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Il femminicidio è un crimine di Stato tollerato dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita...Queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo”

Rashida Manjoo, Special Rapporteur ONU contro la violenza sulle donne

Che dodici anni fa lo Stato italiano uccise un ragazzo, si chiamava Carlo ed era bellissimo. Che la polizia cercò per due giorni e due notti di ammazzarne altri. Che perseguitò migliaia di persone. Che tante ne arrestò e torturò.
Che non potevamo tornare nel posto dove avevamo lasciato le nostre cose, per prendere il treno e tornare a casa.
Che volavano gli elicotteri e forse sparavano. Che l'aria non si poteva respirare per quanto sparavano.
Che era come vivere due giorni di guerra, solo due giorni per fortuna. E due notti.

L’ultima, in ordine di tempo (precisazione d’obbligo visto il drammatico susseguirsi degli eventi), si chiamava Rosi, aveva 25 anni ed era madre di un bimbetto di due. Anni di denunce e scappare da casa non sono bastati per salvarle la vita: l’ex compagno l’ha uccisa davanti al loro bambino, rimasto a vegliarla fino all’arrivo dei nonni.

Arriverà sul molo di Punta Favarola. Lo stesso approdo da cui sbarcano i migranti che riescono ad attraversare il Canale di Sicilia. Farà di questa piccola isola delle Pelagie la destinazione della sua prima visita apostolica. E, così facendo, renderà Lampedusa, d’ora in avanti, «non più il confine d’Italia e d’Europa» (Giusi Nicolini), ma il simbolo di un nuovo cammino pastorale, determinato a schierarsi senza mezzi termini, senza più volgere lo sguardo verso consensi e patrocini politici.