• Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Al sindaco del Comune di Massa, Roberto Pucci, e alla vicesindaco e assessore all'edilizia con delega al Piuss, Martina Nardi

Oggetto: Osservazioni circostanziate rispetto alla fattibilità di scale mobili per il castello Malaspina; con valutazioni sull'effettiva implementazione del processo partecipativo richiesto dal Disciplinare Piuss in un'ottica di rafforzamento dei processi di democrazia partecipativa; analisi della sostenibilità finanziaria e gestionale delle scale mobili alla luce anche delle indicazioni del Disciplinare Piuss; analisi dei vincoli gravanti sulla collina del castello e della procedura amministrativa di  coinvolgimento obbligatorio delle Soprintendenze di Lucca e Firenze  e della Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana.

Un piccolo ma bello e importante giardino storico di quasi ottantanni, molto amato dai marinelli, proprio perché rari sono gli spazi verdi nelle nostre città; con tante siepi, aiuole fiorite, qualche grande albero e rifiniture di pregio: panchine in marmo massiccio, grottini ed anche una fontana artistica in marmo bianco.

Oggi non c’è più, distrutto dalla furia iconoclasta delle colate di cemento, delle speculazioni, di chi vuole profittare del bene pubblico e non è in grado di capire quali siano le cose da conservare o valorizzare nel nostro territorio.

Il giorno 8 maggio era in programma l'assemblea generale di verifica dello stato di avanzamento dei lavori del progetto Bilancio Partecipato 2010.
Motivi organizzativi legati alla suddivisione dei tavoli di lavoro, nei quali si sono inseriti i cittadini e le associazioni partecipanti, obbligano ad uno spostamento di data per tale assemblea che si svolgerà il giorno sabato 22 maggio, alle ore 10, sempre alla Casa delle Culture  (ex deposito CAT) in Via Pomario Ducale a Massa.

In questa città manca colpevolmente la cura dello spazio pubblico, ma una popolazione che non può vivere gli spazi dove abita è una popolazione triste, disagiata e in pericolo: una comunità dove ci si incontra di più all'Esselunga che nei luoghi di svago è destinata alla disgregazione e all'abbruttimento, è abbandonata a se stessa. Come abbandonati sono i nostri bambini del centro cittadino, che, nonostante l'impegno che da 6 anni vede in prima linea un comitato di mamme, non hanno un'area verde a loro dedicata e comoda, lo sono gli adolescenti, i giovani che non hanno molte possibilità di svago, incontro, di crescita insieme, se non per strada, gli stranieri, che non accogliamo, ma piuttosto sfrattiamo, come è successo alla "casa delle culture" di Avenza, e nella schizofrenia che ci contraddistingue siamo capaci di intitolare il festival che anima a fine estate le nostre strade "Convivere". Non è possibile che i nostri amministratori non comprendano che il disagio e l'insicurezza si combattono non isolando o criminalizzando, ma dando a tutti, giovani e anziani, bambini, disabili, stranieri, studenti fuori sede, adolescenti, gli strumenti per vivere una vita degna nel territorio dove risiedono.

I solitari fautori delle scale mobili sperano di attirare visitatori accorciando di una decina di minuti la salita al castello, trascurando però la complessa architettura interna che non lo rende facilmente agibile. I  contrari (la maggioranza) oppongono che sono esageratamente costose e ancora di più lo sarà la manutenzione, essendo utilizzate per un paio di mesi all'anno; inoltre non porteranno vantaggi agli esercizi commerciali tagliando fuori tutta la città, mettono a rischio la stabilità della collina, deturpano irrimediabilmente il paesaggio e per di più conducono a un contenitore vuoto, privato in anni recenti anche del suo piccolo museo.

Gentile candidato,
VISTO il grave deficit riguardante le politiche ambientali nel nostro Comune (se ce ne fosse bisogno, una spia di questa condizione è data dal fiorire dei comitati cittadini negli ultimi anni)
VISTA la mancanza di un piano razionale di gestione della mobilità urbana dei veicoli privati (tralasciando l’annosa questione delle polveri sottili legate al traffico pesante)
VISTA la scarsità di zone pedonali e di ZTL, la situazione in cui versano molti marciapiedi, spesso invasi dalle macchine, quasi ovunque inaccessibili a carrozzine e deambulatori dei disabili, e le aree circostanti di tutte le scuole cittadine del tutto aperte alla circolazione e alla sosta degli autoveicoli
VISTA l’assenza di piste e percorsi ciclabili e il degradante e avvilente abbandono dei vecchi tracciati nati da, seppur timide e insufficienti, iniziative di amministrazioni precedenti (Via Aurelia in direzione Avenza-Sarzana, alcuni tratti di Viale XX Settembre, Viale Colombo)
VISTA la mancanza di una volontà tesa ad incentivare il tradizionale utilizzo della bicicletta soprattutto ad Avenza e a Marina di Carrara, utilizzo addirittura intralciato da scelte simili a quella che ha comportato il restringimento della carreggiata di Via Felice Cavallotti e di Via Garibaldi per inserire parcheggi a lisca di pesce che rendono il transito delle bici disagevole ma soprattutto pericoloso (non solo per loro ma anche per gli automobilisti)

VISTA l’ostilità e l’indifferenza con cui le recenti amministrazioni hanno trattato il progetto, ormai vecchio di dieci anni, della Ciclopista dei marmi, nonostante esso sia già inscritto nei piani europei e nazionali di ciclabilità e nonostante la sua realizzazione possa, realisticamente, godere di finanziamenti regionali e comunitari (basta uno sguardo oltre i confini del nostro “feudo” per accorgersi di quanto sia in crescita il turismo legato alla mobilità sostenibile e per comprendere quale rilevanza strategica ricoprirebbe una pista ciclabile:
1) attrezzata e organizzata come Museo in parte a cielo aperto e in parte collocato all’interno della storica stazione di S. Martino che verrebbe rivitalizzata e sottratta all’apparentemente inesorabile rovina
2) capace di congiungere la zona marittima, la stazione ferroviaria, le principali scuole superiori cittadine, il Museo del marmo – che finalmente verrebbe inserito all’interno di un reticolo museale suggestivo e coerente – e il centro città
3) che attraverserebbe una zona del nostro comune ancora prevalentemente verde, e dunque piacevole, ma soprattutto più salubre e sicura rispetto alle zone oggi percorribili necessariamente immerse nel traffico dei veicoli a motore
4) utilizzabile anche come percorso pedonale e sportivo ;

VISTA l’insensibilità e forse l’ignoranza dimostrata dalle Amministrazioni precedenti riguardo alle politiche previste a livello nazionale di informazione e sensibilizzazione sui problemi legati all’inquinamento; vista anche l’assenza del mobility manager (aziendale e di area) nel Comune , nonostante la legge da ben 9 anni preveda la presenza di questa figura che si occupa di attuare misure di “prevenzione dell’inquinamento atmosferico e acustico” mediante “interventi radicali finalizzati alla riduzione dell’impatto ambientale e dei consumi energetici derivanti dal traffico urbano, tramite l’attuazione di politiche (e la realizzazione di progetti) di mobilità sostenibile, di politiche di interventi strutturali e permanenti, volti alla modifica degli attuali comportamenti che privilegiano l’uso individuale dei mezzi di trasporto” (vedi legge del 9 dicembre 1998, n. 426)

VISTA la mancata attuazione del Piano Urbano del Traffico per il momento rimasto in un cassetto nonostante sia pronto

L’ASSOCIAZIONE RUOTA LIBERA APUOLUNENSE CHIEDE RISPOSTE CHIARE CIRCA LE SUE INTENZIONI IN MERITO A:

_l’istituzione di un ufficio di mobility management aziendale presso il Comune e di area in collaborazione con la vicina Massa;
_ la realizzazione di una rete di piste e percorsi ciclabili, possibilmente collegata o strutturata in modo coerente anche rispetto a quelle già esistenti (o eventualmente in via di attuazione) nei territori dei Comuni limitrofi al nostro, e comprendente anche la Ciclopista dei marmi di cui si è ampiamente parlato sopra;
_il potenziamento del trasporto pubblico attraverso una politica convincente e veramente efficace, magari (chiediamo troppo?) le cui logiche possano fare breccia nell’opinione pubblica attraverso parallele e ripetute iniziative di informazione e sensibilizzazione;
_l’inibizione sempre più rigorosa della sosta libera e selvaggia, soprattutto nei centri storici (che per la verità dovrebbero essere chiusi al traffico. E’ vero che il problema dei parcheggi rappresenta quasi ovunque la questione del secolo, ma è certo anche che una città bene attrezzata è in grado di fornire ai cittadini alternative reali, credibili e – se i suoi amministratori sono particolarmente intelligenti…ossimoro? – anche accattivanti all’utilizzo dei veicoli privati
_la dotazione di rastrelliere per agevolare la sosta delle biciclette presso tutte le scuole e tutti gli edifici pubblici

Naturalmente la nostra Associazione offre con totale disponibilità e gratuità tutto il materiale elaborato e diffuso in questi anni, compresi gli studi di settore, alcuni dei quali realizzati in loco, e tutto l’aiuto di cui potrebbe aver bisogno per permetterLe la realizzazione di queste semplici opere di fondamentale importanza. Chi sostiene l’inutilità di tali provvedimenti paventando un possibile fallimento di politiche di questo tipo in un territorio dove la cultura della mobilità sostenibile – a piedi, in bici, pattini, mezzi elettrici e quant’altro – è molto scarsa, dimentica che la Cultura attecchisce solo dove la gente ha a disposizione gli strumenti per acquisirla e praticarla: sarebbe come considerare inutile l’attuazione di politiche scolastiche in luoghi dove la popolazione è totalmente ignorante per assenza di scuole, biblioteche e maestri.
Oltretutto è bene sapere che tra i carraresi una massa silenziosa ma volenterosa e sensibile esiste, eccome.

Nel porgerLe i nostri migliori auguri, certi del Suo interesse in merito alle questioni poste, vista la loro rilevanza e la Sua indubitata capacità nel riconoscerlo, attendiamo risposte chiare da indirizzare non solo a noi ma alla cittadinanza intera, ed orienteremo anche in base a quelle, la nostra preferenza elettorale

Carrara, 21/05/07. Alessandra D’Aietti
Presidente dell’Associazione
Fiab - Ruotalibera apuo-lunense

Alcuni giorni fa Alleanza Nazionale e Azione Giovani hanno organizzato una manifestazione in Piazza della Stazione a Massa, con lo slogan "Fermiamo l'lnvasione. Fermiamo la criminalità. Le nostre strade, le nostre piazze sono in mano agli immigrati" La piazza della Stazione, invasa da sbandati e immigrati, è senza dubbio uno dei simboli del fallimento delle politiche della sicurezza portata avanti dalla sinistra. Riprendiamoci la piazza! Riprendiamoci la città!".
Analoga iniziativa era stata presa tempo addietro nei confronti degli albanesi che risiedono alla Partaccia, sempre con lo stesso slogan.
Ho atteso prima di scrivere queste note, convinto che il problema, serio e complesso, non richieda né atteggiamenti emotivi, né politiche puramente elettoralistiche, ma un’analisi attenta, oltre a un chiaro sistema di valori di riferimento.
Chi scrive conosce personalmente quegli immigrati e quegli sbandati che spesso nel pomeriggio e verso sera soggiornano in Piazza della Stazione, perché sono gli stessi (sia stranieri che italiani) che talvolta sono stati ospiti da noi presso la Casa di Accoglienza della diocesi di Massa Carrara, presso la quale sono volontario.
Inoltre abito poco distante da Piazza della Stazione per cui conosco altrettanto bene il “degrado” della zona, ma che tutti noi sappiamo non avere origini dagli immigrati e sbandati che vi soggiornano, quanto dalle politiche di abbandono che sono state praticate in questi ultimi anni, come i numerosi documenti dei commercianti locali e del Viale della Stazione testimoniano.
Quel territorio avrebbe bisogno di iniziative, di essere abitato da manifestazioni, da musica, da cultura… ed allora tornerebbe ad essere un luogo non degradato, nel quale forse anche quegli immigrati non assumerebbero più quel connotato carico di negatività: ma ciò chiede alla politica e alla forze sociali un’assunzione di responsabilità ed una capacità di progettare diversamente una città.
E’ facile e scontato abbinare “immigrazione e marginalità” al degrado di un territorio, e non pensare che forse il paradigma è proprio in una lettura inversa: il degrado di un territorio che genera e alimenta la marginalità e l’esclusione.
E’ tragicamente semplicistico (ma la complessità sicuramente spaventa) cavalcare la paura, scaricando “sugli ultimi” le rabbie e le paure, creando di volta in volta “un nuovo nemico”, alimentando quella “percezione di insicurezza” della nostra esistenza che, alla fine, ci fa accettare forme di sopruso e di limitazione della libertà… oltre ad accettare di coprire i problemi, magari chiudendoli in un Centro di Permanenza temporaneo, lontano dai nostri occhi, oppure in nuovi manicomi, o in classi separate per portatori di handicap.

Così viene alimentata l’idea che siamo in presenza di “una invasione”, dinanzi alla quale ogni mezzo ed ogni strumento viene giustificato, incluso quello di rendere ancora più invisibili, e pertanto più ancora più marginali, quelli che già ora lo sono, semplicemente per non disturbare il nostro sguardo e la nostra coscienza, quando poi, ad esempio, i dati sugli immigrati residenti nel nostro territorio dicono che non siamo in presenza di nessuna invasione.
Noi e loro! Noi i massesi e loro gli invasori sporchi! Noi i civili e loro i barbari! Noi i cristiani e loro i musulmani! Questa è la cultura di quella manifestazione, ma è la cultura nella quale costruiamo il nostro sistema sociale, nella quale cresciamo i nostri figli.
Dimentichiamo che dietro a quegli sbandati, siano essi italiani o stranieri (il 50% degli ospiti della casa sono Italiani), ci sono dei volti, delle persone, con la loro dignità, con le loro contraddizioni, con i loro limiti, con i loro errori, gli sbagli commessi, ma anche le ingiustizie subite.
Chi commette un reato non è italiano o straniero, è una persona che ha commesso un reato, che deve essere valutato in maniera equa, a prescindere del suo essere o meno cittadino italiano… così come una persona ai margini è solo una persona che urla aiuto, a prescindere, anche in questo caso, che sia o meno cittadino italiano.
Nella sofferenza non alberga la cittadinanza, esiste solo l’uomo!
Quando nei media, nel denunciare una violenza ad una donna, si mette prima di tutto l’accento sulla nazionalità del violentatore, si opera questa mistificazione, nella quale quell’odioso delitto diventa quasi secondario rispetto a chi l’ha compiuto, se questo è immigrato. Una mistificazione appunto, perché si dimentica che oltre il 60% delle violenze (la fonte dei dati è quella del Ministero dell’Interno) avvengono in casa, ad opera dei partners (quindi per lo più italiani).
Si diffonde una paura progressiva, alimentando quel rifiuto “alla conoscenza” dell’altro, che genera sempre nuove e più alte barriere, dove è facile poi che l’odio trovi asilo.
Quando si sostiene che gli immigrati dovrebbero essere fermati anche con i cannoni, altro non abbiamo fatto che “costruirci il nuovo nemico”, un tempo austriaco, comunista…
Non si tratta di essere “buonisti” sempre disposti ad accogliere, nessuno è chiamato ad essere santo, a meno che la sua fede religiosa non lo incammini in quella strada, però non possiamo non comprendere come questi flussi migratori siano l’inevitabile conseguenza dello squilibrio cronico e disumano delle risorse e delle ricchezze… squilibrio che, alla fine, è solo funzionale al nostro benessere e al nostri stile di vita, centrato solo e soltanto sulla crescita (del nostro benessere e, di conseguenza, della povertà altrui, visto che il contenuto energetico e delle risorse è costante).
Io non sono un buonista, nemmeno quando sono alla casa, non considero gli immigrati e gli sbandati che incontro alla Casa di Accoglienza semplicemente delle brave persone, le considero persone, a prescindere che siano in regola o no, o che abbiano rubato qualche portafoglio o meno, che hanno diritti e doveri, sono persone alcune delle quali lavorano, altre sbagliano… con le quali mi rapporto a prescindere della loro nazionalità o della loro condizione o provenienza.
Mi piacerebbe che certi rigurgiti “legalisti” emergessero ad esempio nei confronti di quei datori di lavoro italiani che per risparmiare utilizzano manodopera immigrata a basso prezzo (penso all’edilizia, ma anche alle donne utilizzate nei lavori di cura…), perché in quel caso chi commette il reato di sfruttamento non sono le vittime, ma gli italiani.
Se vivere nella marginalità porta inevitabilmente a usare “espedienti” per sopravvivere, la sfida a cui siamo chiamati non è quella di rendere ancora più pesante la condizione di sofferenza, oppure di celarla al nostro sguardo, ma di intervenire sulle condizioni di quelle vite.
In tutto ciò quello che mi spaventa è il silenzio delle Istituzioni, delle forze politiche e sociali, ma anche delle Chiese (pensiamo che poco distante da Piazza della Stazione c’è la mensa della Parrocchia della Madonna Pellegrina), come se tutti noi fossimo diventati impotenti dinanzi al dilagare di questa cultura del rifiuto.
Occorrerebbe ben altro coraggio (Don Milani, di cui ricorre il 40° della morte, in questo senso è ancora terribilmente attuale, ma purtroppo è diventato solo meta di pellegrinaggi da parte di politici nelle cui scelte poi non alberga il messaggio del priore di Barbiana) da parte delle forze politiche e sociali, da parte delle Chiese, accogliendo la complessità nella sua interezza, senza scegliere facili o semplici scorciatoie (ora gli ultimi sono gli immigrati, ieri erano i tossicodipendenti, ieri l’altro i matti… domani magari gli omosessuali…), cogliendo in chiunque l’essere persona, e non l’etichetta che di volta in volta gli assegniamo, ma leggendo la domanda di aiuto che emerge dal loro disagio, e, soprattutto, consapevoli che una città pensata partendo dagli ultimi, è una città in cui chiunque si sente davvero a casa sua… anche chi sta bene!
Siamo chiamati a questa sfida, che è una sfida culturale, che si traduce in politiche sociali (non “per”, ma “con”), urbanistiche, economiche precise… una sfida che non è neutrale perché, sempre rifacendomi a don Milani, essere dalla parte degli ultimi non è una scelta neutrale.
Ma noi da che parte vogliamo stare?

Buratti Gino

Massa, 26 giugno 2007