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Il dialogo con i "militari" lo vedo da impostare sul presupposto che, insieme, come cittadini, abbiamo da attuare l'art. 11 del ripudio della guerra.
Questo significa adottare un modello di difesa difensivo territorializzato (Svizzera, Cuba), ripristando la leva che per ora è stata solo sospesa.
No quindi a sistemi d'arma progettati per proiezioni di potenza all'estero (es. F35, Eurofighter, portaerei Cavour...).

Ho appena rivisitato la home page della Perugia-Assisi.
Peppe Sini ed il Centro di Viterbo ci devono spiegare dove ce la trovano l'opposizione alla guerra in Afhanistan.
Sul programma della marcia ci trovo scritto invece "facciamo pace in Afghanistan", che è tutt'altra cosa: è una formula ambiguissima: da generale potrei affermare che è proprio quello per cui mi sto impegnando con il mio intervento bellico.

Una società complessa richiederebbe la capacità, da parte di tutti, sopratutto delle forze politiche, di non cercare semplificazioni e scorciatoie, ma di stare dentro i problemi e le contraddizioni valutando, con serenità, il quadro complessivo, in modo da trovare le strade adeguate per mettere in campo soluzioni.

La strada della "semplificazione della complessità" porta inesorabilmente alla "banalità", ma, soprattutto, al non riuscire più ad ascoltare le ragioni dell'altro, a tentare, almeno per un istante, a osservare il proprio punto di vista con un barlume di dubbio.

Per Bobbio, le vie della pace sono: il pacifismo giuridico, politico; la via morale (nonviolenza, o pacifismo assoluto mediante riforma morale), che è la più efficace ma la più lunga. 1
Poiché mi occupo soprattutto di questa via alla pace, che è la nonviolenza, vorrei vedere qualche punto del pensiero di Bobbio sulla nonviolenza.
Egli ammira ma non confida nei mezzi nonviolenti. Si dice "perplesso", e non "persuaso" come è Capitini. Si veda la sua bellissima e profonda Introduzione a Aldo Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia 1969, pp. 9-39.