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Intervista a Mariangela Maraviglia, autrice del libro "David Maria Turoldo, sempre e solo alla ricerca del bene"

Il 22 novembre 1916 a Coderno di Sedegliano in Friuli nasceva David Maria Turoldo. A cent'anni di distanza finalmente è stata pubblicata una biografia completa e puntuale di questo "maniaco di Dio", come lui stesso si definì. Questo poderoso lavoro (David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992), Morcelliana, Brescia 2016, pp. 448) è opera di Mariangela Maraviglia, docente di Storia della Chiesa nelle scuole teologiche delle diocesi di Pistoia e di Prato, membro del Comitato Scientifico della Fondazione Mazzolari di Bozzolo, giornalista pubblicista. Tra le sue numerose pubblicazioni, ricordiamo “Don Primo Mazzolari. Con Dio e con il mondo” (Qiqajon 2010); “Achille Grandi. Fra lotte operaie e testimonianza cristiana” (Morcelliana 1994); da segnalare anche l’edizione critica dei testi di don Mazzolari "Tempo di credere" (Dehoniane 2010) e "Della fede" (Dehoniane 2013) e quella delle lettere scambiate da Mazzolari con Sorella Maria di Campello “L’ineffabile fraternità” (Qiqajon 2007).

Mariangela Maraviglia ha condotto il proprio lungo e appassionato lavoro in massima parte su fonti inedite conservate negli archivi dei Servi di Maria in cui Turoldo ha vissuto i diversi momenti della sua vita: della provincia veneta a Monte Berico, di San Carlo a Milano, di Fontanella di Sotto il Monte (Bergamo), di Santa Maria delle Grazie a Udine, oltre che all'archivio generale dell'ordine dei Servi di Maria a Roma. Altra documentazione fondamentale è stata reperita in vari archivi di luoghi istituzionali in cui Turoldo si è trovato a operare (Milano, Nomadelfia, Firenze, Urbino, Bergamo), in quelli che conservano documenti di figure amiche (Camillo De Piaz, Primo Mazzolari, Mario Gozzini, Ernesto Balducci, Camillo Vannucci, Carlo Manziana) e in altri ancora.

A Mariangela Maraviglia abbiamo posto alcune domande in merito a questo suo prezioso lavoro.


Da che cosa deriva il suo interesse per la figura di padre Turoldo?

La ricerca non è nata in realtà per una opzione personale o una affinità particolare con questa figura. Conoscevo e apprezzavo soprattutto alcune poesie dell’ultimo Turoldo, quelle di Canti ultimi (Garzanti 1991), quelle stesse che Carlo Bo, suo amico e insigne critico letterario, riteneva degne di essere portate nel nuovo millennio. Il lavoro mi è stato proposto come dottorato di ricerca presso la Fondazione per le Scienze religiose di Bologna, istituto a cui la biografia turoldiana era stata richiesta dai Servi di Maria, ed è stato da me accettato con convinzione, anche per la vicinanza e la familiarità di padre David con altre personalità da me studiate e apprezzate, come don Primo Mazzolari e Sorella Maria di Campello.

Concluso il dottorato con la biografia ferma al 1952, l’ingente quantità di documentazione raccolta, e ancor più il desiderio di seguire il “mio” personaggio nelle promettenti stagioni successive, mi hanno spinto a continuare il lavoro: la ricchissima avventura esistenziale di Turoldo era ormai diventata la mia personale avventura sulle tracce di Turoldo.

Lei ha scritto che in molti articoli e libri padre Turoldo è stato più celebrato e mitizzato che indagato. Che voleva dire?

Il primo gradino della mia ricerca è stata l’analisi dei numerosi scritti dedicati a Turoldo, insieme a quelli da lui firmati (si può vedere la Ricognizione bibliografia pubblicata nella rivista «Cristianesimo nella storia» nel 2013, ora leggibile nel mio sito personale, all’indirizzo http://www.mariangelamaraviglia.it/). Una ricognizione che faceva emergere il grande fascino esercitato dalla personalità del Servo di Maria su un notevole numero di amici e seguaci che lo riconoscevano portavoce delle loro stesse istanze di rinnovamento ecclesiale e sociale. Fin dagli anni giovanili il calore trascinatore della parola di padre David, il suo impegno generoso e irruente, la sua stessa fisicità prorompente contribuirono ad alimentare intorno a lui “leggende”, spesso infarcite di tratti pittoreschi e improbabili, riprese dopo la morte in alcune ricostruzioni affettuose ma non storicamente affidabili. Turoldo stesso tendeva a rileggersi – ho scritto – in chiave «automitobiografica», intrecciando i vissuti personali con una fervida e spesso splendida immaginazione poetica: occorreva un riscontro sui documenti per ricostruire con il rigore che la storia permette vicende e rapporti.

In che cosa consiste la novità di questo suo nuovo lavoro?

Il mio lavoro aiuta a restituire con puntualità o comunque con maggior completezza relazioni, incontri, interventi di una straordinaria personalità che ha intrecciato gran parte della storia del Novecento, non solo italiana e non solo religiosa. Per offrire qualche esempio: la documentazione permette di ricostruire il fattivo e ardimentoso contributo di Turoldo e del confratello Camillo De Piaz alla Resistenza milanese; di ripercorrere per la prima volta i due dolorosi “esili” di Turoldo dall’Italia, comandati dalle gerarchie ecclesiastiche (1953 e 1958); di seguirlo nel fervore ecclesiale della Firenze di Giorgio La Pira e Lorenzo Milani; di ripercorrere le battaglie degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, con le costose prese di posizione nei confronti della teologia della liberazione, dei referendum del divorzio, dell’aborto, di un movimento come Comunione e liberazione. Si scopre perfino una tentata trattativa per la liberazione di Aldo Moro imprigionato dalle Brigate Rosse. Episodi sconosciuti, come quest’ultimo, vengono alla luce; altri, frutto di memorie talvolta inaffidabili, acquistano precisione o risultano ridimensionati.


Da che cosa è stata animata la vita di padre Turoldo? Quale il filo rosso che l'ha attraversata?

L’esperienza di Turoldo – pur non priva di debolezze e contraddittorietà – può essere espressa come un instancabile impegno di tradurre nella vita la fede cristiana. Convinto com’era che «la Parola di Dio è un fatto e non un suono», egli ha cercato in ogni stagione di vivere in prima persona il messaggio evangelico, nella duplice scoperta del volto dell’uomo e del volto di Dio. Dopo la catastrofe della guerra e del fascismo si doveva «rifondare l’uomo», restituirgli la libertà, la dignità, la coscienza, la responsabilità delle proprie scelte etiche e politiche. Anche nelle stagioni successive si trattava di realizzare una giustizia e una pace che rendessero la società fraterna e accogliente per tutti gli uomini, in primo luogo per i più svantaggiati, i poveri, «gli ultimi», come recitava il titolo dell’unico film di padre David (1962). Pure la Chiesa e il cristianesimo dovevano essere ripensati a partire dal valore dell’uomo, per riacquistare un calore e un sapore di vita spesso dimenticati nell’aridità di verità astratte e di adesioni intellettualistiche. Costitutiva della pienezza umana era, palese o nascosta, l’attesa di Dio, la domanda di Dio, da lui espressa principalmente nella sua poesia: molto noti ed eloquenti sono i suoi versi «Fratello ateo nobilmente pensoso/ alla ricerca di un Dio che io non so darti».


Quella di Turoldo è stata una vita "molto popolata", caratterizzata dall’incontro con molti personaggi e da ciò che lei chiama una sorta di “religione dell’amicizia”. Quali gli incontri più significativi e che cosa intende con questa espressione?

Un tratto piuttosto impressionante della biografia turoldiana è in effetti la quantità di relazioni che la contrassegnò, spesso riconosciute come amicali e privilegiate: «l’amicizia è stata la mia casa, il mio rifugio, la mia salvezza», avrebbe dichiarato più volte padre David, praticando un “culto” che lo accomunava a figure religiose come Sorella Maria di Campello, sopra menzionata, e don Michele Do, altra intensa personalità del Novecento italiano; e che condivideva con i compagni della prima ora, come Camillo De Piaz, Luigi Santucci, Giovanni Vannucci. Altre amicizie eccellenti avrebbe stabilito nel corso della sua vita con Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Giuseppe Lazzati, Ernesto Balducci, Loris Capovilla, Enzo Bianchi, Raniero La Valle, Gianfranco Ravasi, per limitarsi ad alcuni nomi più noti.

Ma non sono solo queste le personalità con le quali si è intrecciata la vicenda di Turoldo: negli anni Quaranta e Cinquanta fu infatti collaboratore del fondatore dell’Università cattolica Agostino Gemelli, in dialogo con Giuseppe Dossetti, sostenitore della Nomadelfia di don Zeno Saltini, apprezzato dal cardinal Ildefonso Schuster, che gli affidò la predicazione domenicale in duomo a Milano, e dal suo successore all’episcopato milanese Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI; nei primi anni Sessanta fu accolto a Bergamo dal vescovo Clemente Gaddi; negli Ottanta in duomo a Milano dal cardinale Carlo Maria Martini, dopo decenni di ostracismo e di rifiuto da parte dei settori più conservatori del cattolicesimo italiano.

Tra gli esponenti della cultura laica, possiamo ricordare intellettuali e poeti incontrati nella Milano degli anni Quaranta, come la poetessa Alda Merini, più avanti Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto, Luciano Erba, il gradese Biagio Marin, con il quale esiste un interessante carteggio in via di pubblicazione.


Perché il Sant'Uffizio l'ha preso di mira, cercando di emarginarlo, costringendolo per un certo periodo addirittura all'estero?

Turoldo pagava il suo fervente attivismo, che lo fece individuare come pericoloso fomentatore di critica e di dissenso. Dal 1948 al 1952, come accennato sopra, fu tra i principali sostenitori di Nomadelfia, la comunità fondata da don Zeno che, con il suo generoso intento di offrire famiglie a bambini abbandonati, gli apparve l’immagine ideale di una società esemplata sul Vangelo, efficace controcanto di un cattolicesimo italiano considerato colpevolmente compromesso con una politica conservatrice; intanto continuava (dal 1943) la sua infuocata predicazione nel duomo di Milano, suscitando calorosi consensi e non meno aspri dissensi; dava avvio insieme a Camillo De Piaz alle attività culturali della Corsia dei Servi e promuoveva una quantità impressionante di altri impegni pastorali e culturali. Davvero troppo per una gerarchia ecclesiastica ancora convinta, in quegli anni di richiesto unanimismo e di creduta «onnipotenza» cattolica, che occorresse “far quadrato” e depotenziare o ridurre al silenzio voci scomode e fermenti innovativi.


Negli anni del post Concilio molti protagonisti della vita culturale e ecclesiale del nostro Paese si recavano a Sotto il Monte da padre Davide. Che cosa cercavano?

Per rispondere a questa domanda prendo spunto da un brano molto bello di un protagonista e testimone del tempo, Raniero La Valle, che riporto nel mio libro: «C’è stato un tempo in Italia, dopo il Concilio, in cui c’era una rete di monti a cui si ascendeva per mettersi in vedetta e capire il mondo com’era, e per organizzare la resistenza». La Valle enuncia poi cosa si cercava salendo a questi «sacri monti»: il primato dell’amore a Camaldoli, da padre Benedetto Calati; il rigore evangelico a Monteveglio, da don Giuseppe Dossetti; la profezia “politica” alla Badia Fiesolana, da padre Ernesto Balducci; la sapienza della Parola a Bose, da Enzo Bianchi. A Fontanella di Sotto il Monte, scrive La Valle, padre David Maria Turoldo presiedeva «fiammeggianti liturgie, in cui si cantavano i Salmi che egli […] aveva tradotto in una lingua non morta e non volgare, canti di liberazione e di imminente speranza, come da nessun’altra parte si cantavano»[1]. Se nei primi anni Sessanta Sotto il Monte attirava per il sorgere di una vita comunitaria dall’afflato esplicitamente conciliare ed ecumenico – Turoldo aveva scelto di vivere nella terra del papa promotore del «miracoloso» Concilio Vaticano II -, negli anni successivi il richiamo era affidato soprattutto al calore delle celebrazioni di padre David, alla sua capacità di coinvolgimento e di rivivificazione del rito, che diveniva nel non poco tempo in cui si dispiegava – non meno di due ore la liturgia domenicale - esperienza di vita corale e compartecipata. La messa festiva era vissuta non come adempimento precettistico ma appuntamento irrinunciabile di una comunità locale che si avvertiva chiamata alla condivisione con tutti gli uomini e alla comune costruzione di un mondo e di una Chiesa dal volto umano e solidale.


L’opera di padre Turoldo è stata caratterizzata da grande passione, da una dedizione assoluta a cause individuate come inderogabili, ma, secondo il suo confratello padre Camillo De Piaz, anche da una scrittura non sempre condotta con lo stesso rigore. Condivide questo giudizio?

Concordo con questo giudizio, con cui conveniva sovente lo stesso Turoldo, in risposta alle numerose lettere con cui l’amico fraterno lo consigliava di rivedere un testo, lo rimproverava di scrivere troppo, gli intimava di studiare di più. Per lo più, non sempre, senza successo. Nel mio lavoro riporto la lettera grata con cui padre David riconosceva – sul finire della sua vita – di essere stato da padre Camillo «salvato» dalla pubblicazione di un libro che avrebbe dovuto chiamarsi Perché sono rimasto (sottinteso, nella Chiesa) e che egli stesso riconosceva sbagliato: oltre quattrocento pagine che riproponevano gran parte dei temi della predicazione turoldiana con una frammentarietà e approssimazione che non le rendevano giustizia. Anche altri testi di Turoldo – a partire dalla tesi di laurea – si presentano come un amalgama non organico di riflessioni filosofiche e teologiche, o come un fluire libero e torrenziale di pensieri, condotto – se scritto - con la penna frettolosa di chi è incalzato da ulteriori impellenti necessità. Occorre però aggiungere che in questa prosa - ragionamento analogo vale per la sua poesia - i suoi estimatori coglievano folgorazioni, «raggi di luce», come fu scritto, e di quelli nutrivano il loro pensare, sperare, agire.


Ampia è stata la produzione poetica di padre Turoldo, una produzione non sempre riconosciuta e apprezzata.

Turoldo scriveva poesia con la stessa fretta con cui produceva testi in prosa. La sua è una poesia-confessione, o una poesia-esortazione, che spesso soffre l’urgenza da cui nasceva e la mancata ricerca di una forma letterariamente avvertita. Assumeva le coloriture intime e sofferte del “male di vivere” di marca esistenziale negli anni giovanili; si caricava dei toni profetici della denuncia o della esortazione nel tempo della lotta e della protesta; si esercitava nella inesausta meditazione sull’impenetrabile silenzio di Dio nell’ultimo periodo. Se è vero che la carenza del labor limae specifico della creazione poetica precluse a padre David l’apprezzamento di gran parte dell’ambiente letterario, salvo nell’ultima stagione, occorre ricordare che poté godere della considerazione e dell’amicizia dei poeti prima ricordati, che Giuseppe Ungaretti laureò con una sua prestigiosa Premessa la raccolta turoldiana Udii una voce del 1952. Anche Mario Luzi mostrò stima e attenzione alla sua poesia. Poesia che, soprattutto, conquistò platee di lettori di cui interpretava ed esprimeva i sentimenti e che continua ad appassionare numerosi studenti, come testimoniano le non poche tesi a quella dedicate.


Lei ha scritto che quella di Turoldo non fu una fede pacificata. Cosa intendeva dire?

È ancora la poesia che ci apre alla comprensione di tale questione. Turoldo fin dagli anni giovanili si dichiarava «ammalato di Dio», o, negli ultimi tempi, addirittura «maniaco di Dio». Pur non potendosi pensare al di fuori dello sguardo di Dio, avvertiva dolorosamente il suo silenzio, condivideva il sospetto dell’uomo fuoriuscito dalla cristianità e permeato di cultura secolarizzata. Le eterne questioni del male, della morte, dell’apparente non senso del tutto nutrivano una sorta di suo personale corpo a corpo con Dio, una «teomachia», espressa principalmente nei suoi versi, sovente con stilemi acquisiti dalla lettura, traduzione e meditazione dei Salmi, di Giobbe, di Qoelet, frequentati ininterrottamente nel corso della sua vita.

Padre David tuttavia non si abbandonava all’incredulità ma riproponeva a sé e ai suoi lettori la speranza cristiana, l’affidamento alla figura e al volto di Cristo: Cristo, scriveva nei suoi giorni finali, in un estremo dialogo con Dio, è la «sola risposta al tuo infinito silenzio».


Qual è secondo lei il lascito maggiore che ci ha trasmesso padre Turoldo?

La radicale dedizione della sua esperienza, il suo «dilapidarsi senza risparmio», come fu scritto di lui, in favore della causa inderogabile che riassumeva il senso e i percorsi di una intera vita: la «salvezza» dell’uomo, Vangelo alla mano, da declinare nella sua promozione nella storia, premessa necessaria dell’ingresso nell’«eterno». Lo ha espresso con parole che amo molto un testimone affettuoso e non apologetico come Michele Ranchetti, che, ricordando la figura di Turoldo ancora «vibrante e serena e persuasa» nella sofferenza degli ultimi anni, invitava a «riconoscere nella sua vita una estrema coerenza: di chi ha sempre e solo perseguito il bene»[2].


Termina qui la nostra intervista a Mariangela Maraviglia. Le dobbiamo essere veramente grati, in quanto il suo volume ci permette in modo compiuto di accostarci a un'esistenza, quella di Turoldo, che è stata certamente tra le più intense del Novecento italiano, un'esistenza spesa per la salvezza dell'uomo e volta alla penetrazione del silenzio di Dio. Padre Turoldo diede voce e corpo alle aspirazioni di rinascita religiosa, civile e sociale della sua generazione, guadagnando consensi e ammirazione, ma anche suscitando forti dissensi da parte ad esempio di chi proponeva la necessità di una presenza identitaria del mondo cattolico o di chi non riteneva che la Chiesa potesse confrontarsi con tutti, anche con i cosiddetti lontani. Le censure e le sanzioni in cui incorse per via gerarchica non gli impedirono di esprimere in molteplici forme comunicative le domande di libertà, di giustizia e di pace che animavano gli scenari e le coscienze del suo tempo. Tutto questo con la certezza che "il canto colmerà l'abisso" e che Cristo "è la sola risposta all'infinito silenzio di Dio".

(Intervista a cura di Anselmo Palini)



MARIANGELA MARAVIGLIA

David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992)

Morcelliana, Brescia 2016, pp. 448


Intervista pubblicata su

“Città e Dintorni”,  periodico bresciano di note e commenti, ottobre 2016

“Il Margine”, mensile dell’associazione “Oscar Romero” di Trento, ottobre 2016



[1] R. La Valle, Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile, Ponte alle Grazie, Milano 2003, p. 202.

[2] M. Ranchetti, David Maria Turoldo, servo della parola, in Id., Scritti diversi. II. Chiesa cattolica ed esperienza religiosa, a cura di F. Milana, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2009, p. 109.