento e di un modello di sviluppo che sta continuamente aumentando il distacco tra i ricchi ed i poveri, e che sta portando all’estremo l’insicurezza dei cittadini per una sedicente guerra al terrorismo che sta facendo crescere, ogni giorno, a dismisura, questo fenomeno, e che ogni giorno uccide, indirettamente, aumentando le spese militari e diminuendo quelle sociali, migliaia e centinaia di migliaia di persone.

Ricordiamoci quello che scrive Desmond Tutu, pastore evangelico sud-africano che, come presidente della commissione della Verità e Giustizia di quel paese, ha contribuito in modo notevole al superamento dell’apartheid ed alla pacificazione di quella parte del globo. Egli, in un recente messaggio, ci ricorda che il mondo, in complesso, spende annualmente per la lotta contro il principale flagello di questo secolo, l’AIDS, solo quello che spende invece in 18 giorni per gli armamenti. E le mie ricerche sul Kossovo, dove ho passato circa due anni come ambasciatore di pace alla ricerca di una soluzione non armata che sarebbe stata possibile se solo i governi occidentali avessero avuto più attenzione al problema della prevenzione dei conflitti armati, rispetto a quella del fare la guerra, hanno dimostrato che si è speso 1 Euro per la prevenzione di questo conflitto armato (ma soprattutto da parte di organizzazioni non-governative), contro ogni 140 Euro spesi invece nel fare la guerra, nell’assistenza ai profughi, e nella ricostruzione materiale di quel paese, senza tener conto di quanto costa ancora attualmente il tenere in vita una situazione che la guerra non ha affatto risolto ma che, anzi, ha notevolmente aggravato (a causa delle morti dalle due parti che questa ha provocato e degli odi reciproci che questa ha incrementato). Se nel futuro questi squilibri vengono mantenuti, e si continua a dare più importanza all’aumentare le spese militari, come sta facendo attualmente anche il governo Prodi (addirittura, sembra, acquistando dagli USA anche 133 caccia bombardieri d’attacco, oltre ai 122 eurofighter già ordinati in Europa, tutti aerei che con l’articolo 11 della Costituzione Italiana che ammette solo la guerra di difesa, non hanno nulla a che fare) come ci possiamo lamentare che il mondo sia sempre più insicuro e la guerra un “affare” quotidiano (affare, in tutti i sensi, anche nella vendita di armi che l’Italia sta dando all’India che è già tra i paesi più armati del mondo, mentre è uno dei paesi con i più alti tassi di mortalità infantile).
Ma purtroppo questo peccato di sottovalutazione della prevenzione dei conflitti armati, e di sopravvalutazione invece dell’importanza della guerra e degli interventi armati è di lunga data, ma non sembra che la sinistra abbia imparato molto dagli errori passati. L’inizio della partecipazione del nostro paese alla guerra afgana, dichiarata come guerra al terrorismo, ma se si va a vedere a fondo, questa ragione faceva acqua da tutte le parti (questo lo argomento più a fondo in un articolo che uscirà questo mese sulla rivista fondata da Aldo Capitini “Azione Nonviolenta”), quando ancora l’ONU non si era pronunciato, è stato deciso da un governo di destra, ma con l’appoggio incondizionato della quasi totale maggioranza della sinistra (solo circa 10 obbiettori di coscienza). Nessun tentativo di studiare forme per prevenire il conflitto armato che pure, forse, erano possibili. Ma ancora peggio è stata la partecipazione italiana alla guerra del Kossovo, questa invece decisa direttamente da un governo di centro–sinistra guidato dall’attuale ministro degli Esteri D’Alema. In questa le sinistre al governo hanno dovuto tener conto, come dice D’Alema, nella sua intervista sul Kossovo, a giustificazione del nostro intervento nella guerra (D’Alema, Kosovo. Gli italiani e la guerra,1999), che “nella difesa e nella politica estera, la sfera decisionale è ormai particolarmente complessa, si combinano elementi sopranazionali e meccanismi formali intergovernativi. Chi rappresenta l’Italia decide insieme ad altri, può essere messo in minoranza ed io credo debba con responsabilità accettarlo. Il rischio peggiore –continua – è stare in un paese che non conta niente, espulso dai luoghi dove si decide. Questo è un caso in cui l’eccesso di democrazia apparente ti preclude la democrazia vera, perché ti emargina dalle sedi dove si decide anche per te”: (ibid. p.37). “Questo sembra significare, in altre parole - scrivevo io in un mio libro (L’Abate, Giovani e Pace, 2001, p.26) – che l’appartenenza alla NATO sospende, o almeno riduce notevolmente, le regole democratiche del nostro paese, subordinandole appunto alle decisioni prese in altre sedi in cui gli interessi militari-strategici di altri paesi possono prevalere su quelli dei cittadini italiani. Che significa questo se non che di fronte alle decisioni di fare la guerra e la pace la democrazia è ormai una parola vuota?” A conferma di questo D’Alema aggiunge: “La delega a pochi è una condizione di funzionamento della democrazia moderna. Viviamo in un’epoca in cui il circuito delle decisioni non è più nazionale (ibid. p.38) ”. Come si vede la tesi di D’Alema, autorevole rappresentante della sinistra e ministro degli Esteri del governo Prodi, è esattamente il contrario di quanto sostenuto da Aldo Capitini, da pianificatori come John Friedmann, e ripreso anche in molti dei lavori dei Forum Mondiali, e cioè che bisogna superare la democrazia puramente delegata per arrivare ad una democrazia come partecipazione, al ”potere di tutti” capitiniano, o alla “democrazia inclusiva” di Friedmann. Questa limitazione di libertà, e questa impossibilità a portare avanti una politica veramente innovativa, a causa di queste costrizioni internazionali (oltre alla Nato potremmo aggiungere il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, gli accordi internazionali per il commercio, ecc., ecc.) può portare alla delusione da parte della popolazione nel vedere la difficoltà di agire a livello di un singolo paese contro mali che affliggono l'umanità intera, e contro un sistema che rischia di stritolare o annullare la volontà rinnovatrice di un gruppo o di una classe dirigente. E questo, a sua volta, può provocare una reazione del pubblico che non si rende conto dei reali condizionamenti e che perciò può votare per rimandare al potere la classe dirigente di prima.

Se si va a vedere il passato la partecipazione dell’Italia alla guerra del Kossovo è stato sicuramente un fatto che ha portato molte persone di sinistra a non votare per i partiti di questo schieramento (gli astenuti e le schede bianche furono molte) ed a far vincere i partiti della destra della cosiddetta Casa delle Libertà. Ma se queste considerazioni di D’Alema sono reali, e non c’è ragione di non credergli, perché continuare a fare gli stessi errori, e non utilizzare il movimento di protesta dal basso, che si oppone a questo modello di sviluppo e alle sue conseguenze, e contro il raddoppio della base di Vicenza (raddoppio che non diminuisce certo il rischio che dal nostro paese partano aerei che vadano a bombardare l’IRAN nella guerra che Bush Jr., e gli israeliani, stanno pianificando), per essere più coraggiosi e mettere in discussione, nelle sedi internazionali apposite, si veda la Nato, la teoria della necessità dell’uso delle armi nucleari come primo colpo (anche questa in totale contrasto con la nostra Costituzione). La diminuzione delle basi USA in Italia, e soprattutto l’eliminazione dal nostro paese delle 90 testate nucleari presenti (ad Aviano e Ghedi, oltre a quelle che, trasportate da sottomarini, entrano nei nostri porti) sarebbe un modo concreto per rispettare l’art. 11 della nostra Costituzione, rendere più sicuro il nostro paese, aumentare il numero di posti di lavoro dei nostri giovani ( basta un eurofighter, o uno degli aerei ordinati agli USA, in meno, aerei che sono utilizzabili soprattutto per lanciare dall’alto bombe nucleari, e quindi fuori legge, per avere migliaia e migliaia di posti di lavoro in più per i nostri giovani; se a questi si aggiungono i costi delle basi Usa in Italia pagati per circa il 40 % dai nostri cittadini, i soldi per la creazione di posti di lavoro in più aumenterebbero notevolmente).

Ma detto questo delle priorità che un governo delle sinistre, o meglio di centro-sinistra, dovrebbe e potrebbe fare, c’è ora da affrontare quello che dovrebbe e potrebbe fare il movimento di opposizione di sinistra.

Anche qui sembra mancare del tutto una valida strategia. Si sono fatte manifestazioni di piazza, importanti si, ma che spesso lasciano il dubbio di quello che si chiama “non nel mio giardino”, che non si lotti contro il problema stesso ma che si chieda solo che quella iniziativa o quel progetto vadano da qualche altra parte, magari anche nel nostro stesso paese. Il che, se riesce, può essere una vittoria per gli abitanti del posto, ma che non elimina il problema di fondo contro il quale si vuole combattere. Oppure si è ricorso all’obiezione di coscienza votando contro alle decisioni del governo, con il rischio, in questo caso, di accellerare il ritorno al governo di partiti che non sono certo meno militaristi di quello attuale. Malgrado il tanto parlare di nonviolenza sembra non essere chiaro che la nonviolenza non richiede solo all’attinenza a quella che è stata definita l’”etica dei principi”, ma anche all’”etica delle conseguenze”. E che uno dei principi sostenuti da Gandhi e messi in pratica dai principali sostenitori di questo tipo di lotta, è stato quello della gradualità, e cioè il non pretendere che si faccia tutto subito ma che si parta da alcuni problemi più importanti per poi passare, gradualmente, ad altri magari più difficili da ottenere. Da questo punto di vista alcuni degli studiosi più importanti della nonviolenza parlano di “sanzioni positive”. Questo significa appoggiare un governo o un paese, ma porgli una serie di richieste, graduali e da concordare insieme per il loro sviluppo, ma irrinunciabili perché l’appoggio possa continuare. E’ questo secondo me che dovrebbe fare un serio movimento di base contro la guerra e per un diverso modello di sviluppo. Elaborare un progetto alternativo che aiuti il governo a prendere decisioni coraggiose che vadano contro i dettata dei grandi poteri mondiali, in primis gli USA (anche se il suo impero sta scricchiolando) e perciò della Nato, del FMI, della Banca Mondiale, ecc.
Riuscirà questo movimento a superare i litigi interni che lo rendono di fatto quasi inesistente come soggetto realmente politico ? Non lo so, ma credo sia importante cercare di farlo. In caso contrario non lamentiamoci delle deficienze dei nostri governanti. Ce le siamo volute.

Firenze, 1 marzo 2007. Alberto L’Abate